“La Brexit è stata un disastro, il Regno Unito è più povero”: intervista al politologo Fabbrini
Il 23 giugno del 2016, il 51,9 % degli elettori britannici ha votato per lasciare l'Unione Europea e, dopo il susseguirsi di accordi per regolare le future relazioni tra le parti, il 31 gennaio 2020 alle 23:00 il Regno Unito ha concluso il proprio percorso di separazione dall'Unione Europea. A 10 anni da quell'evento, il primo ministro britannico Andry Burnham riapre una discussione che sembrava chiusa: "La Brexit ha fatto più male che bene", ha detto durante la conferenza annuale del Partito Laburista.
Perché il Regno Unito sta mettendo in discussione la Brexit? E come mai proprio ora? Fanpage.it ne ha parlato con Sergio Fabbrini, politologo e fondatore della LUISS School of Government, che nel corso della sua carriera si è più volte occupato della Brexit e delle sue conseguenze, attraverso studi e pubblicazioni. Così da capire fino in fondo quali siano stati i motivi economici e geopolitici che hanno spinto il Regno Unito a lasciare l'UE anni fa e quali, invece, siano oggi quelli che lo stanno spingendo, quasi a forza, verso un nuovo riavvicinamento.
Quali sono stati gli effetti della Brexit in questi anni sul Regno Unito, dal punto di vista economico e politico?
La Brexit dal punto di vista economico è stata un disastro. Il Regno Unito è cresciuto meno, ha avuto degli investimenti inferiori a quelli della media dei Paesi dell'Unione Europea e si è creata un'incertezza che ha disincentivato gli investimenti. È stato molto più difficile per il Regno Unito favorire la crescita perché non avere accesso al più grande mercato integrato, che è quello dell'Unione Europea, ha creato costi di transazione, dogane e difficoltà dal punto di vista delle transazioni commerciali.
Il Regno Unito è oggi più povero rispetto a quello che sarebbe stato nel passato, anche rispetto ad altri Paesi comparabili in Europa.
Ma non c'è solamente il problema della non crescita, c'è anche il problema della stabilità politica. Il Regno Unito, e in particolare il modello di Westminster, è stato considerato un modello formidabile da tutti gli europei per la sua stabilità politica. Oggi abbiamo avuto, tra il 2016 e il 2026, cioè in appena dieci anni, sette primi ministri. Mentre dal 1990 al 2016 se ne sono avuti solamente quattro. È evidente che in qualche modo si potrebbe dire che la Brexit ha “italianizzato” il sistema parlamentare inglese. Ed è evidente che quando si hanno governi che durano così poco, che cambiano continuamente primi ministri, è difficile dare un senso di sicurezza e di stabilità, su cui si basa poi l'attività economica
Quanto pesa oggi il nuovo contesto geopolitico nel riavvicinamento del Regno Unito all'Unione Europea?
Il Regno Unito ha sempre pensato che il vero coordinamento venisse all'interno della NATO. Oggi, però, la NATO si sta deperendo al proprio interno e l'America non vuole più darle il peso che ha avuto prima. In un contesto geopolitico in cui la Russia continua a minacciare l'Europa e l'America non vuole più sentirne parlare di aiutare l'Europa, per il Regno Unito c'è quindi un problema di coordinarsi in maniera più stretta con l'Unione Europea. Il contesto internazionale pesa molto su questa scelta.
Non sarà facile, anche perché le resistenze europee sono forti: la Brexit è stata una ferita anche psicologica nei confronti dell'Europa e ha creato risentimento, in particolare tra i giovani, anche se le condizioni obiettive spingono in quella direzione.
Quanto hanno pesato le spinte nazionaliste interne al Regno Unito nell'accelerare il ripensamento sulla Brexit?
La situazione politica nelle altre nazioni del Regno Unito è uno dei fattori che ha accelerato la discussione sulla Brexit. Per la prima volta, si è creata una maggioranza nazionalista sia in Galles, sia in Scozia, sia in Irlanda del Nord. I tre primi ministri nazionalisti si sono incontrati, hanno deciso di portare avanti un'azione comune per rivendicare la loro indipendenza e, subito dopo la loro indipendenza, per rientrare nell'Unione Europea. Questo, secondo me, dal punto di vista politico è stata una situazione formidabile per obbligare, in questo caso, l'intera classe politica inglese a ripensare che cosa ha fatto, che cosa è successo.
Il nazionalismo quando esce dalla bottiglia non si può pure rimetterlo dentro. Il Partito Laburista, che era molto forte in Scozia, è diventato un partito minoritario in Scozia e queste nazioni rivendicano la loro identità, che era stata sempre contenuta dentro i vantaggi di partecipare al Regno Unito. Oggi questi vantaggi non si vedono.
È evidente che Burnham non poteva non rispondere. Per questo ha accelerato la proposta di aprire una discussione su tutto e non solo sulla possibilità di entrare nel mercato unico oppure nell'unione doganale. È il suo modo per anticipare le conseguenze disastrose che si potrebbero creare contro il Regno Unito con i nazionalismi delle altre nazioni del Regno Unito. Quindi è stato anche quello un trigger formidabile. Forse per la prima volta siamo di fronte alla possibilità di un regno disunito e non di un regno unito.
Quali sarebbero, invece, le conseguenze di un eventuale rientro del Regno Unito nell'Unione Europea sugli equilibri politici e sulla difesa europea?
Certamente, se il Regno Unito riuscisse a entrare nell'Unione Europea e l'Unione l'accettasse, questo favorirebbe la formazione di una difesa europea più solida, di una sicurezza europea più garantita. Se il Regno Unito rientra, la Francia non rimane l'unico Paese con la capacità nucleare. Forse è possibile pensare a un deterrente nucleare europeo basato sulla condivisione di Francia e Regno Unito. È comprensibile che Macron faccia un discorso di rafforzamento delle capacità di difesa dell'Unione Europea, perché questo è quello che lui ha fatto.
Poi c'è anche una dimensione politica. Per esempio, Sánchez è favorevole anche perché così rafforzerebbe il numero dei primi ministri socialisti all'interno del Consiglio Europeo e c'è una certa sintonia tra Burnham e Sánchez, sintonia che, per esempio, Sánchez non ha con i governi social-democratici del Nord. Quindi rafforzerebbe la posizione della Spagna all'interno del Consiglio Europeo.
Poi ci sono anche questi giochi di partito. Ma è ovvio che qualsiasi leader che ha una visione responsabile non può non porsi il fatto che, con il rientro del Regno Unito, le nostre capacità di difesa sono maggiori.