Adesso avete capito perché a Meloni e compagnia fanno così paura le piazze piene di giovani? Perché il fango mediatico, perché la criminalizzazione, perché i decreti sicurezza contro di loro? Semplice: perché sanno che sono gli unici che, se si svegliano, possono farli perdere.
È già successo, del resto. Il 22 e 23 marzo al referendum sulla giustizia, dove la partecipazione al voto dei giovani è stata decisiva, visto che sei su dieci hanno votato No alla riforma di Meloni e Nordio. È successo in Ungheria, il 12 aprile, con la Gen Z decisiva per la vittoria di Péter Magyar su Viktor Orban. È successo qualche settimana fa a Berlino, dove per la prima volta votavano anche i sedicenni e dove la sinistra della Linke ha vinto prendendosi il 48% del voto degli under trenta.
E ancora: è successo, giusto ieri, in Serbia, dove la Lista degli Studenti ha sconfitto la destra di Aleksandar Vučić. È successo, ieri notte, in Brasile, dove il presidente uscente Lula ha ribaltato l’esito del primo turno sconfiggendo Flavio Bolsonaro, grazie al voto e alla mobilitazione dei giovani che hanno riempite le piazze per lui nelle ultime due settimane.
C’è un filo rosso che unisce queste storie, e non è ideologico, ma è comunque politico. Non stiamo parlando di giovani di sinistra, per intenderci. A geometria variabile, e con diverse declinazioni tra un Paese e l’altro, stiamo parlando di ragazzi che vedono nelle destre qualcuno che antepone il presente al futuro. Che vuole restringere gli spazi di libertà. Che preferisce conservare le rendite di posizione degli anziani o di gruppi di potere consolidati. Che preferisce le guerre alla pace. Che non si occupa di crisi climatica.
È un voto contro, in molti casi. Ma dove accade, quando accade, è perché c’è una proposta alternativa che non è semplicemente il meno peggio, ma che intercetta dei bisogni concreti e lo fa in modo sincero e credibile. Per dire: negli Stati Uniti la fiducia in Trump tra i giovani è a picco, ma i sondaggi dicono che questo si sostanzia soprattutto in un calo ulteriore della partecipazione al voto alle elezioni di metà mandato, in assenza di un’alternativa credibile.
Ed è qui che si annida il memento mori per le non-destre di casa nostra. Anche da noi – l’abbiamo visto nelle ultime settimane, ma lo stiamo vedendo da un anno – le piazze sono piene di giovani. Anche da noi, è dalla Gen Z che parte la critica al governo Meloni, su giustizia, politica estera, casa, scuola, clima. Anche da noi, tuttavia, le opposizioni scontano l’assenza di un’alternativa credibile, come negli Usa.
C’è un dato, che più di tutti deve preoccupare Schlein, Conte e compagnia: al referendum, la partecipazione al voto dei giovani è stata del 67%, alle elezioni europee di un anno prima, del 47%. Il giochino è semplice: se in primavera, quando si voterà per il rinnovo di parlamento e governo, gli under 30 andranno a votare come al referendum, è abbastanza probabile che la destra finirà all’opposizione. Se andranno a votare come alle europee, il Meloni bis sarà quasi una certezza.
Meloni l’ha capito benissimo, l’andazzo. E infatti, sta facendo di tutto per spegnere gli entusiasmi dei giovani, per tenerli lontani dalle piazze, per restituire di chi scende in piazza un’immagine distorta, violenta, criminale. Chi non lo sta capendo – o lo sta capendo poco, o non lo sta capendo abbastanza – è chi a Meloni si oppone. Che dovrebbe smetterla di guardarsi l’ombelico e parlare di primarie e perimetri di alleanze. E guardare davvero a quel che accade in piazza.
Non per strumentalizzare i giovani, non per intestarsi le loro battaglie. Ma per sostenerli davvero, dando loro centralità nella costruzione del programma e spazio nelle liste elettorali. Cercando davvero di cogliere nelle loro proteste non tanto il grimaldello per vincere quanto una nuova visione del mondo e della società da abbracciare e fare propria. Il minimo sindacale, insomma, per essere davvero un’alternativa credibile alle destre-
Ce la faranno, i nostri eroi? Le scommesse sono aperte.