Un anno di cessate il fuoco a Gaza, ma si continua a morire: “Protesi negate a migliaia di bambini amputati”
Un anno fa Saleh al-Jafarawi, giornalista freelance di Gaza City, annunciava con la gioia negli occhi il cessate il fuoco appena siglato tra Israele ed Hamas.
Venne ucciso poco dopo, a colpi d’arma da fuoco da milizie armate da Israele in chiave anti Hamas, come dimostrato da diverse inchieste. La sua morte parlò chiaro: il cessate il fuoco non avrebbe portato pace.
A un anno di distanza, lontano dai tavoli diplomatici e dalle dichiarazioni ufficiali, la guerra non si è mai fermata. Le testimonianze quotidiane del personale medico e delle organizzazioni per i diritti umani restituiscono un quadro apocalittico, in cui la crisi umanitaria non fa che peggiorare. Il sistema sanitario, ormai al collasso strutturale totale, si regge unicamente sugli sforzi disperati di medici e infermieri, abbandonati a se stessi in strutture che operano molto oltre le proprie capacità.
Secondo i dati riportati da Milena Ansari, direttrice del dipartimento dei Territori Palestinesi Occupati presso Physicians for Human Rights Israel nel suo ultimo rapporto “Il genocidio di Israele a Gaza è ancora in corso a un anno dal così detto cessate il fuoco”, ad oggi, su 36 ospedali presenti nella Striscia di Gaza, solamente 20 sono considerati "parzialmente funzionanti". Sebbene vi sia stato un lieve incremento rispetto alle 14 strutture di un anno fa, questi presidi dipendono in modo esclusivo da generatori di emergenza, poiché l'unica centrale elettrica di Gaza ha smesso di funzionare l'11 ottobre 2023, in seguito al blocco totale imposto dalle autorità israeliane.
“Quando noi, le Nazioni Unite o altre organizzazioni umanitarie, diciamo ‘non pienamente funzionanti’, intendiamo che questi ospedali dipendono totalmente da generatori di emergenza. Non c'è abbastanza carburante per far funzionare i generatori. In un ospedale senza elettricità e senz'acqua, la vita dei pazienti è a rischio perché le cure non possono essere adeguate alle loro condizioni. Parliamo principalmente di grandi ospedali governativi o delle ONG, non di cliniche da campo”, spiega a Fanpage.it Ansari, “i pazienti in dialisi per esempio hanno a disposizione un numero limitato di macchinari a causa della mancanza dello specifico liquido a base di bicarbonato di sodio, necessario per farli funzionare. I medici hanno dovuto ridurre il numero di trattamenti per questi pazienti. Solo la settimana scorsa, il complesso medico Nasser ha annunciato di aver finito le siringhe. Non si trovano garze semplici o disinfettanti per pulire gli ospedali, non si ha accesso ad acqua pulita”.
Come testimonia la direttrice, Israele continua a negare l'ingresso di disinfettanti e prodotti per la depurazione dell'acqua, con la giustificazione che si tratta di articoli "a duplice uso" (civile e militare). Stessa cosa per incubatrici e ventilatori. Ma Gaza ha anche il più alto numero registrato di bambini amputati, che necessitano di valutazioni, protesi, giunture specifiche, scarpette mediche in silicone, sedie a rotelle. “Le organizzazioni umanitarie cercano di far entrare questi componenti, ma le autorità israeliane lo impediscono. Mancano persino macchinari per risonanze magnetiche o TAC”, continua la donna.
A questo collasso logistico si somma l'afflusso ininterrotto di feriti, descritto da Mohammed Alyazji, fisioterapista di Medici Senza Frontiere, supervisore dell'ospedale Al-Awda. Il carico di lavoro sul personale medico, racconta il sanitario, è rimasto invariato rispetto ai mesi di conflitto aperto. “I pronto soccorso continuano a ricevere vittime in condizioni critiche, con ferite provocate da esplosioni e colpi d'arma da fuoco. Il reparto di riabilitazione dell'ospedale Al-Awda, dotato di soli 20 posti letto, lavora al massimo della sua capacità per assistere casi estremamente complessi, tra cui figurano numerosi pazienti politraumatizzati con amputazioni bilaterali, rimasti feriti proprio durante questo ultimo anno di presunta tregua”, commenta il medico.
Oltre alle vittime dirette dei bombardamenti, si registra una spaventosa ondata di feriti ‘indiretti’: i reparti si riempiono di civili con gravi ustioni, provocate dall'utilizzo quotidiano di fuochi a legna di fortuna all'interno delle tende per poter cucinare. Cresce inoltre a dismisura il numero di feriti per incidenti stradali, una conseguenza dell'utilizzo di veicoli fatiscenti e divenuti insicuri a causa della totale assenza di manutenzione. È impossibile fare una distinzione per genere o età: gli ospedali curano indistintamente uomini, donne, bambini e anziani, spesso colpiti da spari mentre cercavano semplicemente riparo tra i teli dei loro accampamenti.
Per i feriti più gravi, l'unica speranza concreta di salvezza risiede ancora nell'evacuazione medica fuori da Gaza, ma la complessa burocrazia dei trasferimenti è una condanna a morte per i gazawi. “Il Ministero della Salute locale stima che migliaia di pazienti, inclusi neonati di pochissimi mesi, siano morti mentre attendevano l'autorizzazione per lasciare il territorio e farsi curare altrove”, spiega ancora la direttrice Ansari, “al momento ci sono circa 18.000 pazienti che necessitano di cure urgenti all'esterno della Striscia. Nonostante la petizione presentata all'Alta Corte israeliana dall'Ong Physicians for Human Rights, lo Stato di Israele continua a rifiutare i trasferimenti verso gli ospedali palestinesi della Cisgiordania o di Gerusalemme Est, che distano meno di 50 chilometri (solo un'ora di macchina) e sarebbero pronti ad accoglierli immediatamente. Le autorità israeliane consentono l'evacuazione esclusivamente verso Paesi terzi molto lontani, come Regno Unito, Italia o Spagna: una soluzione logistica del tutto impraticabile per assorbire un'emergenza medica di tale vastità e senza nessuna garanzia di ritorno a Gaza”.
A erodere ulteriormente la tenuta sociale e sanitaria vi è infine la criminalizzazione e il blocco delle principali agenzie umanitarie che operavano nella Striscia. Alla fine di ottobre 2024, il parlamento israeliano ha approvato due leggi che vietano all'UNRWA di operare all'interno del suo territorio, in modo da recidere ogni legame statale con l'agenzia. Poiché Israele controlla i valichi di frontiera, i visti per gli operatori umanitari e il coordinamento logistico per l'ingresso degli aiuti, questa rottura ha di fatto paralizzato la capacità operativa e logistica dell'UNRWA nella Striscia di Gaza a partire dal 2025. “Metà della popolazione palestinese, storicamente sfollata, dipendeva quasi interamente dai servizi e dalla logistica dell'UNRWA, che ora è stata bloccata senza che nessun'altra organizzazione possieda l'infrastruttura per sostituirne l'operato”, commenta Ansari.
Nel frattempo, il peggio potrebbe ancora dover arrivare. L'inverno è ormai alle porte e minaccia di portare con sé ondate di maltempo con conseguenti allagamenti che rischiano di sommergere le tendopoli, esponendo centinaia di migliaia di sfollati, tra cui in particolar modo i bambini, al freddo.
“Quello che stiamo vivendo non è un cessate il fuoco, perché veniamo ancora bombardati, feriti e uccisi”, conclude Alyazji, “penso che tutte le persone qui siano esauste, sono stati tre anni di continue sofferenze. Siamo ancora in guerra e questa è solo un'altra fase della guerra a Gaza”.