Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Di pochi giorni fa la notizia dell’archiviazione per il chirurgo Giuseppe Sica, accusato di violenza privata nei confronti della sua assistente, la chirurga Marzia Franceschilli. Resta invece in piedi, davanti al giudice di pace, il procedimento per lesioni.
La vicenda è nota e aveva fatto molto scalpore, suscitando anche una forte reazione della Regione Lazio, che avviò una riorganizzazione del reparto di chirurgia mininvasiva guidato da Sica. Il professore fece ricorso al Tar, che però lo respinse. Le conseguenze disciplinari per lui furono comunque piuttosto limitate: il rettorato di Tor Vergata lo sospese per un mese, dal 15 dicembre al 14 gennaio, un periodo che coincise sostanzialmente con le festività natalizie. Ora è arrivata anche l’archiviazione per l’accusa di violenza privata. Ed è qui che voglio soffermarmi, perché la giudice per le indagini preliminari non mette in dubbio che ci sia stata un’aggressione. Scrive invece che non è possibile stabilire con certezza che Franceschilli abbia lasciato la sala operatoria perché costretta da quella condotta: “l’uscita dalla sala operatoria non è stata con certezza determinata dall’aggressione compiuta dall’indagato”. Quel giorno, secondo quanto ricostruito nel provvedimento, Sica aveva contestato davanti agli altri l’operato della collega, le aveva detto “ti devi vergognare”, l’aveva colpita sulla nuca e le aveva ordinato di andarsene indicando una porta. Franceschilli aveva risposto “si vergogni piuttosto lei” ed era poi uscita dalla sala utilizzando un’altra porta. Proprio il fatto che abbia reagito e che non abbia seguito materialmente l’indicazione di Sica viene letto come elemento incompatibile con l’idea che sia stata costretta ad andarsene. È su questo punto che non viene riconosciuto il reato di violenza privata.
Streghe è una newsletter femminista. Non è accomodante, e a volte nemmeno troppo educata.
Abbiamo un obiettivo: mettere a nudo e combattere il patriarcato.
Non è un lavoro semplice, ma non nego che mi diverto molto a farlo. Sostieni Streghe: ci si iscrive qui.
“La dottoressa è stata l’unica ad avere il coraggio di denunciare fatti di questo tipo, che accadono quotidianamente nelle sale operatorie italiane – ha spiegato a Fanpage.it l’avvocato di Franceschilli, Simone Palombi -. Se sei il primario, se sei il professore, puoi fare praticamente quello che vuoi e nessuno ha il coraggio di imporsi. E secondo me pesa anche il fatto che lei sia una donna: esiste ancora un certo tipo di atteggiamento nei confronti delle donne. Lei ha avuto il coraggio di denunciare. Quel reparto è stato chiuso per sei mesi, Sica ha ricevuto una sanzione disciplinare da parte di Tor Vergata e adesso si rischia di chiudere tutto con una bolla di sapone. Questa, invece, secondo me era un’opportunità per mettere mano a un sistema marcio, sia nei confronti delle donne sia nei confronti dei subordinati all’interno delle sale operatorie. E questa occasione è stata persa. Francamente resto anche basito dal fatto che l’ordinanza sia stata scritta da una giudice donna. È una cosa che mi lascia ancora più perplesso”.
Dopo la vicenda, a Franceschilli è stato proposto un trasferimento. Formalmente la dottoressa lo ha accettato ma, nelle condizioni che si erano create a Tor Vergata, aveva ben poche alternative. Il clima nel reparto era diventato ormai irrespirabile: non soltanto per la presenza del professor Sica, ma anche perché, purtroppo, dopo episodi del genere spesso i colleghi tendono a non esporsi e a schierarsi con chi occupa la posizione di maggiore potere, anche per timore di conseguenze sulla propria carriera. Franceschilli è stata quindi trasferita al San Camillo, nel reparto trapianti. Un cambiamento tutt’altro che neutro sul piano professionale: per anni aveva lavorato e investito nella propria formazione in chirurgia oncologica e si è ritrovata a operare in un settore diverso da quello nel quale si era specializzata e che aveva scelto per il proprio percorso professionale. Insomma, alla fine, dopo i colpi e gli insulti, è stata proprio lei a pagare il prezzo più alto della vicenda.
Il recap della vicenda è doveroso, perché in questa puntata di Streghe vorrei parlare del fenomeno degli abusi di potere in campo medico. Siamo abituati a pensare alla sala operatoria quasi fosse una puntata di Grey’s Anatomy e, nel tempo, abbiamo introiettato modelli di comportamento tossici che finiamo per considerare normali, o addirittura giustificabili. Così il medico che urla, umilia colleghi e pazienti, tratta male chi gli sta intorno e non tollera di essere contraddetto viene percepito come una specie di genio alla Dottor House, invece che come una persona incapace di relazionarsi in modo adulto e civile con gli altri. Una persona che, in un normale posto di lavoro, probabilmente verrebbe allontanata o quantomeno costretta a rivedere il proprio comportamento.
Qui però è doverosa una premessa: non facciamo di tutta l’erba un fascio, né è mia intenzione sminuire o denigrare il lavoro del personale sanitario, che nel nostro Paese è anzi troppo spesso poco valorizzato, tra salari inadeguati, turni massacranti e scarsa considerazione. Medici, infermieri e operatori sanitari lavorano in moltissimi casi sotto uno stress continuo, dentro un Servizio sanitario nazionale sempre più depauperato dai tagli del Governo, e meritano il nostro sostegno e il nostro riconoscimento. Ma proprio per questo non possiamo far finta di non vedere che, dentro questo sistema, esiste anche un problema di abusi di potere che coinvolge una parte di chi occupa posizioni apicali. Ed è un problema che va finalmente affrontato.
Può capitare, da pazienti ma anche da professionisti sanitari, di incontrare medici che si rivolgono agli altri con modi bruschi, sbrigativi o apertamente offensivi. Così come può capitare di assistere a professionisti che urlano contro la propria équipe e che finiscono per essere descritti semplicemente come “professori dal carattere difficile”. Per anni comportamenti di questo tipo sono stati considerati quasi parte del mestiere: il chirurgo che umilia un’infermiera davanti agli altri, che tratta con durezza uno specializzando o che arriva perfino a lanciare uno strumento perché gli è stata passata la pinza sbagliata.
Naturalmente non è così per la maggior parte dei professionisti sanitari, che lavorano con rispetto e correttezza anche in condizioni molto difficili. Ma esiste ancora una cultura, soprattutto nei rapporti fortemente gerarchici, che tende a confondere l’umiliazione con la formazione e la durezza con l’autorevolezza. E chi ne fa le spese sono spesso le persone più giovani o quelle che occupano una posizione subordinata all’interno dell’équipe.
Ma non si tratta semplicemente di eccentricità o del carattere difficile del “genio incompreso”. Quando urla, umiliazioni e intimidazioni diventano un modo abituale di esercitare una posizione gerarchica, siamo davanti a comportamenti abusanti che non dovrebbero essere considerati normali né inevitabili e che, ancora oggi, continuano a esistere in una parte delle strutture sanitarie. Rispetto al passato, però, qualcosa sta cambiando. Le nuove generazioni sembrano meno disposte ad accettare questi atteggiamenti come un prezzo inevitabile da pagare per imparare il mestiere e più propense a segnalarli e denunciarli, nonostante il peso delle gerarchie e le difficoltà che possono incontrare all’interno dei reparti e delle strutture. Resta comunque un fenomeno di cui si parla ancora poco, anche perché per molto tempo determinati modi di esercitare l’autorità sono stati considerati parte normale della professione, invece di essere riconosciuti, quando superano certi limiti, come forme di abuso di potere.
Non so se devo specificarlo, ma ovviamente la maggior parte dei comportamenti violenti – che siano fisici o verbali – avvengono nei confronti delle donne.
Ne ho parlato con Sasha Damiani, medica anestesista fondatrice della pagina divulgativa "Mamme a nudo" e autrice del libro “Lo faccio per il tuo bene. Sguardi e testimonianze sulla violenza ostetrica”, in cui affronta anche il tema degli abusi di potere e della violenza tra colleghi.
“È un fenomeno molto radicato – spiega -. E al di là dell’aneddotica e degli episodi che emergono, che comunque sono sempre una sottorappresentazione di quello che succede – perché per una persona che racconta ce ne sono tantissime altre che non lo fanno – le volte in cui se ne sente parlare sono soltanto la punta dell’iceberg. Ci sono anche dati e ricerche, soprattutto fuori dall’Italia. È un fenomeno che ha proprio un nome: disruptive behaviors, cioè, letteralmente, comportamenti aggressivi. Sono stati studiati soprattutto nel mondo anglosassone, che è tutt’altro che perfetto come sistema sanitario, anzi, ma ha almeno questa abitudine a parlare dei problemi, denunciarli e quantomeno darsi dei feedback per migliorare”.
“C’è uno studio dal quale risultava che questi comportamenti sono talmente frequenti che, solo nel Regno Unito, oltre il 95% dei medici, quindi non soltanto quelli che lavorano in sala operatoria, riferiva di aver sperimentato almeno un episodio nell’ultimo anno, inteso come episodio di aggressione o intimidazione verbale o fisica. È paradossale che possano essere considerati normali, perché a me sembra abbastanza evidente che, al di là della mancanza di rispetto nei confronti della persona che li subisce e anche nei confronti del paziente – che sia cosciente o meno – siano comportamenti che peggiorano il modo di lavorare di tutti. Ci sono infatti studi che mostrano che il gruppo lavora peggio, perché non lavora più soltanto con lo stress, tutto sommato fisiologico, di un lavoro di grande responsabilità, ma anche con lo stress provocato dal proprio superiore che ti urla contro”.
“L’altra cosa interessante è che questo tipo di comportamenti non si verifica praticamente mai con persone che hanno un grado gerarchico superiore al tuo. Si verifica tra pari oppure, molto più spesso, verticalmente da parte di una persona che ha una posizione di responsabilità nei confronti del proprio team, oppure un medico nei confronti degli infermieri o degli OSS. C’è una scala gerarchica nella quale, per esempio, i tirocinanti sono quelli messi peggio”.
Diversamente da quanto spesso immaginiamo, questi comportamenti non sono affatto segnali di autorevolezza o professionalità. “In realtà questi sono anche segni di una scarsa competenza – continua Damiani -. Noi parliamo sempre dell’essere bravi tecnicamente, dell’avere competenze nel senso di aver studiato, di sapere fare le cose, di avere capacità tecniche, di saper ‘muovere le mani’. Ma ci dimentichiamo che il nostro, in quanto lavoro di cura, è un lavoro che richiede – o almeno dovrebbe richiedere – prima di tutto delle competenze relazionali. Significa sapersi comportare nel modo più adeguato a seconda del contesto, con i pazienti e con i propri colleghi. A maggior ragione in sala operatoria, dove le decisioni a volte devono essere prese molto rapidamente, è necessario che ci siano coordinazione e fiducia tra i membri dell’équipe. Un comportamento di questo tipo significa che non sai lavorare in équipe e non sai gestire la tensione”.
Ma non è solo questo. “Si tratta anche di una forma per ristabilire l’ordine gerarchico, perché le gerarchie e il paternalismo sono ancora molto forti dentro gli ospedali. E non esiste soltanto il paternalismo nei confronti dei pazienti, ma anche quello all’interno del gruppo. Poi purtroppo ci sono anche persone che magari non agiscono direttamente questi atti di violenza, ma ne sono testimoni e finiscono in qualche modo per diventarne complici con la classica frase: ‘Ai miei tempi si faceva anche di peggio, ci siamo passati tutti ed è così che siamo cresciuti professionalmente’. È la dinamica dell’abusato che finisce per giustificare il comportamento abusante, invece di metterlo in discussione”.
La dinamica di genere, spiega Damiani, “pesa molto. Quando si parla delle aggressioni contro i sanitari si dà sempre per scontato che si parli delle aggressioni da parte dei pazienti e dei familiari contro il personale sanitario. E numericamente sono certamente un problema. Tra il 2020 e il 2022 sono stati registrati seimila episodi di violenza. Però, andando a vedere qualitativamente da chi sono state commesse queste violenze, dentro quei numeri a volte ci sono anche le violenze interne, cioè da parte dei colleghi o dei superiori. C’erano, per esempio, alcuni dati del sindacato degli infermieri che mostravano che una parte delle aggressioni arriva proprio dai colleghi – colleghi in senso lato, perché poi spesso si tratta di superiori – e che due vittime su tre sono donne. Così come sono donne due vittime su tre delle aggressioni da parte dei pazienti e dei parenti. E anche qui dobbiamo chiederci se sia un caso. Le sale operatorie fino a dieci o quindici anni fa erano molto gerarchizzate anche nei ruoli: le donne ricoprivano soprattutto il ruolo di infermiere, fondamentalmente strumentiste, mentre di chirurghe se ne vedevano poche. Adesso le chirurghe sono molte di più, soprattutto tra le giovani, e quindi si sovrappongono tanti aspetti: il chirurgo maschio più grande, la tirocinante, la specializzanda o la neoassunta, che è una donna più giovane e anche meno esperta e che in qualche modo si affida al proprio tutor. Quello che a me rammarica molto è che di queste cose non si parli quasi per niente a livello di direzioni aziendali. Quando avvengono questi episodi, anche quando vengono segnalati – e purtroppo vengono segnalati poco, perché come puoi immaginare, quando ad aggredirti è un tuo superiore, con che coraggio vai a raccontarlo? – non è per niente facile. Ma anche quelle volte in cui si prova a parlarne, non è che da parte di chi dovrebbe tutelare tutta l’équipe ci sia una grande presa di posizione. E non parlo soltanto dell’équipe, ma anche dei pazienti. Credo che nessuno di noi vorrebbe immaginare di trovarsi in una sala operatoria mentre le persone che devono operarlo si stanno urlando addosso”.
Il problema è che anche quando questa violenza è nota ai vertici, spesso passa sottotraccia e viene ignorata. “Forse perché esiste l’idea sbagliata che si tratti di una sorta di tradizione, che bene o male ci siano passati tutti. Quando lavoravo molto dentro gli ospedali mi è capitato di sentire – non parlo necessariamente delle direzioni, ma di altre persone – sostenere davvero che potesse essere qualcosa di formativo. Come se sentirsi umiliati avesse uno scopo formativo. Credo che su questo ci sia anche una grossa dinamica generazionale. Alla fine sono le stesse cose che puoi sentire da alcuni genitori anziani o da alcuni nonni, non tutti ovviamente, che ti dicono: ‘Un ceffone non ha mai fatto male a nessuno’. Mentre magari un genitore più giovane, o semplicemente una persona con una sensibilità diversa, la pensa diversamente. Secondo me siamo un po’ in un guado a livello educativo. Che si tratti di educazione pedagogica o di formazione professionale, il concetto è lo stesso. Dobbiamo levarci dalla testa che la violenza possa essere in qualche modo curativa o didattica”.
Riconoscere questi comportamenti come forme di violenza e abuso di potere, però, è solo il primo passo. Perché se vogliamo davvero cambiare quello che succede dentro gli ospedali non basta proteggere chi li subisce o intervenire quando il caso esplode: bisogna anche occuparsi di chi quella violenza la esercita e, soprattutto, chiedersi perché le strutture sanitarie facciano ancora così fatica persino a riconoscerla come un problema.
“Possiamo anche pensare che una persona violenta sia, prima di tutto, una persona fragile – spiega Damiani -. È una cosa che di solito ci manda un po’ in cortocircuito, e non lo dico certo per prenderne le difese, ma perché bisogna anche curarla. Se tu ti comporti così nel contesto del tuo lavoro, viene anche da chiedersi come ti comporti a casa. Anche quando si parla di violenza contro le donne, al di là di tutto ciò che bisogna fare per estirparla e per proteggere le donne, stanno emergendo sempre di più anche gli sportelli per gli uomini maltrattanti, cioè la necessità di provare a correggere questi comportamenti. E in tanti casi si vede che non sono affatto casi persi. Con il dovuto supporto psicologico si può lavorare”.
“Tra l’altro, proprio per quanto tutto questo sia normalizzato, come medici siamo invitati almeno una volta l’anno a compilare una survey sulle violenze contro gli operatori sanitari, per segnalare e raccontare gli episodi. E in tutte le domande che vengono fatte non compare praticamente mai la possibilità di indicare che l’autore dell’aggressione subita era un collega o un superiore. Poi magari c’è lo spazio libero in cui puoi scriverlo, ma il fatto stesso che non esista una casella apposita mi fa chiedere: è qualcosa che non viene neanche in mente oppure è un dato che non vogliamo raccogliere? Io ho più l’impressione che sia la seconda. Perché se accettassimo davvero questo dato dovremmo cambiare moltissime cose. A partire dalla formazione, dalla presenza di psicologi interni, da percorsi di management clinico costruiti anche sulla base di questo: come si comporta la mia équipe? Come si comportano le persone che ne fanno parte? Invece il comportamento non lo valutiamo praticamente mai. Valutiamo sempre soltanto le skills tecniche”.
“Eppure, quando vai alle formazioni aziendali, senti parlare continuamente di leadership del manager. Poi che venga realmente applicato o meno io non lo so, però almeno in teoria sappiamo che la leadership non si esercita con la violenza. Nel mondo sanitario, invece, esiste ancora l’equivoco per cui leadership significa ‘fare la voce’. Da questo punto di vista il mondo anglosassone potrebbe essere un esempio. Non voglio certo mettere sul piedistallo la sanità americana, ma quando ci sono esempi positivi possiamo provare a prenderli. Mi è capitato di frequentare contesti inglesi e statunitensi. Ricordo in particolare una volta a New York: un chirurgo imprecò durante un intervento, ma nel senso che disse una cosa tipo ‘damn it’, un’imprecazione generica, non rivolta a qualcuno. Poi chiese scusa a tutta l’équipe perché aveva perso il controllo e aveva utilizzato parole che riteneva inaccettabili. Ricordo di essermi girata verso il collega anestesista che era lì e di avergli detto: ‘Ma in che senso?’. Gli raccontai quello che succede abitualmente in alcune sale operatorie italiane e lui rimase sconvolto. Ripeto, non voglio mettere sul piedistallo la sanità americana, però quando ci sono esempi positivi proviamo a prenderli, perché da questo punto di vista siamo indietro”.
Eppure qualcosa, lentamente, sta cambiando. Comportamenti che fino a pochi anni fa venivano accettati come parte inevitabile della formazione e del lavoro in ospedale oggi vengono messi molto più spesso in discussione. A cambiare è soprattutto la soglia di tolleranza delle nuove generazioni di medici, sempre meno disposte a considerare normale lavorare nella paura, subire umiliazioni o accettare condizioni che violano i propri limiti.
“Devo dire però che, da quando se n’è parlato molto per questo caso, a me è capitato di ricevere diverse testimonianze, anche in anonimo, da colleghe. Mi seguono molte colleghe e hanno iniziato a raccontarmi queste cose. Avevo fatto anche un post su questo argomento. È bastato aprire quel vaso di Pandora, fare una domanda, e tantissime persone hanno iniziato a raccontare. Dieci o vent’anni fa probabilmente non lo avrebbero mai fatto. Nemmeno in anonimato. Tanto era più normalizzato. Quindi, secondo me, già il fatto che se ne parli, che qualcuno ci metta la faccia, è un elemento positivo. Quando venivano ripresi sui social contenuti relativi a questo caso di Roma, per curiosità andavo a leggere i commenti. C’era magari quello che scriveva: ‘Guarda questa che si lamenta, ai miei tempi ci prendevamo una flebo di vetro addosso e stavamo zitti’. Ma per ogni commento del genere ce n’erano almeno venti che rispondevano: ‘Ma che stai dicendo? Non è che siccome noi abbiamo vissuto nel terrore dobbiamo continuare a vivere nel terrore. Anzi, meno male che oggi qualcuno parla’. Io lo vedo come un movimento positivo, probabilmente dovuto anche a un cambiamento generazionale. L’ho visto molto anche con i nuovi specializzandi: i neomedici oggi hanno un’altra sensibilità, sia nei confronti dei pazienti sia nei confronti di loro stessi. Sono molto più bravi a mettere dei limiti, a dire: ‘No, non lavoro il doppio rispetto a quello che dovrei fare da contratto’. Sono più capaci di mettere un confine. Poi rimane sempre molto difficile denunciare, per tutti i motivi che abbiamo detto legati al potere, alla soggezione e al genere. Però il trend delle denunce è positivo: rispetto al passato sono aumentate".
Se se sei arrivata fino a qui, e se ricevi questa Newsletter, vuol dire che apprezzi il faro che cerchiamo di tenere sempre acceso sulle questioni di genere. Streghe è una newsletter gratuita, ma oggi voglio ricordarti che il nostro lavoro di approfondimento e divulgazione è possibile anche grazie al sostegno dei nostri abbonati. Fanpage.it è un giornale libero e indipendente: se vuoi sostenere il nostro lavoro puoi farlo abbonandoti qui. Grazie a chi lo ha fatto, e a chi lo farà. Per noi è molto importante.
Ciao!
Natascia Grbic