Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

Hebron, viaggio nella città fantasma dopo l’assedio israeliano: “Le nostre case distrutte per punirci”

Immagine
La marcia del ritorno dei palestinesi nelle proprie case a Hebron. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida
Dopo 11 giorni di operazione militare israeliana, migliaia di palestinesi sono tornati alle proprie abitazioni. Tra case devastate e posti di blocco, i residenti denunciano: “Viviamo nel terrore continuo”.

La chiamano la città fantasma, Hebron o Al Khalil in arabo, famosa per le sue uve, per le fabbriche di ceramiche e vetri, e per l’occupazione.

Entrare ad Hebron non è mai stato facile, la città è sempre stata circondata da checkpoint e da colonie. A volte non ci sono soldati, a volte sì. Decidono loro se entri o meno. Ma anche al suo interno la città è occupata da coloni e presidiata dall’esercito, divisa in due dal Protocollo di Hebron del 1997. La zona H1 (circa l'80% della città) è amministrata dall'Autorità Nazionale Palestinese, mentre la zona H2 (il restante 20%, che include il centro storico, la Moschea di Abramo e diversi insediamenti dei coloni) è sotto il controllo militare israeliano.

Noi entriamo nella zona palestinese, la H2, dove per 11 giorni l’esercito israeliano ha condotto una delle più pesanti operazioni militari mai condotte nella città negli ultimi anni, ponendo sotto totale assedio i quartieri di  Al-Jalda e Ain Deir Baha.

Fa il segno della vittoria con la mano fuori dal finestrino della macchina, Aya, quindici anni e già consapevole dei propri diritti. “Tornare a casa” è quello che rivendica urlandolo ai soldati israeliani che ne bloccavano l’accesso. Per 11 giorni Aya, la sua famiglia e altre 3300 persone sono state cacciate dalle proprie abitazioni, distrutte o usate come basi dell'Idf, in seguito all’attentato terroristico del 23 ottobre. Era un venerdì di due settimane fa quando due uomini palestinesi armati hanno sparato per venti minuti contro i soldati dell’esercito israeliano, uccidendone due e ferendone tre, nei pressi di uno dei molti checkpoint che circondano la zona. I due attentatori sono poi stati neutralizzati immediatamente e le loro case demolite, mentre il premier Netanyahu ha da subito lanciato una "vasta operazione" in risposta all'attacco.

Immagine
La marcia del ritorno dei palestinesi nelle proprie case ad Hebron. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida.

L’operazione militare portata avanti per giorni ha costretto allo sfollamento di più di tremila persone, centinaia sono state perquisite, arrestate e interrogate, sono stati svuotato completamente alcuni quartieri, causando la sospensione delle lezioni per più di 80.000 studenti; 15 strutture sono state completamente demolite e chiusi 327 tra negozi e attività commerciali, con una perdita economica stimata di circa 12 milioni di NIS (circa tre milioni di euro) al giorno.

La scorsa settimana il capo di stato maggiore Eyal Zamir delle Idf aveva comunicato al primo ministro Benjamin Netanyahu che non c'erano ragioni operative per continuare l'operazione a Hebron e che non esisteva alcuna base giuridica per impedire ai palestinesi di tornare a casa. Eppure solo ieri è stata riaperta la via di casa alle famiglie palestinesi che, con quell’attentato, non c'entravano niente.

“Quando è iniziato l’assedio l’esercito ci ha solo detto che dovevamo andare via da casa nostra, pensavamo si sarebbe trattato di qualcosa di poche ore invece l’operazione è durata giorni. Con noi non abbiamo potuto portare nient’altro che i documenti”, spiega Osama Natsha, padre di Aya mentre cammina con i suoi quattro figli verso i militari israeliani che bloccano la strada d’accesso ai quartieri allora ancora assediati. Siamo alla marcia del ritorno delle famiglie di Hebron, che domenica scorsa, dopo dieci giorni di sfollamento forzato, hanno chiesto di poter tornare a casa. "Quando sono tornato”, ci dice il giorno seguente in collegamento telefonico, “casa mia era ancora in piedi ma altre no, altre sono state completamente devastate e alcune distrutte. A casa di una famiglia che conosco hanno distrutto anche l’arredamento, adesso fa paura, è irriconoscibile. Altre sono state saccheggiate. In casa nostra i soldati siano entrati in ogni stanza, i vestiti erano fuori dall’armadio, hanno controllato tutto, c’erano due porte chiuse che sono state distrutte”, continua l’uomo. “I soldati erano entrati in casa mia già il giorno dell’attentato, vedevo le luci da lontano. Se c’era qualcosa da controllare, l’avevano già fatto undici giorni fa. Avrebbero potuto farci tornare immediatamente. Invece no, perché hanno voluto punirci collettivamente".

L’esercito, infatti, si è ritirato ieri dopo 11 giorni di assedio, permettendo alle famiglie di tornare alle proprie case ma lasciando loro edifici distrutti: dai video che abbiamo visionato alcune abitazioni sono state completamente messe sotto sopra, con armadi distrutti, abiti buttati a terra, cassetti aperti e svuotati, e i giochi dei bambini rotti. D’altronde la violenza di una forza occupante verso la popolazione sotto occupazione passa anche da questo: dalla privazione e dalla violazione della propria intimità, che è umiliazione.

“Sì è trattato di una punizione collettiva. Le persone che hanno effettivamente compiuto l'attacco non fanno parte della nostra famiglia e non sono nemmeno del nostro quartiere, ma di quello vicino”, ci racconta Zahraa, 25 anni, “viviamo nella paura e nello stress costanti. Anche se oggi torniamo a casa, anche se il governo in Israele dovesse cambiare, niente cambierà per noi. La sinistra è solo una destra istruita. Sarà la stessa identica cosa. Si tratta solo di decidere tra qualcuno che ci uccida più o meno velocemente dell'altro”.

Immagine
Zahraa e sua madre alla marcia del ritorno ad Hebron. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida

L’operazione militare ad Hebron ha coinciso con gli ultimi giorni di campagna elettorale israeliana ed è stata usata dalla destra di governo per mostrare il pugno duro contro i palestinesi. Il ministro delle finanze dell’attuale coalizione, Bezalel Smotrich, colui al quale è affidata l’amministrazione della Cisgiordania, venerdì 23 ottobre era andato ad Hebron promettendo di “allontanare il male” e invocando “demolizioni di massa”.

Dopo l’attentato, otto nuovi avamposti hanno iniziato a essere costruiti nella zona delle colline a sud di Hebron, con l'approvazione delle Idf e sotto la guida del Consiglio regionale di Hebron Sud e del Ministro Smotrich.

Il ritiro dell’esercito dai quartieri di Al-Jalda e Ain Deir Baha non significa la fine delle restrizioni imposte ad Hebron e all’intera area. Attualmente sono aperti solo 2 dei 7 ingressi alla città, mentre i checkpoint dell'area H2 restano per la maggior parte chiusi.

Mentre gli sfollati ritornano alle proprie case, infatti, nella stessa città un bambino palestinese urla di dolore per una frattura alla gamba ma l’ambulanza non può raggiungerlo a causa dei posti di blocco israeliani.

“Ho chiamato l'ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese alle 12:42. Tuttavia, l'ambulanza non è arrivata fino alle 14:10 perché non poteva entrare nell'area senza il coordinamento con l'esercito israeliano. Il bambino ha dovuto sopportare un'ora e mezza di dolore prima che i sanitari potessero raggiungerlo e trasportarlo in ospedale”, ha scritto l’attivista Issa Amro sui suoi profili social, “le famiglie stanno tornando, ma l'assedio e le restrizioni militari continuano. Hebron rimane sotto occupazione e i suoi residenti palestinesi continuano ad affrontare gravi minacce alla loro sicurezza e libertà di movimento”.

Immagine
La marcia del ritorno dei palestinesi nelle proprie case ad Hebron. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida.

“No all’espulsione”, recitava un cartello tenuto in mano domenica da una bimba di pochi anni, in braccio alla madre e avvolta da una kefiah bianca e nera. Davanti a lei i militari con fucili spianati, dietro decine di persone che chiedevano di tornare a casa.

Così i bambini di Al Khalil imparano presto quali siano i propri diritti, ma anche il dolore inflitto dalla loro violazione e la determinazione per continuare a rivendicarli. A nessuno di loro verrà data indietro l’infanzia, ma almeno per oggi hanno di nuovo una casa.

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views