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Nadir Rossi è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso la moglie Jessica Dalla Chiara. L’uomo si trova ora in carcere: non ha voluto rispondere alle domande del giudice per le indagini preliminari e la sua richiesta di domiciliari è stata respinta.

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Ho letto le carte che dispongono la custodia cautelare in carcere di Rossi e mi si è stretto più volte lo stomaco. Perché Jessica Dalla Chiara voleva vivere e cercava con tutte le sue forze di tenersi in vita. Era terrorizzata da quello che le stava accadendo, aveva paura di morire e soprattutto di lasciare da sola la sua bambina. Non sapere che cosa stesse succedendo al suo corpo era per lei fonte di ansia e angoscia: voleva guarire e, proprio per questo, si affidava anche a suo marito, di cui si fidava ciecamente. Arrivò addirittura a chiedergli di occuparsi lui dei suoi medicinali, perché temeva che gli infermieri non fossero abbastanza scrupolosi.


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Secondo la ricostruzione accusatoria, però, proprio quell’uomo stava agendo in modo subdolo per ucciderla. Fingeva di occuparsi di lei e intanto, nonostante il suo terrore, avrebbe continuato a iniettarle insulina di nascosto per provocarle delle crisi e portarla alla morte.

Jessica Dalla Chiara è morta tre giorni dopo essere stata dimessa dall’ospedale, dove era rimasta ricoverata per circa un mese. Secondo quanto ricostruito nelle carte, Rossi avrebbe poi falsificato una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, sostenendo che la volontà della moglie fosse quella di essere cremata. A nulla sono valsi i tentativi dei genitori di Jessica di convincerlo della necessità di eseguire un’autopsia: lui si è mosso autonomamente e molto rapidamente, facendo cremare il corpo della donna.

La vicenda è molto complessa. Nadir Rossi è stato arrestato a oltre due anni dalla morte di Jessica Dalla Chiara, dopo che i genitori della donna, convinti che in quella storia ci fosse qualcosa che non tornava, hanno continuato a chiedere che venisse fatta chiarezza.

Proprio per la delicatezza del caso ho intervistato la criminologa Roberta Bruzzone, che ha redatto una consulenza tecnica per la difesa di Loretta Rossi, madre di Jessica, e ha seguito la vicenda sin dall’inizio affiancando la famiglia. Bruzzone ha svolto approfondimenti per capire se quella di Jessica fosse davvero una morte naturale e, già nelle prime fasi, aveva individuato diversi elementi che non tornavano. Dalla sua analisi emerge, tra le altre cose, l’assenza di elementi compatibili con una volontà suicidaria da parte di Jessica, che invece era molto attaccata alla vita. Bruzzone evidenzia inoltre una manipolazione di alcune delle memorie lasciate da Jessica sul telefono, in particolare nei passaggi relativi alla relazione extraconiugale di Rossi.

Una delle domande che in molti si stanno facendo è se ci fossero segnali che avrebbero potuto far capire che il comportamento dell’uomo non fosse genuino: elementi da cui intuire che stesse cercando di manipolare chi gli stava intorno, oppure se fosse riuscito a fingere così bene da ingannare tutti.

“Guardate, dobbiamo liberarci dall’idea che una persona manipolatoria si presenti con un cartello al collo – spiega Bruzzone -. Può apparire premurosa, affidabile, perfettamente inserita. E può utilizzare proprio quella credibilità per orientare il modo in cui gli altri interpretano quello che accade. In questa vicenda ritengo centrale il tentativo di controllare il racconto di ciò che succedeva a Jessica. Ma distinguerei due questioni: individuare oggi le incongruenze, mettendo insieme tutti gli elementi, e poterle riconoscere allora, quando ciascuno disponeva soltanto di una parte delle informazioni. Sono condizioni molto diverse. Eviterei, quindi, di trasformare l’abilità di chi inganna in una colpa di chi si è fidato”.

Non solo: riconoscere un manipolatore, quando si è dentro una relazione affettiva, è molto complicato e non sempre immediato. “È difficile perché dentro una relazione si parte da un presupposto: la persona che ho accanto vuole il mio bene – continua Bruzzone -. Se sto male, penso che mi aiuterà. Non che possa essere proprio lei a provocare quel malessere. Questa fiducia è una componente normale del legame affettivo, non una forma di stupidità. Quando emergono contraddizioni, inoltre, si tende a cercare una spiegazione compatibile con la persona che si crede di conoscere. Riconoscere un comportamento manipolatorio richiede già uno sforzo enorme. Arrivare a pensare ‘questa persona potrebbe volermi uccidere’ significa mettere in discussione la propria sicurezza, la propria storia, la propria famiglia. Non possiamo pretendere che una vittima ragioni come un investigatore, tanto più mentre sta male”.

Stando almeno agli elementi oggi in nostro possesso, Nadir Rossi non avrebbe mai usato violenza nei confronti di Jessica Dalla Chiara. Siamo abituati a pensare che un femminicidio sia quasi sempre preceduto da un’escalation di abusi, minacce e controllo. In molti casi è così, ma esistono anche vicende in cui questa escalation non emerge. “L’assenza di precedenti aggressioni fisiche conosciute non è una garanzia di sicurezza – spiega infatti Bruzzone -. Non esiste una sequenza obbligatoria per cui prima devono esserci gli insulti, poi gli schiaffi e infine l’omicidio. Alcune condotte possono svilupparsi in modo occulto, senza passare attraverso una violenza apertamente riconoscibile. Se l’ipotesi accusatoria sarà confermata, qui dovremo ragionare proprio su questo: una violenza esercitata attraverso ciò che appariva una malattia, dentro una relazione di fiducia. Una persona può essere aggredita senza sapere di esserlo. E il fatto che non risultino percosse precedenti non rende meno plausibile, di per sé, un’aggressione nascosta. Questo, però, non significa che ogni relazione difficile nasconda un potenziale assassino. Significa che il rischio va valutato sui comportamenti e sul contesto, senza affidarsi alla rassicurazione: ‘Non le aveva mai alzato le mani’".

Circa un anno e mezzo dopo la morte della moglie, nel novembre del 2025, Nadir Rossi avrebbe tentato il suicidio nell’ospedale in cui lavorava. A una prima lettura, si potrebbe pensare a una forma di pentimento per la morte di Jessica. Ma il significato di quel gesto potrebbe essere molto più complesso. “Il pentimento non si misura con un gesto autolesivo. Un tentativo di suicidio, da solo, non dimostra né rimorso né innocenza, e non consente neppure di concludere automaticamente che ci sia stata una messinscena. Va ricostruito nel suo contesto, attraverso i dati clinici, le comunicazioni e i comportamenti che lo precedono e lo seguono. Una persona può provare una sofferenza anche molto intensa per le conseguenze che teme di subire. Ma soffrire per la propria situazione e riconoscere il dolore inflitto a un’altra persona sono due cose diverse. Per parlare di pentimento cercherei una reale assunzione di responsabilità, il riconoscimento della vittima e del danno arrecato. Il gesto, isolato da tutto il resto, non ci autorizza a leggere nella mente di nessuno. E una concentrazione di farmaco risultata non letale non basta, da sola, a stabilire quale fosse l’intenzione”.

C’è un episodio che mi ha scosso particolarmente. Nadir Rossi aveva progressivamente allontanato la figlia dai nonni materni, fino a non permettere più loro di vederla. Il 26 dicembre 2025, quando ormai teme che le indagini sulla morte della moglie possano portare al suo arresto, parla alla bambina della possibilità che lui possa non esserci più e attribuisce la responsabilità di quello che gli sta accadendo alla nonna materna, Loretta. Le dice che la nonna è “cattiva”, che gli ha fatto molto male e arriva a dirle che, se gli fosse successo qualcosa, gliel’avrebbero “fatta pagare”. La bambina, durante quella conversazione, si spaventa e piange. “L’episodio che lei richiama è particolarmente preoccupante perché coinvolge una bambina piccolissima, che ha già subito una perdita enorme – sottolinea Bruzzone -. Spaventarla e cercare di compromettere il rapporto con una figura affettiva significa esporla a un ulteriore carico emotivo che non ha gli strumenti per gestire. A tre anni una bambina non può decifrare le strategie degli adulti. Si affida. Le parole di un genitore possono diventare, per lei, la realtà. Non possiamo misurare un sentimento dall’esterno, ma possiamo osservare se un adulto protegge i bisogni di sua figlia oppure li sacrifica ai propri obiettivi. Quando un bambino viene coinvolto per screditare un familiare o ottenere un vantaggio, il suo benessere viene messo in secondo piano. E questo è gravissimo. Una figlia non può diventare lo strumento con cui un adulto conduce le proprie battaglie”.

Jessica Dalla Chiara è morta tre giorni dopo essere stata dimessa dall’ospedale, a 32 anni, senza che fosse stata individuata una patologia in grado di spiegare quello che le stava accadendo. I medici avevano già prospettato alla famiglia il sospetto di una somministrazione esterna di insulina. Eppure nessuna autorità, né medica né giudiziaria, intervenne per bloccare la cremazione e disporre il sequestro della salma. È anche su questo passaggio, e sugli eventuali errori nella catena di decisioni che portarono alla cremazione, che ho chiesto un parere a Roberta Bruzzone.

“Questa è una domanda che merita una risposta puntuale, documentata. Non può essere liquidata con un generico ‘non si poteva sapere’, ma neppure risolta attribuendo responsabilità senza aver ricostruito ogni passaggio. Occorre distinguere il momento in cui è emerso il sospetto di una somministrazione esterna da quello in cui sono arrivati i risultati degli accertamenti. Poi bisogna verificare chi sapesse che cosa, quali informazioni fossero state trasmesse e su quali documenti sia stata autorizzata la cremazione. Di fronte alla morte di una donna di 32 anni, preceduta da episodi clinici non chiariti e da un sospetto di somministrazione esterna di insulina, è doveroso chiedersi se tutti gli elementi disponibili siano stati adeguatamente considerati. La cremazione ha precluso ulteriori accertamenti sul corpo: è una conseguenza concreta e irreversibile. Dire oggi quale singolo professionista o quale autorità abbia sbagliato richiede l’esame della documentazione completa. Chiedere che quella catena di decisioni venga ricostruita, invece, è assolutamente necessario. Jessica e la sua famiglia meritano risposte precise anche su questo”.


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Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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