Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Jane Doe ha denunciato una violenza e si è ritrovata al centro di una campagna di doxxing, minacce e umiliazione pubblica. Il suo caso mostra cosa succede quando alle donne chiediamo di denunciare, ma poi le processiamo per la loro vita, il loro corpo e la loro sessualità.
Streghe è una newsletter femminista. Non è accomodante, e a volte nemmeno troppo educata.
Abbiamo un obiettivo: mettere a nudo e combattere il patriarcato.
Non è un lavoro semplice, ma non nego che mi diverto molto a farlo. Sostieni Streghe: ci si iscrive qui.
È un po’ che non ci sentiamo bene (in tutti i sensi in realtà) ma qui a Fanpage siamo stati molto presi dal Festival che si sta svolgendo proprio questo fine settimana. Domani Streghe sarà live all’Acquario Romano (attaccato alla stazione Termini), con un panel dove intervisterò Bambole di Pezza ed Eterobasiche. Spero di vederti! Se vuoi venire non ti scordare di prenotare il tuo posto cliccando qui, se no poi dobbiamo fare come quando a 20 anni scavalcavamo il muro di Villa Ada per vedere i concerti senza pagare, con la differenza che adesso ce partono le rotule.
Qui ce ne stiamo accorgendo poco, ma oltreoceano le strade delle principali città statunitensi sono invase da donne al grido di “End rape culture” e “I’m Jane Doe”. I fatti sono noti, e riguardano la vicenda dello stupro di gruppo effettuato da alcuni membri della confraternita Chi Phi della Cornell University, ai danni di una studentessa allora ventenne. La giovane, rimasta anonima ovviamente, e menzionata col solo pseudonimo di Jane Doe, ha denunciato l’accaduto due anni fa, ma le sue accuse non furono prese seriamente in considerazione, e la procura locale aveva chiuso il caso senza formulare accuse. Questo perché, secondo la ricostruzione fatta dal procuratore Matthew Van Houten, Jane Doe avrebbe assunto volontariamente alcol, marijuana e ketamina, e anche i rapporti sarebbero stati consensuali. Qui però nasce una prima frattura: nel 2026 è emerso che la procura non avrebbe avuto la trascrizione completa dell’intervista di Jane Doe alla polizia universitaria. In quella trascrizione, secondo CBS e altre ricostruzioni, lei parlava di vuoti di memoria e diceva chiaramente di ritenere di essere stata violentata. Van Houten ha dichiarato di non aver visto quel materiale nel 2024. Cornell, invece, ha sostenuto di aver trasmesso alla procura tutte le informazioni investigative. In ogni caso, da una parte o dall’altra, non è stato dato nessun peso alle dichiarazioni della ragazza, che affermava senza sé e senza ma di non aver assunto volontariamente tutte quelle sostanze, e di essere stata violentata.
Il caso è stato poi riaperto nel settembre 2026 e successivamente affidato alla procuratrice generale di New York Letitia James come special prosecutor. Ma non è di questo che voglio parlare oggi sulla newsletter.
Jane Doe ha denunciato, proprio ciò che a gran voce si chiede di fare alle donne che subiscono abusi. E le è successo esattamente ciò che ogni donna sa che può accadere quando si denuncia una violenza. Non tappeti rossi e la strada spianata verso la giustizia, ma la potenza di fuoco di un’opinione pubblica che ti mette sulla graticola, ti dà della bugiarda e cerca di annientarti.
Quando, a distanza di due anni, la denuncia è diventata di dominio pubblico in seguito alla causa civile intentata da Jane Doe contro la Cornell University, il caso è esploso. Ma a suscitare indignazione non è stato il comportamento dei sette studenti denunciati — due dei quali furono espulsi dall’università dopo un’indagine interna, altri sospesi e i restanti obbligati a redigere tesine sul proprio comportamento. No. L’opinione pubblica ha cominciato a prendersela con Jane Doe, andando a sciacallare tra le pagine dei documenti pubblicamente accessibili alla ricerca di qualcosa di torbido nella sua storia, per rendere pubblici dettagli pruriginosi con il solo scopo di umiliarla e, lo dico senza filtri, violentarla una seconda volta.
Perché possiamo dirci tutte le cose che vogliamo: che denunciare è giusto, che bisogna incentivare le donne a non rimanere in silenzio, che bisogna avere fiducia nella giustizia. Ma chi denuncia, senza troppe distinzioni, sa che può andare incontro esattamente a questo. Alla meglio ti dicono: “Eh, però te la sei andata a cercare”. Altrimenti diffondono il tuo nome, le tue foto, i dettagli sulla tua vita privata e sulla tua famiglia. Ti minacciano di morte. Ti dicono che in realtà hai goduto a essere stuprata, che sei soltanto una poco di buono che vuole rovinare la vita a dei bravi ragazzi. Pubblicano le tue fotografie, ti espongono al pubblico ludibrio e invitano gli altri a commentare, giudicare e denigrare il tuo corpo, dando vita a stupri online tra centinaia se non migliaia di persone. In poche parole, vogliono distruggerti. E qualche volta ci riescono.
Il 29 settembre è partita pubblicamente la caccia all’identità di Jane Doe. Michael Tracey, giornalista legato alla galassia dell’alt-right, ha lanciato un appello chiedendo di aiutarlo a scoprire e rendere pubblico il nome della ragazza, “al fine di valutarne l’attendibilità” (perché dire che voleva punirla per aver denunciato sembrava brutto). Allo stesso modo Aidan Thompson, altro personaggio legato all’estrema destra e fondatore di AF Post, ha chiesto “aiuto” al cosiddetto burnerverse, una rete di account anonimi su X razzisti e misogini dediti a molestie, stupri online, e violenze verso le donne. Foto di diverse ragazze che non avevano nulla a che fare con il caso hanno cominciato a circolare sui social. Sono stati pubblicati i loro indirizzi di casa, minacciate le loro famiglie, fatti commenti sessuali sul loro aspetto. Alcune sono diventate anche oggetto di deepfake realizzati con l’intelligenza artificiale, oltre che di molestie e abusi online. L’avvocato di Jane Doe ha raccontato che la sua assistita ha ricevuto minacce e intimidazioni al punto da smettere di uscire di casa e da coprire le finestre con fogli di carta per impedire che si potesse vedere all’interno. È stata anche vittima di swatting, una pratica che negli Stati Uniti ha già provocato morti: qualcuno ha segnalato falsamente alla polizia che nella sua abitazione era avvenuta una sparatoria. Gli agenti sono arrivati armati e hanno fatto irruzione, per poi scoprire che nessuno era in pericolo. Tranne, a questo punto mi viene da dire, Jane Doe.
A questo si sono aggiunti i media che, entrati in possesso degli atti riguardanti Jane Doe, hanno iniziato a pubblicare gli screenshot dei messaggi privati che la giovane si era scambiata con alcuni dei ragazzi denunciati nei giorni successivi a quella notte. Si tratta di messaggi che sono agli atti e che sicuramente servono agli investigatori per ricostruire il caso, ma che sono stati pubblicati con un taglio puramente morboso, mettendo alla berlina lei e la sua vita sessuale. Il risultato è stato trasformare un caso complicato, doloroso ed estremamente delicato in una specie di giornaletto pornografico, dando in pasto dettagli intimi agli incel e ai red pill di turno perché possano sentirsi potenti almeno una volta nella loro vita, giudicando e umiliando una donna che ha denunciato una violenza.
La prossima volta che chiedete “perché non ha denunciato?”, pensate a Jane Doe.
Se se sei arrivata fino a qui, e se ricevi questa Newsletter, vuol dire che apprezzi il faro che cerchiamo di tenere sempre acceso sulle questioni di genere. Streghe è una newsletter gratuita, ma oggi voglio ricordarti che il nostro lavoro di approfondimento e divulgazione è possibile anche grazie al sostegno dei nostri abbonati. Fanpage.it è un giornale libero e indipendente: se vuoi sostenere il nostro lavoro puoi farlo abbonandoti qui. Grazie a chi lo ha fatto, e a chi lo farà. Per noi è molto importante.
Ciao!
Natascia Grbic