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Domenica Streghe è uscita dalla vostra casella di posta ed è salita sul palco del Rumore Festival di Fanpage.it. Insieme a Dani e Morgana delle Bambole di Pezza e a Maria Chiara Cicolani e Valeria De Angelis delle Eterobasiche abbiamo parlato di musica, comicità, stadi, stereotipi e femminismo. E abbiamo anche riso parecchio, perché il patriarcato ha conseguenze drammatiche sulle nostre vite, ma riesce anche a essere profondamente ridicolo. Potete recuperare la puntata cliccando qui.

Siamo partite da una questione molto semplice: cosa succede quando le donne entrano in spazi che per decenni sono stati considerati roba da uomini?
"Noi abbiamo dovuto fare gli uomini – spiegano le Eterobasiche -. Ci teniamo a specificare che, impersonificando il ‘boro' di turno, parliamo di ogni tipo di uomo, perché è proprio dove meno ce lo aspettiamo che si nascondono in realtà gli ambienti più maschilisti e sessisti, ossia dove sono radicate le gerarchie di potere".
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Le donne, naturalmente, c’erano anche prima. Il problema è che lo spazio se lo sono sempre preso soprattutto gli uomini, quasi fosse un diritto di nascita. E quando una donna quello spazio decideva di occuparlo, spesso glielo facevano scontare. Con gli ostacoli, certo, ma anche mettendo continuamente in dubbio la sua credibilità. Perché questa cosa la conosciamo tutte. Una donna arriva in una posizione importante? Sicuramente c’è qualcosa sotto. “Avrà fatto carriera perché è andata col capo” è una frase che penso abbiamo sentito almeno una volta nella vita. Come se fosse inconcepibile una spiegazione molto più semplice: magari quella donna è semplicemente brava. Magari è lì perché se lo merita. Ma quando occupa un posto storicamente riservato agli uomini ecco che sicuramente ha usato strade laterali per arrivarci, mica perché ha le competenze.
Le Bambole di Pezza ci hanno raccontato proprio questo: la fatica di conquistarsi credibilità come musiciste, i dubbi sulla loro capacità di occupare un posto importante nel panorama musicale, il sentirsi chiamare “le ragazze” quando erano lì come band. Ma anche il movimento femminista underground delle Riot Grrrl, l’immaginario punk al quale le Bambole di Pezza – nome che richiama proprio l’imperfezione, il mix di cose non perfette contro la perfezione – si richiamano, dal loro primo album “Crash me” a “Favole – mi hai rotto il cazzo”.
E poi, naturalmente, c’è il corpo. “Ovviamente nel corso della storia, ci stiamo rendendo conto che qualcosa sta un po’ cambiando – spiega Dani -. Come immaginario rock, punk, un rocker da Jim Morrison, Iggy Pop avevano anche un canone estetico fatta di giubbotti di pelle, torsi nudi, per noi anche indossare una mini gonna, le calze a rete, nel mio immaginario c’è la pelle, le borchie, le catene, l’essere poco vestite sul palco ti esponeva ai commenti delle persone che invece dicevano che ci mettevamo nude per attirare gli uomini”.
"Avevamo poca credibilità anche nei Festival. Non potevamo chiuderli perché siamo donne. Ci chiamavano “le ragazze”, ma noi siamo la band, si tratta di rispetto nei ruoli. Perché quello ci siamo dovute guadagnare la credibilità".
Ma abbiamo parlato anche di cosa significa rompere queste gabbie, di tutte quelle bambine e ragazze che guardano una band di donne suonare e magari, per la prima volta, pensano: posso farlo anch’io. Perché gli stereotipi non producono soltanto commenti idioti. Producono ragazze che non cominciano nemmeno, che si convincono di non essere portate, che credono di essere ridicole e hanno paura del giudizio. E ragazze che non incontrano mai qualcuna in cui potersi riconoscere.
“Noi abbiamo un esempio nella storia della musica, all’America, ad alcune scene musicali molto vivaci. Per questo per noi è importante la rappresentazione, far vedere alle bambine di oggi che una donna lo può fare. Per noi essere su quel palco così importante e avere una visibilità così grande è anche suscitare nelle ragazzine, nelle donne del domani, se penso alle band in cui ho suonato, ho scelto quelle che avevano una componente donna, quando c’è stato il filone delle Riot Grrrl”.
Ed è per questo che vedere una donna fare qualcosa conta. Perché allarga il campo delle possibilità. A volte basta una donna su un palco perché una bambina sotto quel palco immagini per sé una vita che fino a quel momento non aveva nemmeno preso in considerazione.
Con le Eterobasiche abbiamo guardato la stessa questione da un altro punto di vista: quello della comicità. Ci hanno raccontato che, quando hanno iniziato a pubblicare i loro video, a scandalizzare una parte del pubblico non erano tanto le frasi sessiste pronunciate dai personaggi che interpretavano ma i rutti e le parolacce. Che è meraviglioso, se ci pensate: puoi mettere in scena il peggior maschilismo possibile, dire le peggiori nefandezze, ma tutto va bene e buonanotte al secchio. Ma se sei una donna e rutti, hey! Abbiamo un problema, sei pazza?
“Nei nostri primi video facevamo dire agli uomini le peggio cose contro le donne, frasi volutamente forti – spiegano – Nei commenti le persone si stupivano non per le parole gravi, ma del fatto che ruttavamo e dicevamo le parolacce. Ciò ci ha fatto riflettere: facciamo satira su un certo tipo di uomo, appropriandoci di un linguaggio tipicamente maschile. Gli uomini hanno ‘colonizzato' le donne facendo ironia su di noi, ma non sono abituati al contrario. Ci chiedono come facciamo a sapere tutte queste cose di loro: la verità è che dai padri ai fidanzati, li abbiamo osservati e accompagnati in silenzio per tutta la vita”.
Le Eterobasiche hanno raccontato anche la loro scelta di frequentare gli stadi e di provare a parlare con persone che magari dal femminismo sono molto lontane. Ragazzi che si avvicinano, fanno domande, chiedono spiegazioni sui loro video. Questa cosa pone una domanda anche a noi: come facciamo a parlare con chi non ci ascolta già? Perché stare tra persone che la pensano come noi è bellissimo, ma non basta. A volte serve mettersi in spazi poco confortevoli e provarci a parlare con chi non la pensa come noi, altrimenti è facile parlare con chi ti dà sempre ragione.
“Siamo convinte che il femminismo può fare la rivoluzione solo se si apre al dialogo con la diversità, se esce dalla sua bolla di confronto tra sole donne. Ciò poteva andare bene negli anni '70, ma ora dobbiamo iniziare a parlare di come espandere il messaggio femminista: bisogna abitare gli stadi, Roma ad esempio ha il problema di un immobilismo sociale molto grande. Dobbiamo metterci in dialogo con il maschile e con chi la pensa diversamente da noi: se ci fanno una battuta, parlare e piano piano arrivare al confronto. Quando siamo allo stadio tantissimi giovani ci fanno domande, sono curiosi di conoscere ciò che facciamo e ci chiedono come dobbiamo prendere ciò che diciamo su di loro. Ovvio che abitare la diversità è impegnativo e complicato, ma dobbiamo farlo, è un'occasione per parlare con gli uomini e fare la rivoluzione”.
Io vorrei che potessimo spendere meno energie a dimostrare di avere diritto a stare in uno spazio e molte più energie a decidere che cosa farci, una volta che ci siamo. Suonare. Far ridere. Arrabbiarci. Provare. Fare bene le cose. Fare anche schifo, ogni tanto. Sbagliare senza che il nostro errore diventi improvvisamente la prova che le donne non sono capaci.
Ho voluto concludere con una domanda precisa. Perché oggi c’è ancora bisogno di femminismo (e, secondo me, ci sarà sempre)? “Si banalizza dicendo che il femminismo è voglio essere come te, io voglio i tuoi diritti, ma non voglio essere come te, perché io voglio abitare questa diversità con consapevolezza – spiega Maria Chiara Cicolani delle Eterobasiche -. Dobbiamo essere forti dell'esperienza femminile e femminista, io faccio una serie di esperienze che un uomo non farà mai, ne farà delle altre probabilmente".
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