Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Immagine

Impazza ormai dappertutto l’articolo de Il Corriere della Sera “Tate di notte, fino a 260 euro per accudire i neonati mentre i genitori dormono: «Non un lusso ma un bisogno». In tantə lo abbiamo letto e strabuzzato gli occhi, non tanto perché chiunque abbia bambinə piccolə vede come un miraggio le otto ore di sonno, ma per quella frase messa tra virgolette: “Non un lusso ma un bisogno”. Perché certo, dormire è un bisogno, ma 260 euro a notte non è un lusso solo se sei abituato a ragionare come Leonardo Maria Del Vecchio, ossia fuori dal mondo reale.

Ti è piaciuto questo episodio di STREGHE?

condividi

Streghe è una newsletter femminista. Non è accomodante, e a volte nemmeno troppo educata.

Abbiamo un obiettivo: mettere a nudo e combattere il patriarcato.

Non è un lavoro semplice, ma non nego che mi diverto molto a farlo. Sostieni Streghe: ci si iscrive qui.


Nel senso comune viene considerato normale non dormire quando in casa c’è un neonato o una neonata. Che si sveglino durante la notte è fisiologico e di certo non possiamo pretendere che a tre mesi si addormentino alle otto di sera e riaprano gli occhi alle otto del mattino. Il risultato, però, è che abbiamo eserciti di genitori – ma diciamocelo: soprattutto di madri – che passano le notti in piedi e non riescono a riposare in modo adeguato. E chi si lamenta o prova semplicemente a dire che non ce la fa viene spesso liquidata con frasi tipo: “Eh, hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala”. Solo che non dormire è molto meno romantico, e anche molto meno “naturale” – ammesso che questa parola abbia davvero senso – di quanto ci raccontiamo. La privazione di sonno ti porta allo sfinimento, aumenta il rischio di depressione post partum, ti rende meno lucida, meno presente, meno capace di mantenere il contatto con quello che succede intorno a te. E se a questo aggiungiamo che devi occuparti di un essere umano che dipende interamente da te, il livello di difficoltà e di angoscia cresce. Soprattutto perché il peso della cura, ancora oggi, ricade in larghissima parte sulle madri. E quindi molto spesso non c’è nemmeno qualcuno con cui dividere davvero la fatica.

Negli anni i servizi di assistenza alla genitorialità sono stati progressivamente smantellati. Per moltissime cose – dal corso preparto a quello sullo svezzamento, fino alla disostruzione pediatrica – i genitori sono sempre più spesso costretti a rivolgersi al privato. E così si crea un divario sempre più netto tra chi può permettersi di spendere centinaia di euro per un ciclo di incontri su come praticare manovre salvavita al proprio figlio o alla propria figlia e chi, invece, si attacca riccamente. A cosa, immaginatelo voi.

Perché i consultori, che dovrebbero offrire proprio questo tipo di sostegno, vengono troppo spesso chiusi, accorpati o lasciati con servizi ridotti all’osso. E alla fine il risultato è sempre lo stesso: chi ha i soldi può comprarsi assistenza, sanità e qualità della vita, chi non li ha può arrangiarsi. E attenzione, perché qui non stiamo parlando di vezzi: stiamo parlando di servizi che possono migliorare concretamente la vita delle famiglie e prevenire situazioni di difficoltà molto serie. Non a caso, in Paesi come l’Olanda e la Germania il sostegno domestico e pratico nei primi giorni di vita del neonato viene considerato un vero e proprio investimento di medicina preventiva. Evitare che una madre arrivi allo sfinimento o sviluppi una depressione post partum, aiutare una famiglia a gestire correttamente l’alimentazione e la cura del neonato, significa anche ridurre accessi impropri al pronto soccorso e costi sanitari successivi. Per questo, in quei sistemi, è prevista la presenza di figure dedicate – ostetriche, infermiere o professioniste specializzate nell’assistenza materno-infantile – che accompagnano i genitori soprattutto nelle prime settimane dopo la nascita.

In Italia, invece, gran parte dell’assistenza pratica e logistica viene ancora scaricata sulla famiglia. Ma, in fondo, è sempre stato così. Nel nostro Paese l’attenzione pubblica verso genitori e famiglie è stata storicamente molto scarsa. Si è dato per scontato che esistesse una rete familiare capace di colmare le mancanze dello Stato: nonni, zie, parenti, soprattutto donne, chiamati a sostituire servizi che non c’erano o erano insufficienti. Era un sistema fragile già prima, ma oggi sta mostrando tutte le sue crepe. I figli si fanno sempre più tardi, i nonni spesso lavorano ancora oppure sono troppo anziani per poter garantire un aiuto quotidiano, le reti familiari sono più disperse e i genitori si ritrovano sempre più soli. E lo Stato cosa fa? Continua in larga parte a ignorare il problema, mentre intorno a questo vuoto proliferano servizi privati a pagamento. Tutto ciò che non viene garantito dal pubblico diventa qualcosa da comprare: assistenza, sostegno, consulenze, aiuto pratico. E quindi, ancora una volta, chi può permetterselo trova una soluzione.  La puericultrice finisce così per diventare un servizio privato, qualcosa che puoi permetterti soltanto se hai abbastanza soldi. Tanto è normale non dormire, no?

Ne ho parlato con la puericultrice Marica Bombino, che da anni si occupa di assistenza alla genitorialità. Bombino mi ha spiegato che in passato questa figura era molto più presente nei reparti di neonatologia, nei nidi ospedalieri e nei servizi territoriali. Oggi, invece, la puericultrice è una professione sempre più marginalizzata nel pubblico: i concorsi non sono più banditi, e la maggior parte di chi svolge questo lavoro è costretta a operare privatamente.

“Il cambiamento è avvenuto progressivamente anche negli ospedali, con l’introduzione di figure professionali diverse che potevano coprire parte delle nostre competenze, come l’infermiera neonatale – mi spiega -. Con la carenza di fondi, molti ospedali hanno progressivamente preferito queste figure, anche perché una delle differenze è che noi puericultrici non possiamo somministrare farmaci, ma possiamo solo occuparci di tutto ciò che riguarda la fisiologia del neonato. Un’altra differenza importante rispetto al passato riguarda la continuità dell’assistenza: in altri Paesi europei, per esempio, l’ostetrica può seguire la donna durante il parto, nelle ore immediatamente successive e poi continuare anche a casa con l’assistenza domiciliare. Da noi questa continuità si è persa molto, si lavora poco sulla promozione della salute e non vengono valorizzate abbastanza queste competenze”.

“Nel privato le tariffe cambiano tantissimo a seconda che si tratti di assistenza diurna o notturna e che la prestazione sia occasionale oppure continuativa – continua Bombino -. A Roma, mediamente, per il diurno parliamo di non meno di 20-25 euro l’ora, ma dipende molto dalla richiesta della famiglia, dal numero di ore e dalla durata complessiva del percorso. Io oggi non faccio più assistenza notturna perché ho due bambini piccoli, ma la facevo prima di diventare mamma. All’epoca prendevo circa 80 euro a notte, dalle 20 alle 8, per un neonato, con una coppia di gemelline ero arrivata a circa 100 euro, parliamo però di una decina di anni fa, i prezzi erano più bassi. Oggi, per esempio, una mia collega prende circa 120 euro a notte. Naturalmente, se si chiede una presenza occasionale il costo può cambiare. Per servizi continuativi, inoltre, alcune agenzie propongono due professioniste che si alternano, perché una sola persona non potrebbe sostenere tutte le notti”.

Il punto non è soltanto offrire un aiuto pratico alle famiglie, ma cambiare completamente approccio, ossia intervenire prima che la fatica diventi emergenza. Per Bombino, il sostegno alla genitorialità dovrebbe essere considerato parte della prevenzione sanitaria, non un servizio accessorio da attivare quando ormai la situazione è esplosa. “Il vero problema, secondo me, è che noi lavoriamo pochissimo sulla promozione della salute e sulla prevenzione. Aspettiamo che una donna vada in difficoltà nella gestione del post partum, magari fino ad arrivare al pronto soccorso o a situazioni purtroppo molto gravi, e solo allora interveniamo. Avrebbe molto più senso lavorare prima, sulla prevenzione, e proteggere la famiglia e la neomamma dalla solitudine. Non lo dico soltanto io: sappiamo quanto sia importante avere un sostegno in questa fase. E oggi non è più sufficiente pensare alla zia o alla nonna come si poteva fare trent’anni fa, perché la società è cambiata. È facile dire che venti o trent’anni fa le nostre famiglie crescevano da sole tre, quattro o cinque figli, ma nel frattempo è cambiato tutto, e per fortuna. Lavorare sulla salute e sulle informazioni corrette significa anche ridurre situazioni di rischio: le nostre nonne potevano avere anche nove figli, ma purtroppo capitava che alcuni morissero nei primi anni di vita. Oggi abbiamo conoscenze e strumenti che allora non c’erano”.

Da qui anche un altro punto centrale: il sostegno non dovrebbe dipendere dal reddito o dalla capacità di orientarsi tra servizi e professionisti. L’assistenza alla genitorialità dovrebbe essere accessibile a tutte e tutti, perché riposare, essere accompagnati e non affrontare da soli i primi mesi non sono lussi, ma bisogni. “Io credo fortemente che questo sostegno dovrebbe essere accessibile. Non può essere riservato soltanto a chi sa che esiste, lo cerca e può permetterselo. In un momento così particolare della vita e della genitorialità, secondo me tutti dovrebbero avere almeno la possibilità di ricevere un aiuto. Per alcune famiglie sarà prevalentemente un aiuto pratico. Una mamma può semplicemente avere bisogno di dormire e ben venga che ci sia qualcuno che durante la notte si occupi del bambino. Ma perché pensare soltanto alla notte? Durante il giorno c’è moltissimo altro da fare. Per stare bene, essere in forma e riuscire a dare il meglio, anche il riposo è un bisogno”.

“Secondo me siamo in una situazione di peggioramento. Lo dico per esperienza personale, ma anche per quello che vedo nel mio lavoro. Noi puericultrici non abbiamo praticamente più possibilità di partecipare a concorsi pubblici e siamo costrette a lavorare quasi esclusivamente nel privato, con partita Iva e senza particolari forme di sostegno. La cosa che trovo più triste è che altri Paesi investono molto di più sulla prevenzione e questo significa anche ridurre i casi gravi e gli accessi al pronto soccorso. C’è anche un risparmio economico importante. Perché non pensare banalmente a questo? Investire sulla prevenzione significa spendere prima per evitare di spendere molto di più dopo. Per me questo sostegno dovrebbe essere un diritto”.

Ricorderete purtroppo la terribile vicenda del neonato morto nel gennaio del 2023, a soli tre giorni dalla nascita, all’ospedale Sandro Pertini di Roma. In un primo momento si disse che la madre, stremata dal parto e dalle notti trascorse senza riuscire a riposare, si fosse addormentata mentre lo allattava e che il bambino fosse morto soffocato accanto a lei. Una ricostruzione che ebbe un’enorme eco mediatica e che aprì immediatamente anche un dibattito sulle condizioni delle donne nel post partum e sulla necessità di non lasciarle sole proprio nelle ore successive alla nascita. Successivamente, la perizia disposta dalla Procura escluse responsabilità della madre e del personale sanitario e ricondusse il decesso alla sindrome della morte improvvisa del lattante, la cosiddetta ‘morte in culla'. Nel marzo del 2024 la Procura chiese quindi l’archiviazione dell’inchiesta.

Ma nel frattempo quella tragedia aveva acceso un faro su qualcosa che andava molto oltre il singolo caso: lo sfinimento delle donne dopo il parto, la solitudine in cui troppo spesso vengono lasciate e la progressiva scomparsa di figure dedicate ad accompagnare materialmente madre e neonato in quei primi giorni difficilissimi. Fu proprio in quel contesto che, il 4 febbraio 2023, la categoria delle puericultrici scrisse alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro della Salute Orazio Schillaci, alla ministra del Lavoro Marina Calderone e alle forze politiche. Nella lettera chiedevano un intervento a tutela di una professione che denunciavano essere stata progressivamente marginalizzata nel Servizio sanitario pubblico e che rischiava, secondo loro, di scomparire definitivamente anche a causa della mancata presenza nel contratto collettivo nazionale. Le puericultrici rivendicavano soprattutto la necessità di mantenere nei reparti di maternità e neonatologia personale specificamente formato per l’assistenza al neonato sano e per il sostegno alla famiglia: dalla cura quotidiana del bambino all’allattamento, dalla prevenzione della Sids alle indicazioni per il rientro a casa, fino al supporto pratico ed emotivo della puerpera. E chiedevano che queste competenze non venissero semplicemente redistribuite su personale formato per funzioni differenti, ma riconosciute e tutelate all’interno della sanità pubblica. Marica Bombino, insieme ad altre puericultrici, fu poi ricevuta dal deputato del Partito Democratico Marco Furfaro. Racconta che ci fu attenzione e disponibilità ad approfondire il problema e che la categoria portò anche in quella sede materiali e proposte per spiegare il valore del proprio lavoro e le conseguenze della sua progressiva privatizzazione. Da quell’interlocuzione, però, non nacque poi alcun intervento concreto.

Proprio ieri, 27 ottobre, alla Camera dei deputati è stata presentata ufficialmente la proposta di legge “La genitorialità non nasce da sola”, sostenuta dalla deputata del Movimento 5 Stelle Gilda Sportiello e nata anche grazie a una petizione che ha raccolto oltre 43mila firme. All’incontro hanno partecipato Corinna De Cesare, fondatrice di thePeriod, la scrittrice e attivista Francesca Bubba e l’ostetrica e divulgatrice Alessandra Bellasio, che hanno contribuito anche alla stesura del testo della proposta di legge. Al centro della proposta c’è il vuoto assistenziale che si apre dopo il parto, quando madri e famiglie vengono spesso lasciate sole proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di sostegno pratico, psicologico e sanitario. Il testo prevede un accompagnamento che non si fermi alle prime settimane di vita del neonato, ma arrivi fino ai tre anni, attraverso équipe multidisciplinari composte da ostetriche, psicologi, educatori e altre figure specializzate. L’obiettivo è portare parte dell’assistenza direttamente a domicilio e trasformare il sostegno alla genitorialità in un servizio pubblico e accessibile a tutte e tutti, invece che in una possibilità riservata a chi può permettersi di pagarla.

"La scelta di ricorrere a una ‘tata della notte' non è un lusso o un segno di disimpegno, ma una necessità che nasce spesso da una profonda solitudine diurna – conclude Bombino -. Nei primi mesi di vita di un neonato, la madre si trova frequentemente a gestire da sola l’intero carico dell’accudimento per 10 o 12 ore consecutive, mentre il partner è al lavoro e la rete familiare è assente. Questo isolamento prolungato, unito alla gestione continua di pianti, poppate e bisogni del piccolo, richiede un'energia monumentale e logora progressivamente le forze fisiche e mentali della donna. In questo contesto, poter contare su un aiuto notturno diventa una vera e propria strategia di sopravvivenza biologica. Il sonno non è un vizio, ma un bisogno fisiologico fondamentale: dormire qualche ora di fila permette alla madre di recuperare le energie necessarie per essere lucida, presente e serena durante le lunghe e faticose ore del giorno successivo. Invece di liquidare questo fenomeno come una moda elitaria o, peggio, colpevolizzare le mamme, bisognerebbe riconoscere che tale scelta è la risposta diretta a una società che ha isolato la maternità, privandola di quella ‘tribù' che un tempo sosteneva i genitori. Delegare il riposo notturno non significa sottrarsi ai propri doveri, ma tutelare la propria salute mentale per garantire al proprio figlio una presenza diurna attenta, sicura e amorevole".


Se se sei arrivata fino a qui, e se ricevi questa Newsletter, vuol dire che apprezzi il faro che cerchiamo di tenere sempre acceso sulle questioni di genere. Streghe è una newsletter gratuita, ma oggi voglio ricordarti che il nostro lavoro di approfondimento e divulgazione è possibile anche grazie al sostegno dei nostri abbonati. Fanpage.it è un giornale libero e indipendente: se vuoi sostenere il nostro lavoro puoi farlo abbonandoti qui. Grazie a chi lo ha fatto, e a chi lo farà. Per noi è molto importante.

Ciao!

Natascia Grbic

Immagine

Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Immagine

Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

[Altro]
Mostra tutto
api url views
Immagine
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato