Cosa succede se Netanyahu vince o perde le elezioni in Israele: i due possibili scenari e le conseguenze
Il voto per la Knesset mette Israele di fronte a un bivio decisivo per i propri equilibri interni, ma del tutto illusorio per chi guarda da fuori. Da una parte c'è Benjamin Netanyahu, pronto a scardinare la magistratura e ad accelerare l'annessione della Cisgiordania pur di salvare se stesso e la sua maggioranza oltranzista; dall'altra c'è l'opposizione di Gadi Eisenkot, intenzionata a fermare la deriva autoritaria e a riallacciare i rapporti con l'Occidente. Ma al di là dello scontro feroce sulle istituzioni, i due schieramenti marciano compatti su un dogma comune: sbarrare la strada all'autodeterminazione palestinese e perpetuare il dominio militare illegale dal Giordano al Mediterraneo.
Cosa succede se vince Netanyahu: deriva autoritaria e annessione aperta
Una riconferma di Netanyahu salderebbe in modo definitivo il patto di ferro tra il Likud, le forze ultraortodosse e l'ala più intransigente del nazionalismo religioso rappresentata da figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Sul fronte interno, la priorità del premier uscente rimarrebbe la neutralizzazione del sistema giudiziario, unico strumento per archiviare i processi penali per corruzione che continuano a minacciare la sua leadership. Per mantenere in piedi la maggioranza, il governo garantirebbe l'impunità della propria coalizione e rinnoverebbe le storiche esenzioni dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose, esasperando la rabbia della popolazione laica e accelerando l'emorragia di capitali e professionisti dal settore tecnologico.
Nei confronti della popolazione palestinese, questo scenario comporterebbe un’accelerazione brutale dell'annessione della Cisgiordania e la cancellazione di ogni residua finzione diplomatica. L'esecutivo continuerebbe a legittimare gli avamposti coloniali e a garantire una sostanziale immunità alle violenze dei coloni, mentre a Gaza il controllo territoriale verrebbe consolidato con la forza. Sul piano internazionale, la linea radicale di Netanyahu allontanerebbe ulteriormente le democrazie occidentali e le istituzioni europee, pronte a valutare sanzioni mirate, costringendo Israele a dipendere quasi esclusivamente dal legame con i settori conservatori statunitensi e trasformando il Paese in un attore sempre più isolato sulla scena globale.
Cosa succede se perde Netanyahu: normalizzazione interna e maquillage dell'occupazione
Il successo dell'opposizione guidata dall'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot produrrebbe una svolta tangibile per la vita democratica interna, presentandosi alle capitali alleate con un profilo rassicurante e istituzionale. Il nuovo esecutivo promuoverebbe un’inchiesta indipendente sui fallimenti politici e d'intelligence dei vertici di sicurezza, varerebbe una norma per impedire a chiunque sia sotto accusa penale di ricoprire la carica di primo ministro e tenterebbe di imporre una coscrizione militare equa anche ai settori ultraortodossi. L'obiettivo sarebbe ripristinare la fiducia dei mercati, arginare la fuga dei cervelli e ricostruire l'immagine etica delle istituzioni statali.
Questa parvenza di normalizzazione non cambierebbe però assolutamente la condizione del popolo palestinese. La dottrina di sicurezza di Eisenkot coincide nella sostanza con quella della destra: il leader centrista rifiuta la formula dei due Stati, esige il controllo militare permanente dell'intera regione e condiziona qualsiasi ritiro da Gaza alla resa totale delle fazioni armate. La differenza rispetto a Netanyahu riguarda unicamente il metodo e la gestione della comunicazione estera. Un governo centrista frenerebbe le espansioni coloniali più provocatorie, come quelle nell'area E1 attorno a Gerusalemme est, e contrasterebbe gli eccessi dei coloni non autorizzati, con l'unico scopo di rendere l'occupazione più presentabile agli occhi della comunità internazionale ed evitare sanzioni diplomatiche, senza però cedere un solo metro quadro di sovranità ai palestinesi.
Cosa succede se non c'è una maggioranza: l'incognita dei numeri e lo spettro dello stallo
La concretizzazione del cambio di guardia resta ostaggio della rigida proporzionale israeliana, che richiede una maggioranza di almeno sessantuno seggi per formare un esecutivo. L'opposizione ebraica non possiede i numeri per governare in autonomia e continua a escludere alleanze formali con i partiti che rappresentano la minoranza araba,prigioniera del timore di alienarsi i voti moderati di destra. Se i veti incrociati dovessero paralizzare le consultazioni affidate alla presidenza, la Knesset scivolerebbe nel baratro dell’ingovernabilità: in assenza di un accordo, Netanyahu rimarrebbe in sella come primo ministro ad interim per gli affari correnti, trascinando il Paese verso l'ennesima tornata elettorale e congelando il potere nelle mani della destra.