11 settembre, 25 anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle: come la guerra al terrorismo ha cambiato il mondo
L’11 settembre 2001 era un martedì. New York si svegliava in una mattina come tante altre. Nulla faceva pensare che in quella giornata sarebbe successo qualcosa che avrebbe cambiato il corso della storia per sempre. Sono passati 25 anni dall’attacco alle Torri Gemelle e oggi circa 100 milioni di persone negli Stati Uniti sono troppo giovani per ricordare quel giorno. Per chi c’era invece, l’11 settembre è una di quelle date in cui tutti ricordiamo dove eravamo, cosa stavamo facendo. Tutti ricordiamo il momento del più grave attacco terroristico agli Stati Uniti d’America. Quella mattina, però, non sapevamo ancora cosa sarebbe venuto dopo: la guerra al terrore, l’invasione di due Paesi che ha completamente destabilizzato il Medio Oriente, la sorveglianza, l’ossessione per la sicurezza, l’islamofobia.
L’11 settembre 2001 dei terroristi affiliati ad Al Qaeda hanno dirottato in totale quattro aerei. Due si sono schiantati sulle Torri Gemelle, il World Trade Center nel cuore di New York. Un terzo è finito sul Pentagono. Un quarto, probabilmente diretto contro la Casa Bianca o il Campidoglio, è caduto in un campo in Pennsylvania: le persone a bordo, che avevano capito cosa stesse succedendo, sono riuscite a fermare gli hijackers – i dirottatori – e a schiantare l’aereo in modo che non colpisse alcun obiettivo. Quella mattina sono morte 2.977 persone negli attacchi.
Gli attacchi dell'11 settembre 2001 negli USA
Alle 7.59 del mattino, l’American Airlines Flight 11 decolla da Boston. È diretto a Los Angeles. A bordo, dopo aver passato senza problemi i controlli di sicurezza, c’è anche Mohamed Atta, ritenuto poi il capo degli hijackers. I passeggeri sono 76, più 11 membri dell’equipaggio. Insieme ad Atta si imbarcano su quel volo altri quattro dirottatori.
Alle 8.15 decolla anche il United Airlines Flight 175, sempre da Boston, sempre diretto a Los Angeles. A bordo ci sono 51 passeggeri, 9 membri dell’equipaggio e cinque terroristi.
Alle 8.20 parte l’American Airlines Flight 77: questa volta il volo decolla da Dulles, appena fuori Washington DC. La destinazione è Los Angeles, gli hijackers a bordo sono 5. 53 passeggeri, 6 membri dell’equipaggio.
Alle 8.42 parte anche l’ultimo dei voli dirottati quella mattina: è il United Airlines Flight 93, partito da Newark, in New Jersey, e diretto a San Francisco.
A pochi minuti dalle partenze, le torri di controllo cominciano a capire che qualcosa che non va. Il volo 11 dell’American Airlines non risponde più e inverte la sua rotta. Mohammed Atta, involontariamente, avverte Boston di ciò che sta succedendo. Lui e l’altro hijacker-pilota hanno preso il controllo dell’aereo e tentano di mantenere la calma a bordo: dalla cabina di pilotaggio vuole mandare un messaggio a quella dei passeggeri, ma sbaglia pulsante e chiama Boston. “Nessuno si muova, andrà tutto bene”, lo sentono dire da terra. Sono le 8.24 del mattino.
Alle 8.46 il primo aereo, il volo 11 dell’American Airlines, si schianta sulla Torre Nord del World Trade Center. Dal 91esimo piano in su, decine e decine di persone sono intrappolate: sotto di loro c’è un rogo devastante. L’aereo ha completamente squarciato il grattacielo, provocando una violenta esplosione. L’ipotesi che possa essersi trattato di un terribile incidente dura circa un quarto d’ora: alle 9.03 un secondo aereo, il volo 175 della United Airlines colpisce la Torre Sud.
In quel momento il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush si trova in una scuola elementare in Florida. Le immagini di quando viene informato dell’attacco, mentre si trova davanti a una classe di bambini, sono rimaste nella storia. Il suo chief of staff, Andrew Card, gli si avvicina lentamente e sussurra qualcosa all’orecchio: “Un secondo aereo ha colpito la seconda Torre. L’America è sotto attacco”.
Alle 9.37 il volo 77 dell’American Airlines si schianta sul Pentagono. Muoiono tutti i passeggeri a bordo, oltre a 125 persone, tra civili e militari, che si trovavano nel quartier generale della Difesa statunitense.
Alle 9.45 lo spazio aereo degli Stati Uniti viene chiuso, tutti i voli civili vengono fatti atterrare. Pochi minuti più tardi la Torre Sud, la seconda a essere stata colpita, crolla, collassando su sé stessa.
Alle 10.02 l’ultimo volo dirottato, il volo 93 della United Airlines, si schianta in un campo in Pennsylvania. Moriranno solo le persone a bordo che, capendo cosa stava succedendo, erano riuscite a fermare gli hijackers. Non sapremo mai con certezza dove fosse diretto, ma è probabile che l’obiettivo fosse quello di colpire direttamente la Casa Bianca o il Campidoglio, a Washington.
Alle 10.28 del mattino dell’11 settembre 2001, circa due ore dopo essere stata colpita, crolla anche la Torre Nord del World Trade Center. Bush viene portato in una base in Nebraska, in un bunker costruito per reggere anche contro gli attacchi nucleari, prima di fare ritorno a Washington, alla Casa Bianca. Alle 8.30 di sera parla alla nazione.
La risposta di George W. Bush agli attentati negli Stati Uniti
Non è un discorso lungo, ma le prime parole che Bush pronuncia dopo gli attacchi contengono molto di quanto accadrà nei mesi successivi.
Today, our fellow citizens, our way of life, our very freedom came under attack in a series of deliberate and deadly terrorist acts. The pictures of airplanes flying into buildings, fires burning, huge structures collapsing, have filled us with disbelief, terrible sadness, and a quiet, unyielding anger.
Immediately following the first attack, I implemented our government's emergency response plans. Our military is powerful, and it's prepared. The search is underway for those who are behind these evil acts. I've directed the full resources of our intelligence and law enforcement communities to find those responsible and to bring them to justice.
We will make no distinction between the terrorists who committed these acts and those who harbor them. America and our friends and allies join with all those who want peace and security in the world, and we stand together to win the war against terrorism.
In questo discorso Bush sta già predisponendo i tasselli della risposta statunitense agli attacchi. Una risposta che cambierà profondamente il corso del XXI secolo e la geopolitica mondiale.
Bush usa parole molto precise. Dice che lo stile di vita e la libertà degli americani sono sotto attacco, espressioni che, anche senza volerlo, richiamano l’immaginario dello scontro tra le civiltà. Dice che gli Stati Uniti sono rimasti increduli davanti al crollo delle Torri Gemelle, ammettendo quindi che quanto appena accaduto mettesse fine a un dogma, quello per cui gli Stati Uniti fossero inattaccabili. Dice che l’esercito è pronto. Dice che l’intelligence è al lavoro per trovare i responsabili degli attacchi e portarli di fronte alla giustizia. E, cosa molto importante, dice che non verranno fatte distinzioni tra i terroristi che hanno commesso gli attacchi e chi sta dando loro protezione. E infine, dice per la prima volta le parole “war on terrorism”, la guerra al terrorismo.
Prima di capire in che modo la war on terror ha condizionato decine di anni a venire, ripercorriamo gli eventi che hanno portato a quell’11 settembre.
Come nasce Al Qaeda
Probabilmente, se quella mattina qualcuno si fosse messo a chiedere ai newyorkesi chi ritenevano ci fosse dietro quell’attacco e perché, la stragrande maggioranza non ne avrebbe avuto la più pallida idea. L’11 settembre è stato un trauma incredibile nella psiche americana non solo in quanto il più grave attacco sul suolo statunitense da Pearl Harbor, ma anche perché a mandare in frantumi il mito dell’invulnerabilità del Paese è stato un atto ai più inspiegabile. Fino a quel momento, il nome di Osama bin Laden non era ancora così conosciuto. Non negli Stati Uniti, almeno. Altrove, invece, da parecchio tempo accumulava sempre più seguaci, mettendo in moto gli eventi che avrebbero portato a quella mattina.
Ma chi era Osama bin Laden?
Era il 17esimo dei 52 figli di uno sceicco yemenita, naturalizzato saudita. Il padre aveva costruito un impero miliardario nel settore delle costruzioni, la sua era la più grande impresa edile di tutta l’Arabia saudita. I bin Laden erano quindi una famiglia potentissima, che aveva a disposizione incredibili risorse economiche. Non è mai stato chiarito, se i soldi del padre aiutarono Osama bin Laden a finanziare il suo progetto fondamentalista, o se i fondi arrivassero dai traffici di eroina o da attori sponsor del terrorismo.
Nel 1979 bin Laden, poco più che ventenne, andò in Afghanistan per unirsi ai mujaheddin che combattevano contro l’invasione sovietica. L’URSS aveva deciso di mandare i propri soldati in Afghanistan per mantenere al potere il regime comunista che era stato instaurato un anno prima con un colpo di Stato, ma che, nel 1979, si trovava a fronteggiare diverse insurrezioni in tutto il Paese. Pur intervenendo a difesa del potere, i sovietici volevano anche sostituire l’uomo al comando, Hafizullah Amin, un leader sanguinario e imprevedibile. Avrebbe dovuto essere un’operazione veloce e chirurgica. Invece fu l’inizio di dieci anni di dura occupazione. La resistenza afghana era composta da diverse frange di combattenti islamici, i mujaheddin appunto, anche molto diverse tra loro. Alcune più radicali, altre meno: tra loro c’erano anche i Talebani.
In questo contesto, paradossalmente, i Talebani e bin Laden, si trovarono dalla stessa parte degli Stati Uniti d’America. Prima Jimmy Carter e poi Ronald Reagan sostennero ampiamente la guerriglia islamica in chiave anti-sovietica, fornendo sostegno economico, logistico e militare a quelli che poi sarebbero diventati nemici mortali del loro Paese.
Osama bin Laden fonda Al Qaeda nel 1988. Ma perché questa organizzazione ha dichiarato guerra agli Stati Uniti, che avevano sostenuto i mujaheddin contro l’Unione sovietica?
Per capirlo bisogna spostare lo sguardo, dall’Afghanistan all’Asia occidentale. Alla guerra del 1982 in Libano e al supporto statunitense a Israele, alle sanzioni e alla coalizione militare guidata da Washington contro l’invasione irachena del Kuwait nel 1990, alle truppe statunitensi rimaste di stanza in Arabia Saudita dopo la Guerra del Golfo. Tutti questi elementi sono stati citati dalla "Lettera al popolo americano" pubblicata da Al Qaeda nel 2002. Già negli anni Novanta, in molteplici interviste e pubblicazioni, bin Laden aveva più volte dichiarato pubblicamente guerra agli Stati Uniti, invitando tutti i suoi seguaci a uccidere gli americani e i loro alleati. Nel 1993 una bomba era esplosa al World Trade Center di New York, uccidendo sei persone. Nel 1998 le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania vengono colpite da attacchi terroristici simultanei: muoiono oltre 200 persone. In Somalia le truppe statunitensi sono prese di mira e diversi militari muoiono nelle imboscate.
Dietro tutti questi attacchi c’è Al Qaeda, c’è Osama bin Laden. L’Arabia Saudita lo espelle, la sua famiglia lo ripudia. Dopo essere fuggito per un breve periodo in Sudan, bin Laden trova rifugio in Afghanistan. Alla fine dell’occupazione sovietica il Paese è stato travolto da una guerra civile per il potere, che alla fine ha visto trionfare i Taleban, guidati dal Mullah Omari. Proprio loro accolgono bin Laden, che dal 1999 è nella lista dei dieci ricercati più pericolosi al mondo dell’FBI.
L’invasione dell’Afghanistan: inizia la war on terror
Dopo l’11 settembre il governo statunitense punta subito il dito contro bin Laden. Non sembra essere stato particolarmente difficile capire chi ci fosse dietro quegli attacchi. Nei giorni seguenti emergono infatti diverse informazioni sugli hijackers: il fatto che si trovassero negli Stati Uniti da mesi, che avessero preso lezioni di volo lì, che avessero comunicato e fossero facilmente collegabili con noti terroristi, che fossero passati per i campi di addestramento di Al Qaeda in Afghanistan. È emerso anche che queste informazioni erano arrivate in ordine sparso alle agenzie statunitensi, alla CIA e all’FBI, ma che nessuno aveva collegato i punti tra loro. Non erano state scambiate informazioni e nessuno aveva messo insieme i pezzi. Il quadro è stato ricostruito solamente dopo, quando ormai i quattro aerei si erano schiantati sulle Torri Gemelle, contro il Pentagono e in quel campo in Pennsylvania.
Quindi, chi sono i responsabili è chiaro, ma come portarli di fronte alla giustizia? E come impedire che attacchi del genere possano ricapitare?
Per la prima volta, dopo l’11 settembre, ci si trova davanti a una prospettiva di guerra mai incontrata prima. I nemici non sono Stati, o coalizioni di Stati. Non si tratta nemmeno di una guerra per procura – come le tante combattute dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda – in cui sostenere una fazione o l’altra all’interno di un determinato contesto statale. La war on terror che Bush dichiara la sera dell’11 settembre ha come obiettivo il terrorismo islamico, ma questo vuol dire scontrarsi su più fronti e in un territorio potenzialmente esteso quanto l’intero globo.
A compiere materialmente gli attentati sono stati cittadini da diversi Paesi: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano. Ma alcuni di questi Paesi sono alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita. La mente criminale dietro gli attacchi, bin Laden, è proprio un cittadino saudita. Ma Riad non c’entra nulla con l’11 settembre. Diversa è invece la posizione dell’Afghanistan, il Paese guidato dal regime dei Talebani, che ospitava Al Qaeda.
Quando Bush si presenta al Congresso per chiedere l’autorizzazione all’uso della forza militare, non chiede il via libera per invadere l’Afghanistan. Chiede poteri molto più ampi, dai contorni molto più indefiniti. Chiede che “il presidente degli Stati Uniti venga autorizzato a usare tutta la forza necessaria e appropriata contro le nazioni, le organizzazioni o persone che hanno pianificato, autorizzato, commesso o facilitato gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, o contro coloro che hanno dato rifugio a queste organizzazioni o persone”. Tutti, Repubblicani e Democratici, votano a favore. C’è solo un voto contrario, quello della Congresswoman Barbara Lee. Visibilmente provata, con la voce rotta, Lee mette in chiaro che non sarà l’azione militare a prevenire futuri attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. E avverte che l’autorizzazione avrebbe dato al presidente poteri troppo ampi, una cambiale in bianco senza riferimenti chiari, né di obiettivi né di tempistiche, con cui la Casa Bianca avrebbe potuto intraprendere guerre infinite, in giro per il mondo, senza troppa supervisione da parte degli organismi democratici. La frase con cui ha concluso il suo intervento è passata alla storia: “Nel nostro agire, non diventiamo noi stessi il male che deploriamo”. Gran parte delle parole di Lee, 25 anni più tardi, appaiono incredibilmente lungimiranti.
A inizio ottobre gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan. È l’operazione Enduring Freedom. A fine novembre reparti della CIA – con il supporto della Northen Alliance, la guerriglia afghana che si opponeva ai Talebani – bombardano pesantemente le caverne di Tora Bora, dove si nascondeva bin Laden. Che però, riesce a fuggire in Pakistan. Verrà ucciso lì, dieci anni più tardi, in un’operazione dei Navy Seals e sarà Barack Obama ad annunciarlo. In qualche mese gli Stati Uniti prendono il controllo di Kabul, la capitale, cacciando i Talebani. Anche Kandahar, considerata la roccaforte dei fondamentalisti, cade senza particolare sforzo. Quelli che agli Stati Uniti potevano sembrare dei rapidi successi di una guerra lampo, però, erano tutt’altro. L’amministrazione Bush, dal segretario della Difesa Donald Rumsfeld al segretario di Stato Colin Powell, non aveva un obiettivo preciso oltre quello della guerra al terrorismo. Nessuno, inizialmente, parlava di nation-building e del processo per costruire a tutti gli effetti i presupposti necessari al funzionamento di una democrazia. Eppure gli Stati Uniti, dopo aver cacciato i Talebani e instaurato un governo di transizione guidato da Hamid Karzai, rimasero in Afghanistan. E piano piano si resero conto che la situazione era molto diversa da quella che pensavano.
I Talebani, sapendo probabilmente di non poter competere in uno scontro militare frontale, si ritiravano, per poi riorganizzarsi. Nel 2002 inizia l’insurrezione in gran parte del sud del Paese. Guerriglia nelle aree più remote, attacchi suicidi, imboscate: i Talebani iniziano a riprendere il controllo del territorio. Gli Stati Uniti non sono preparati: per gli analisti l’eccesso di fiducia nelle loro capacità militari, l’hybris che aveva portato a pensare di poter controllare senza alcuno sforzo un Paese rurale e arretrato, fa sì che l’esercito statunitense non abbia la minima idea di come contrastare l’azione dei Talebani. Siamo nei mesi immediatamente dopo l’11 settembre: l’opinione pubblica americana – quindi anche i militari, spesso ragazzi appena usciti dall’high school – è intrisa di rabbia per gli attacchi subiti, la ricerca di giustizia lascia spazio alla sete di vendetta. All’insurrezione talebana i militari rispondono con eccessi di forza. Non si fidano più della popolazione locale con cui non sanno come comunicare. L’occupazione statunitense si fa sempre più dura, spingendo molti afghani a simpatizzare con i Talebani, che si presentavano come la forza che voleva, ancora una volta, liberare il Paese dall’invasore straniero.
Mese dopo mese, la situazione in Afghanistan era sempre più complessa. Eppure la Casa Bianca decise di spostare sforzi e attenzione su un altro fronte. Quello dell’Iraq.
L’invasione dell’Iraq: la forever war
Era dagli anni Novanta, dalla prima guerra del Golfo, che i neocon – i neoconservatori, movimento politico che arrivò al suo apice durante la presidenza di Bush – spingevano per un’azione militare contro l’Iraq. La loro tesi era che il regime di Saddam Hussein – espressione del partito Ba’th, una forza nazionalista e panaraba – fosse una minaccia per la sicurezza americana, in quanto mettesse a repentaglio la stabilità del Medio Oriente e, soprattutto, l’accesso stabile e sicuro al petrolio. Alla fine degli anni Novanta era stato approvato l’Iraq Liberation Act, che metteva nero su bianco come il regime change nel Paese fosse una prerogativa della politica statunitense. Con la presidenza di Bush questa politica si fa ancora più aggressiva e la guerra al terrorismo offre l’opportunità perfetta per pianificare l’invasione dell’Iraq.
Saddam Hussein era un dittatore violento, ma non aveva alcun legame con Al Qaeda. Non c’erano prove che l’Iraq c’entrasse, in alcun modo, con gli attacchi dell’11 settembre. Eppure, il giorno stesso dell’attacco Rumsfeld chiede ai suoi consiglieri se non sia meglio attaccare nello stesso momento sia bin Laden che Hussein. Il 12 settembre, il giorno dopo, Bush chiede al direttore dell’antiterrorismo di indagare un potenziale collegamento dell’Iraq con gli attacchi.
Nel 2002 il vicesegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz, crea una nuova unità al Pentagono, dietro ordine di Rumsfeld: l’Office of special plans. L’Office of special plans comunica direttamente con la Casa Bianca, con Bush, al quale ha il compito di passare informazioni di intelligence. Come racconteranno in seguito diversi funzionari, tra cui anche ex membri della CIA e del Pentagono, si trattava di una task force che manipolava le informazioni con il solo scopo di fornire un pretesto per l’invasione dell’Iraq. È stato l’Office of special plans a creare le prove che Rumsfeld e Bush volevano fossero vere, a giustificazione del piano militare che stava prendendo forma. Una su tutte, quella secondo cui il regime di Saddam Hussein stesse fabbricando armi di distruzioni di massa.
La CIA si mostra scettica ma Rumsfeld, insieme al vicepresidente statunitense Dick Cheney, mette in dubbio la posizione dell’intelligence, sottolineando che non fosse riuscita a prevedere l’11 settembre e avesse sottovalutato le minacce del terrorismo islamico. Per settimane l’amministrazione Bush raccontò al mondo intero che l’Iraq fosse in possesso di armi di distruzioni di massa e di averne le prove. Non era vero niente.
Nonostante, non trovando riscontro con quanto affermava la Casa Bianca le Nazioni Unite si fossero oppose all’intervento militare in Iraq, gli Stati Uniti decisero di invadere il Paese nel 2003. La risposta dell’opinione pubblica in questo caso fu molto diversa da quella sull’Afghanistan. Del resto, i militari statunitensi erano già da un anno e mezzo in Afghanistan e iniziavano a subire perdite per mano dei Talebani: che senso aveva iniziare un’altra guerra?
L’invasione iniziò il 20 marzo. Il 9 aprile gli Stati Uniti prendevano il controllo di Baghdad, la capitale. Il regime di Saddam Hussein era caduto. Il dittatore in fuga venne catturato a dicembre e condannato a morte per impiccagione tre anni dopo.
Esattamente come accaduto in Afghanistan, i successi militari iniziali non volevano dire che l’operazione stesse andando come sperato. Il vuoto di potere lasciato da Saddam Hussein innescò una violenta e sanguinosa guerra civile tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita, nonché un’insurrezione contro le forze di occupazione e contro il governo di transizione che queste avevano stabilito. Ancora una volta, gli Stati Uniti si trovano impreparati a gestire il Paese: gli attacchi suicidi sembrano impossibili da contrastare, l’esercito non ha contezza delle diverse fazioni che si combattono tra loro, finendo per rispondere a ogni potenziale minaccia con sempre più violenza, causando vittime tra la popolazione civile, con la quale non si riesce a instaurare una base di relazione, su cui costruire la nuova realtà nel Paese.
Sia la guerra in Afghanistan che quella in Iraq dovevano essere, nei piani dell’amministrazione Bush, degli interventi rapidi, volti al cambio di regime e all’eliminazione della minaccia. L’idea era quella di far cadere i regimi autoritari, per rimpiazzarli con una struttura statale democratica, rendendo quei Paesi meno permeabili alle infiltrazioni di cellule terroristiche. Ma l’esportazione della democrazia si è rivelata un fallimento totale. Non solo perché gli Stati Uniti si sono trovati impantanati in conflitti durati anni, che hanno comportato spese per circa 8 trilioni di dollari e pesantissime perdite statunitensi, nonché la morte di centinaia di migliaia di civili afghani e iracheni. Ma anche perché, alla fine, hanno lasciato nella regione traumi e ferite difficili da risanare.
La war on terror aveva l’obiettivo di eliminare la minaccia del terrorismo islamico. Eppure, dopo vent’anni di operazioni antiterrorismo condotte dagli Stati Uniti, i miliziani islamici nel mondo sono più che triplicati. In Iraq gli Stati Uniti sono dovuti tornare nel 2014, tre anni dopo aver ritirato le truppe, per combattere l’Isis, lo Stato Islamico. E in Afghanistan, appena l’esercito statunitense ha lasciato il Paese dopo vent’anni di guerra – la più lunga nella storia per Washington – i Talebani hanno ripreso indisturbati il potere. Come se non fossero mai andati via.
Come sono cambiati gli Stati Uniti
Allo stesso tempo, in 25 anni, gli Stati Uniti sono cambiati profondamente. L’11 settembre ha provocato un enorme shock nella psiche americana. Paura, rabbia, incredulità, voglia di vendicarsi. Un miscuglio di sentimenti che ha facilitato, per l’amministrazione Bush, la trasformazione del sistema nazionale di sicurezza a una velocità incredibile. Secondo alcuni analisti, dinamiche di questo tipo non erano completamente nuove: durante la Guerra Fredda la Casa Bianca aveva già usato la paura di una contaminazione comunista come pretesto per operazioni di sorveglianza interna, nonché per mettere in secondo piano i diritti delle persone, in nome della sicurezza. Ma dopo il 2001 tutto questo viene portato a un livello superiore.
Viene creato il dipartimento della Homeland Security – quello a cui fanno riferimento oggi gli agenti dell’ICE – che militarizza l’approccio all’immigrazione. Nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre vengono compiuti una serie di arresti, completamente arbitrari, basati unicamente sulla religione e sui Paesi di origine delle persone. Inizia un processo di deumanizzazione della comunità musulmana, che risulterà in un’ondata di islamofobia in tutto l’Occidente.
In Iraq, nella prigione di Abu Ghraib, i detenuti vengono sottoposti ad abusi di ogni tipo: torture, stupri, sodomizzazioni. L’amministrazione Bush cercò di dipingere il tutto come episodi isolati, ma diverse organizzazioni per i diritti umani come la Croce Rossa, Human Rights Watch e Amnesty International, stabilirono che si trattasse di un sistematico piano di torture e trattamenti denigratori e brutalizzanti. Avvenivano ad Abu Ghraib, in Iraq, così come avvenivano negli altri siti di detenzione, tra cui anche la prigione di Guantanamo.
La CIA, autorizzata dall’amministrazione Bush, le chiamava “enhanced interrogation techniques”, ma erano torture: i detenuti venivano legati nelle cosiddette “stress position”, venivano fatti restare in piedi fino a quando le ginocchia cedevano, venivano esposti a luce continua o rumori altissimi, caldo o freddo estremo, veniva impedito loro di dormire, venivano sottoposti al cosiddetto “waterboarding”, venivano umiliati, picchiati, aggrediti sessualmente.
Le immagini dei prigionieri di Guantanamo in tuta arancione, ammanettati a mani e piedi e incappucciati, hanno fatto il giro del mondo. Lì è ancora detenuto Khalid Sheikh Mohammed, considerato l’architetto degli attacchi dell’11 settembre. Ma lì sono finiti anche moltissimi uomini che con Al Qaeda avevano poco a che fare, ma che per il solo fatto di essere arabi e musulmani sono stati incarcerati e interrogati. Alcune informazioni di intelligence che l’Office of special plans ha usato per sponsorizzare l’invasione dell’Afghanistan sono state estorte da prigionieri sotto tortura.
Ma le violazioni dei diritti non hanno riguardato solo prigioni più o meno lontane. Con l’approvazione del Patriot Act negli Stati Uniti sono state eliminate moltissime restrizioni per le forze di polizia e di intelligence. Che da quel momento hanno avuto un accesso senza precedenti telefoni, mail, comunicazioni, registri medici e finanziati dei cittadini. È stato ampliato il principio di discrezionalità per gli agenti di frontiera di fermare, detenere e deportare chiunque fosse sospettato di terrorismo.
La National Security Agency, l’Agenzia per la sicurezza nazionale, ha dato il via, con l’approvazione dell’amministrazione Bush, a un programma di sorveglianza chiamato Stellar Wind, che prevedeva la raccolta massiccia di dati: venivano ascoltate telefonate, lette mail, controllate le cronologie di ricerca su Internet e i pagamenti online. Il problema è che migliaia di dati venivano raccolti in maniera indiscriminata, anche su persone che non erano state segnalate come sospette dai servizi di intelligence. Parecchi dubbi sulla legalità del programma iniziarono a emergere sia in seno al dipartimento di Giustizia. Per l’allora direttore dell’FBI, Robert Mueller, circa il 99% dei casi non aveva portato a nulla, ma nel clima che si respirava, quell’1% giustificava comunque la sorveglianza di massa. Diverse inchieste giornalistiche denunciarono la natura del programma. Nel 2006, sulla base di queste inchieste, l’Unione americana per le libertà civili presentò una denuncia contro il programma, affermando che fosse incostituzionale, senza avere però alcun successo.
Come siamo cambiati noi
L’invasione dell’Afghanistan e soprattutto quella dell’Iraq, basata su argomentazioni fabbricate a tavolino, così come i lunghi anni di dura occupazione, hanno innescato un sentimento anti-americano non solo nei Paesi arabi, ma in tutto il mondo. Allo stesso tempo, la caricatura che l’amministrazione Bush faceva del mondo arabo, descritto come naturalmente violento e bestiale, ha alimentato una ondata di islamofobia senza precedenti.
La guerra al terrorismo doveva avere come obiettivo un mondo più sicuro e invece ne ha prodotto uno traumatizzato, ferito, diviso e instabile. Un mondo in cui gli Stati Uniti non erano più visti come la superpotenza che credevano di diventare, vincendo la Guerra Fredda.
Le detenzioni prolungate senza processo, i rapimenti, le torture hanno ridimensionato la credibilità degli Stati Uniti nella loro rivendicazione di voler esportare la democrazia. E i programmi interni di sorveglianza massiva hanno scalfito l’ideale che anche i cittadini statunitensi avevano del loro Paese come simbolo della democrazia, dei diritti e delle libertà.
Dopo decenni di war on terror gli Stati Uniti sono cambiati profondamente. E con loro il mondo intero. Non sono più l’unica superpotenza. Quello in cui viviamo è un contesto sempre più multipolare, dove l’ambizione di Washington di essere vista come una sorta di guida morale non è più verosimile.