Quanto vale il fiscal drag, l’aumento di tasse invisibile pagato soprattutto da dipendenti e pensionati

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A cura di Luca Pons
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Quando i prezzi salgono, crescono anche stipendi e pensioni. Ma poi lavoratori, soprattutto dipendenti, e pensionati che si ritrovano con un reddito maggiore devono anche pagare più tasse, perché rientrano in scaglioni Irpef più alti. Così, lo Stato incassa di più. Secondo alcune proiezioni questo drenaggio fiscale, o ‘fiscal drag’, potrebbe valere fino a 13 miliardi di euro nel 2026-2027.

Si riaccende il dibattito politico sul cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale. Un tema che a lungo ha diviso l'opposizione e il governo, accusato di sottrarre soldi a dipendenti e pensionati. Il problema si pone soprattutto nei periodi in cui l'inflazione è particolarmente alta: lo fu nel 2022-2023, all'inizio del mandato del governo Meloni, e tornerà ad esserlo quest'anno. Ogni volta che l'inflazione sale, lo Stato ci guadagna. Nel 2026 e 2027, secondo la stima di alcuni esperti, si parlerebbe di una circa tra gli 8 e i 13 miliardi di euro.

Il meccanismo è piuttosto semplice, anche se resta spesso ‘nascosto'. Quando l'inflazione sale, le pensioni vengono indicizzate, cioè aumentate, per tenere il passo con i prezzi e mantenere il potere d'acquisto. Lo stesso succede, nel tempo, con gli stipendi dei dipendenti che vengono alzati con i rinnovi di contratto. Il tema interessa anche i lavoratori autonomi che, ad esempio, aumentano l'importo richiesto per le proprie prestazioni, ma in proporzione è molto più grande il numero di dipendenti e pensionati coinvolti.

In conseguenza di questi aumenti, i pensionati e i lavoratori hanno un reddito più alto. Ma non per questo sono più ‘ricchi'. Rispetto a prima, possono comprare le stesse cose. Ad esempio, se il prezzo di un prodotto è salito a 1 euro a 1,50 euro, e lo stipendio o la pensione salgono da mille a 1.500 euro, hanno lo stesso potere d'acquisto. Insomma, il reddito è maggiore, ma la capacità di fare acquisti non aumenta. Idealmente, si mantiene in equilibrio.

Il problema scatta qui: visto che l'Irpef ha degli scaglioni fissi, chi supera certe soglie di reddito paga tasse più alte. Sopra i 28mila euro si passa da 23% al 33%, e sopra i 50mila euro dal 33% al 43%. Quindi, il potere d'acquisto è rimasto lo stesso, ma le tasse sono cresciute. Così pensionati e lavoratori ci rimettono. A guadagnarci è lo Stato, che incassa quelle imposte.

Nel 2022-23 si erano toccati picchi di inflazione che non si vedevano da decenni, e secondo molte stime lo Stato italiano aveva accumulato circa 25 miliardi di euro ‘extra'. Nel tempo, poi, principalmente grazie a misure come il taglio dell'Irpef e la riduzione del cuneo fiscale, il drenaggio fiscale è stato cancellato del tutto. Quei soldi sono stati restituiti ai contribuenti, come ha chiarito l'Istat, anche se non in modo perfettamente equo (alcuni, quelli con i redditi più bassi, ci hanno leggermente guadagnato; altri, quelli con i redditi medi e medio-alti, hanno riavuto indietro leggermente meno di quanto avevano perso).

Ora la situazione si ripete. L'inflazione non toccherà, a meno di sorprese, i livelli raggiunti quattro anni fa, ma sta comunque aumentando. Secondo gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, citati da Repubblica, dal drenaggio fiscale lo Stato incasserà almeno 8,1 miliardi di euro tra il 2026 e il 2027. E questo è solo lo scenario medio. Nelle ipotesi più severe sull'inflazione fatte dalla Banca d'Italia, l'importo potrebbe salire a 9,35 miliardi di euro. Nello scenario peggiore in assoluto, con un'inflazione che vale l'8,2% complessivamente nel giro dei due anni, si arriva a 12,74 miliardi di euro.

Questo non significa necessariamente che lo Stato avrebbe a disposizione quasi 13 miliardi di euro. da spendere. Ma sono comunque soldi in più che andrebbero all'erario. E quindi si porrebbe la questione politica: il governo li restituirà ai contribuenti con un taglio delle tasse generalizzato? O deciderebbe di impiegarli per altre misure, magari quelle con più appeal elettorale?

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