Quanto vale il fiscal drag, l’aumento di tasse invisibile pagato soprattutto da dipendenti e pensionati
Si riaccende il dibattito politico sul cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale. Un tema che a lungo ha diviso l'opposizione e il governo, accusato di sottrarre soldi a dipendenti e pensionati. Il problema si pone soprattutto nei periodi in cui l'inflazione è particolarmente alta: lo fu nel 2022-2023, all'inizio del mandato del governo Meloni, e tornerà ad esserlo quest'anno. Ogni volta che l'inflazione sale, lo Stato ci guadagna. Nel 2026 e 2027, secondo la stima di alcuni esperti, si parlerebbe di una circa tra gli 8 e i 13 miliardi di euro.
Il meccanismo è piuttosto semplice, anche se resta spesso ‘nascosto'. Quando l'inflazione sale, le pensioni vengono indicizzate, cioè aumentate, per tenere il passo con i prezzi e mantenere il potere d'acquisto. Lo stesso succede, nel tempo, con gli stipendi dei dipendenti che vengono alzati con i rinnovi di contratto. Il tema interessa anche i lavoratori autonomi che, ad esempio, aumentano l'importo richiesto per le proprie prestazioni, ma in proporzione è molto più grande il numero di dipendenti e pensionati coinvolti.
In conseguenza di questi aumenti, i pensionati e i lavoratori hanno un reddito più alto. Ma non per questo sono più ‘ricchi'. Rispetto a prima, possono comprare le stesse cose. Ad esempio, se il prezzo di un prodotto è salito a 1 euro a 1,50 euro, e lo stipendio o la pensione salgono da mille a 1.500 euro, hanno lo stesso potere d'acquisto. Insomma, il reddito è maggiore, ma la capacità di fare acquisti non aumenta. Idealmente, si mantiene in equilibrio.
Il problema scatta qui: visto che l'Irpef ha degli scaglioni fissi, chi supera certe soglie di reddito paga tasse più alte. Sopra i 28mila euro si passa da 23% al 33%, e sopra i 50mila euro dal 33% al 43%. Quindi, il potere d'acquisto è rimasto lo stesso, ma le tasse sono cresciute. Così pensionati e lavoratori ci rimettono. A guadagnarci è lo Stato, che incassa quelle imposte.
Nel 2022-23 si erano toccati picchi di inflazione che non si vedevano da decenni, e secondo molte stime lo Stato italiano aveva accumulato circa 25 miliardi di euro ‘extra'. Nel tempo, poi, principalmente grazie a misure come il taglio dell'Irpef e la riduzione del cuneo fiscale, il drenaggio fiscale è stato cancellato del tutto. Quei soldi sono stati restituiti ai contribuenti, come ha chiarito l'Istat, anche se non in modo perfettamente equo (alcuni, quelli con i redditi più bassi, ci hanno leggermente guadagnato; altri, quelli con i redditi medi e medio-alti, hanno riavuto indietro leggermente meno di quanto avevano perso).
Ora la situazione si ripete. L'inflazione non toccherà, a meno di sorprese, i livelli raggiunti quattro anni fa, ma sta comunque aumentando. Secondo gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, citati da Repubblica, dal drenaggio fiscale lo Stato incasserà almeno 8,1 miliardi di euro tra il 2026 e il 2027. E questo è solo lo scenario medio. Nelle ipotesi più severe sull'inflazione fatte dalla Banca d'Italia, l'importo potrebbe salire a 9,35 miliardi di euro. Nello scenario peggiore in assoluto, con un'inflazione che vale l'8,2% complessivamente nel giro dei due anni, si arriva a 12,74 miliardi di euro.
Questo non significa necessariamente che lo Stato avrebbe a disposizione quasi 13 miliardi di euro. da spendere. Ma sono comunque soldi in più che andrebbero all'erario. E quindi si porrebbe la questione politica: il governo li restituirà ai contribuenti con un taglio delle tasse generalizzato? O deciderebbe di impiegarli per altre misure, magari quelle con più appeal elettorale?