Quando sapremo chi ha vinto le elezioni in Israele e perché le “doppie buste” possono ribaltare i risultati
Con l'85,6% delle schede scrutinate, nessun partito ha conquistato la maggioranza assoluta alle elezioni in Israele. I risultati parziali pubblicati dalla Commissione elettorale centrale assegnano 53 seggi allo schieramento di Benjamin Netanyahu e 48 a quello guidato da Gadi Eisenkot. I partiti arabi, la Lista Comune e Ra'am, arrivano a 19 seggi. Sebbene il premier uscente risulti in vantaggio, per governare servono 61 seggi sui 120 totali della Knesset.
In questo momento, domina l'incertezza. Il Likud, il partito del premier uscente, resta il primo partito con 26 seggi, seguito da Yashar, la lista di Eisenkot, con 21. Complessivamente, nessuno dei due blocchi ha i seggi necessari per governare. Decisivo potrebbe essere il ruolo dei partiti arabo-israeliani ma lo scenario potrebbe cambiare una volta che saranno conteggiate le cosiddette "doppie buste", ossia i voti espressi per corrispondenza e a distanza. Una risposta definitiva non si avrà prima di venerdì, quando il conteggio sarà completato.
La Commissione elettorale centrale stima che ci siano circa 600mila doppie buste, in aumento rispetto alla tornata elettorale del 2022 e in linea con la crescita generale dell'affluenza. La maggior parte di questi voti proviene dai soldati dell'Idf, vicini all'attuale governo e tendenzialmente poco inclini a rapportarsi con i partiti arabi e ultraortodossi. Il loro spoglio dunque, potrebbe avere un impatto significativo sul panorama politico.
Nelle doppie buste confluiscono anche i voti dei detenuti, del personale medico, delle persone affette da patologie e rappresentanti israeliani in missione all'estero. Un bacino variegato che rende difficile fare previsioni.
Con i numeri attuali, il peso delle liste arabe sembra fondamentale per Eisenkot, ma un'alleanza appare improbabile. Anche nell'ipotesi di un appoggio esterno, le distanze sono troppo marcate perché si giunga a un accordo. Soprattutto con la lista degli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, e con il partito di destra laica del russofono Avigdor Lieberman.
Yair Golan, leader dei Democratici, spinge per un'intesa. "Netanyahu ha perso. Io so contare fino a 120. 65 è più di 55. Così funziona la democrazia israeliana. Punto. L'immagine della realtà deve insegnarci una lezione risonante: non abbiamo futuro qui se non smettiamo di avere paura. E se non smettiamo con il razzismo. Non dobbiamo più accettare la divisione razzista di Netanyahu tra voti ebraici e voti arabi. Il voto di un cittadino israeliano che vota a Tirat Hacarmel vale esattamente come il voto di un cittadino israeliano che vota a Givat Shmuel. Non meno. Non approssimativamente. Esattamente", ha scritto su X. "Abbiamo una maggioranza. Abbiamo una responsabilità. E abbiamo l'opportunità di formare un governo del cambiamento in partnership con i cittadini arabi di Israele. Un governo che servirà tutti i cittadini di Israele. Ora serve coraggio. Serve leadership. Serve smettere di avere paura e iniziare ad agire", ha aggiunto.
La Lista Comune si è detta pronta a "spianare la strada per estromettere Netanyahu" ma la partnership arabo-israeliana è ancora tutta da scrivere.
Tra gli scenari possibili, c'è anche quello di un governo di unità nazionale, che tenga dentro Netanyahu e Eisenkot ma senza l'estrama destra. Una possibilità che consentirebbe al premier uscente di continuare a governare e al contempo, di accontentare le pressioni del presidente Isaac Herzog e di Donald Trump. Secondo Hareetz infatti, l'inquilino della Casa Bianca starebbe spingendo per un esecutivo che lasci fuori Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ma quest'ipotesi resta comunque difficile da immaginare.
Le dichiarazioni di Netanyahu che ha ringraziato i "partner leali" sottolineando come "la maggioranza sionista debba unirsi" sembrano andare in direzione contraria. Non solo, un governo di unità nazionale sarebbe complesso da far accettare a quella fetta di elettori a cui Eisenkot ha promesso che non si sarebbe mai alleato con Netanyahu.
Resta sul tavolo l'ipotesi di nuove elezioni, ma l'idea non piace alle opposizioni che temono possa avvantaggiare il Likud. A una seconda tornata così ravvicinata infatti, la partecipazione potrebbe essere molto più bassa. Con un'affluenza ridotta, le liste arabe potrebbero uscirne indebolite, permettendo a Netanyahu di ampliare lo stacco con le opposizioni.