Ok, lo ammetto: stiamo mettendo le mani avanti.
Fino a un certo punto, però. Perché alimentare false speranze sul voto di oggi in Israele, forse, è il peggior favore che possiamo farci.
Primo: perché è davvero tutto troppo incerto e troppo in bilico per fare qualunque previsione. C’è una coalizione, quella di governo formata da Benjamin Netanyahu, Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir che i sondaggi danno attorno ai 50 seggi. E c’è una coalizione di opposizione, quella guidata dall’ex generale Gavi Eisenkot, che è stimata attorno ai 58 seggi. Per avere la maggioranza alla Knesset ne servono 61.
Secondo, quindi: che si fa? C’è chi dice che Eisenkot potrebbe prendersi i voti dei partiti arabo-israeliani, tenendo fuori dal governo Netanyahu, ma è un’ipotesi a cui non crede praticamente nessuno. Perché Eisenkot ha detto che non lo farà, per il rischio che i coloni in Cisgiordania, armati fino ai denti, la prendano malissimo. O perché, banalmente, gli Stati Uniti non vogliono che accada.
Terzo, perciò: c’è anche la possibilità di una grande coalizione tra Eisenkot e Netanyahu, quindi, ed è la soluzione preferita dal presidente americano Donald Trump. Smotrich e Ben Gvir all’opposizione, a raccogliere consenso a destra. L’amico Bibi salvo dai suoi innumerevoli processi. E una sostanziale continuità nella linea politica del governo israeliano, forse solo formalmente un po’ edulcorato. Ma i toni della campagna elettorale sono stati talmente duri da rendere molto complicato che un accordo possa avere luogo. Almeno ora.
Quarto, infine: lo stallo. Non si trova un accordo tra nessuna delle parti. E si torna al voto. E poi ancora. E poi ancora, finché qualcuno non si mette d’accordo. È un’eventualità che Israele conosce bene: tra il 2019 e il 2021 è andata al voto quattro volte prima di riuscire a tirare fuori una maggioranza dalle urne. Il problema, semmai, è che la situazione oggi è molto più esplosiva di allora, e a ogni elezione il rischio di incidente – interno ed esterno – si moltiplica. E nel frattempo, Netanyahu rimane in carica.
Quinto, dai. Unica speranza? Che dal cilindro del voto, sorprendentemente, la coalizione di Eisenkot raggiunga i 61 seggi necessari a formare una maggioranza. Certo, Netanyahu sarebbe fuori dai giochi e dovrebbe finalmente affrontare i suoi processi. Ma anche qui, se credete cambi davvero qualcosa, con un ex militare al governo che aveva teorizzato una dottrina fondata sull’uso sproporzionato della forza sulle infrastrutture civili per distruggere il nemico militare – anche se nel caso di Eisenkot il nemico era Hezbollah e il teatro di guerra il sud del Libano – beh, siete campioni mondiali di utopismo.
La realtà è che dal 7 ottobre del 2023, in Israele, le cose sono andate troppo avanti, perché un semplice risultato elettorale possa farle tornare indietro. Servirà tempo, parecchio tempo. Ecco: speriamo solo che queste elezioni non aggiungano anni ad anni.