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Perché in Europa si sono messi improvvisamente tutti a protestare (con Federico Fubini)

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I giovani a Milano, gli autotrasportatori al Sud. E prima ancora, Francia e Spagna. E poi Albania e Serbia. Perché dappertutto l'Europa è in fiamme? Come se ne esce? E davvero la Russia c'entra qualcosa? Facciamo chiarezza, con il vicedirettore del Corriere della Sera Federico Fubini

Prima le tende fuori dalle università per protestare contro il caro-affitti nelle grandi città. Poi la serrata degli autotrasportatori nelle regioni del Mezzogiorno contro il caro benzina. E poi, ancora, le manifestazioni degli studenti che protestano contro l’assenza di finanziamenti per la scuola. Ma anche i giovani delle periferie che si sentono senza futuro. Senza dimenticarci gli operai dell’ex Ilva – da Taranto a Genova – che protestano contro la chiusura delle acciaierie in Italia. Che sono solo la punta dell’iceberg di decine di crisi industriali aperte, per le quali ci sono in bilico dai 30mila ai 45mila posti di lavoro.

Improvvisamente, a quanto pare, ci siamo accorti che c’è più di qualcosa che non va, nell’economia italiana. Che i prezzi che crescono del 4,5% su base annua, che la crescita che balla attorno all’1% scarso, che il potere d’acquisto dei salari al palo, e che il debito al 135% che ci costringe a una legge di bilancio tra le più avare di sempre non sono solo numeri. Se a questo si aggiungono i distributori di benzina rimasti senza carburante, i supermercati vuoti e una situazione di rabbia giovanile che improvvisamente sale sopra ogni prevedibile livello di guardia, ecco che la tempesta perfetta è servita.

Quasi dimenticavo: aggiungiamoci pure i mercati finanziari spaventati per i debiti pubblici fuori controllo, le borse europee che crollano e lo spread – che ha sonnecchiato placidamente attorno a quota 70 per quattro anni – e che improvvisamente sfonda quota 100 e continua a salire.

Insomma: che diavolo sta succedendo? Perché tutto d’un tratto le cose sembrano essersi messe male tutte assieme e tutti ci stiamo improvvisamente impaurendo, o agitando, o arrabbiando? Ed è solo una tempesta passeggera, un momento di ansia collettiva, oppure davvero qualcosa è cambiato, ed è qui per restare? E come se ne esce da quella che oggi sembra essere una specie di crisi senza uscita?

Per capirci qualcosa, stavolta, ho chiesto una mano a Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, acuto losservatore dell’economia reale e dei mercati finanziari. Uno che se ne occupa anche quando quasi nessuno la fa, tanto per capirci. Con uno sguardo largo, capace di collegare quel che accade a livello globale con quel succede a livello nazionale.

Quindi: c'è un filo comune che lega le proteste dei giovani sulla scuola e sulla casa con quelle degli autotrasportatori?

“Sì, il filo comune c'è e il filo comune è duplice.

Da un lato c'è una situazione di oggettiva difficoltà perché ci sono due guerre in corso che stanno aumentando il prezzo di materie prime essenziali, dall'energia al prezzo dei prodotti alimentari, pensiamo all'aumento, per esempio, del grano che c'è stato in questi mesi sia causa della guerra in Ucraina, sia a causa del chiusura sostanzialmente del Mar Nero.

Dunque è un c'è un fattore esterno, poi c'è un fattore interno perché l'economia italiana è un'economia particolarmente corporativa, dove alcuni, spesso pochi grandi soggetti, sono in condizione di estrarre rendite dall'economia, questo aumenta il costo della vita per tutti gli altri e lo vediamo ogni giorno, no? Questo è un po' il punto in comune.

Dopodiché è un elemento, è una dinamica che non è solo italiana, dunque direi che c'è qualcosa di più ampio”.

È una dinamica non solo italiana, dice Federico Fubini, e in effetti ha ragione. Perché – lo sappiamo – le manifestazioni per il costo eccessivo delle case in affitto e contro lo strapotere dei fondi immobiliari sono nate in Spagna e hanno visto la vittoria della Linke, partito di estrema sinistra, a Berlino, in Germania, proprio in relazione ai costi del mercato immobiliare. Quelle degli studenti per la scuola sono esplose in Francia e sono proseguite in Albania e in Serbia. Nord sud ovest est, come direbbero gli 883, sembra che tutto il Vecchio Continente sia attraversato dalle contestazioni.

Ma prima di parlare di questo, e di cosa c’è dietro, torniamo per un attimo a noi. Perché Fubini dice anche altro. Parla di crisi esogene, che non dipendono da noi, come le guerre in Ucraina e Iran. Ma anche di un’economia che in questi anni si è ammalata sempre più di corporativismo. Che ha accumulato ancora più rendite di posizione. E che, soprattutto, è uscita da uno dei piani di ambiziosi di investimento pubblico che abbia mai conosciuto con la sua storia, i fondi europei del Pnrr, economicamente più debole di come ne è entrata.

Come mai è accaduto tutto questo? Ma soprattutto, abbiamo gli strumenti e le risorse per uscirne?

“Ma l'Italia si è un po' illusa di essere uscita dalle sue storiche difficoltà grazie al PNRR e a altri soldi che sono stati spesi in questi anni, per esempio, nelle ristrutturazioni immobiliari che sono avvenute mentre la BCE comprava il nostro debito, i fondi europei tradizionali, il fondo complementare di Draghi, stiamo parlando di oltre 400 miliardi.

Purtroppo il bilancio della spesa di questi oltre 400 miliardi per adesso non è molto visibile, non si vede un disegno industriale. Come uscirne? Naturalmente il contesto internazionale è il fattore decisivo e qui finché continuano queste due guerre sarà molto difficile trovare una strada. Vedo però due possibili linee di condotta.

Uno, l'intelligenza artificiale noi non la produciamo, ma la possiamo usare, la possiamo usare molto meglio di come stiamo facendo e non solo può aggiungere efficienza alle imprese e so che questo è controverso perché può implicare anche la perdita di posti di lavoro, ma può aggiungere efficienza ai sistemi, alla logistica, all'energia, ai pronto soccorso, al traffico.

Dunque questo è un modo per migliorare la nostra condizione economica.

La seconda cosa, dobbiamo decidere una volta per tutte di giocare la carta europea, laddove l'Europa si sta realizzando tecnologie della difesa radiofrequenze per satelliti, sistemi satellitari ci sono delle alleanze che si stanno formando anche fuori dalla portata diretta dei governi, fra le imprese e questa è la partita che noi dobbiamo giocare, mercati finanziari, per esempio.”

Allarghiamo lo sguardo, però. Perché in mezzo a queste proteste c’è spazio anche, come sempre, per le teorie del complotto, o comunque per qualcosa di misterioso. Ad esempio c’è chi ha parlato di una regia estera di questi scontri. Lo ha fatto il ministro della difesa Guido Crosetto parlando esplicitamente di “guerra ibrida”, alludendo alla possibilità che attraverso lo scontro sociale la Russia miri a destabilizzare le opinioni pubbliche europee. Ma dalle indiscrezioni dei giornali sappiamo anche che lo stesso presidente della repubblica Sergio Mattarella ha più di un sospetto, non sappiamo quanto suffragato da evidenze reali, che le proteste in Europa siano state in qualche modo accese da Mosca. In estrema sintesi: soffio sul fuoco delle proteste per casa, scuola e sostegno all’economia reale per spingere le opinioni pubbliche a chiedere che non vengano più dati soldi all’Ucraina e non venga aumentata la spesa militare. O, detta meglio: se le cose vanno male, è colpa del fatto che sostenete Zelensky e Kiev, contro Putin e Mosca.

Quanto hanno senso queste teorie? Davvero queste proteste esplodono tutte assieme, in Europa, perché spinte dalla Russia e dai suoi agitatori sui canali Telegram?

Le teorie della cosiddetta guerra ibrida sono ricorrenti, no? Abbiamo visto, appunto, con Ceuta l'abbiamo visto col possibile coordinamento di quello che è successo a Milano e altrove, in Francia sicuramente.

La verità è che purtroppo non lo sappiamo, non ne possiamo essere certi, possiamo sospettarlo, possiamo notare che questi avvenimenti hanno luogo nei prossimi paesi europei che vanno a votare. Possiamo essere abbastanza certi che Vladimir Putin si senta in guerra con l'Europa, perché l'Europa sostiene l'Ucraina e l'Ucraina colpisce la Russia. Dunque Putin ritiene perfettamente legittimo colpire l'Europa.

Per questo sappiamo che per esempio la Russia sta colpendo con e ha affondato almeno due navi mercantili, una delle quali portava quantitativi ingenti di grano verso l'Italia. Questi affondamenti hanno avuto luogo in acque territoriali della Romania, della Bulgaria.

Dunque gli atti di guerra non tanto ibrida, ma veri e propri attacchi ci sono. Prima di convincermi al 100% che ci sia la mano della Russia, che ritengo verosimile, però vorrei vedere qualche elemento in più.

Al netto delle eterodirezioni, quel che emerge chiaro è che l’Europa si trova oggi in fibrillazione, schiacciata nel mezzo di quelli che Fubini, nel suo ultimo libro, da poco uscito, definisce “Imperi allo specchio”. Gli Usa che hanno sconfitto la Russia, imponendole il libero mercato. E la Russia, che col suo mix tra deregulation economica, strapotere degli oligarchi e autocrazia politica è diventata l’archetipo da cui sono nati gli Usa di oggi, quelli di Trump ed Elon Musk.

L’Europa sta lì nel mezzo: e davvero, alla fine di questa transizione, di questo disordine, di questo ciclo politico, rischia di diventare come loro? O di essere schiacciata da due realtà ostili alla democrazia così come la intendiamo in Europa, guerra ibrida o meno?

Quello che ho scritto nel mio libro Imperi allo specchio è che nei primi anni 90 le riforme spinte dai grandi consulenti americani che avevano alle spalle l'amministrazione americana, quelle riforme per la Russia post-sovietica avrebbero dovuto portare un'economia di mercato, un ceto di imprenditori, di borghesi, le istituzioni della democrazia e la democrazia in realtà furono riforme molto ideologiche, molto superficiali nella concezione che spinsero ad aprire completamente al mercato un paese che non aveva le istituzioni per il mercato, non aveva le leggi.

Il risultato è stato il formarsi, invece che di un ceto di imprenditori e di borghesi e di persone che partecipavano all'economia, il formarsi di un ceto di oligarchi in un’economia assolutamente disastrata e disastrata anche per gli errori che noi occidentali abbiamo indotto la Russia a commettere e abbiamo commesso sulla Russia. Il caos che ne è seguito ha un po' spianato la strada a Putin.

Questo non vuol dire che noi occidentali siamo i responsabili ultimi dell'ascesa di Putin al potere. La Russia e una certa ideologia imperialista, nazionalista, aggressiva della Russia hanno creato Putin ma ci sono delle impronte digitali occidentali che noi a lungo non abbiamo voluto riconoscere nelle origini, nel formarsi di questo disastro.

Ora il tema è che quello che cerco di sviluppare nel mio libro è che la stessa ideologia che il mercato bisognava lasciarlo operare in totale libertà perché avrebbe sistemato tutto, quella stessa ideologia ha portato alla formazione di un'oligarchia con un forte controllo sul processo politico anche negli Stati Uniti.

Naturalmente con tutte le differenze che conosciamo, ma con il punto in comune che questi oligarchi hanno una forte presa sul processo politico dico come lo avevano in Russia negli anni 90. Negli anni 90 gli oligarchi russi chiamavano Putin come uomo d'ordine per garantire i propri interessi e poi Putin prese il sopravvento su di lui.

Adesso questi oligarchi si sono accomodati a Trump ancora una volta nell'idea di garantire i loro interessi ma probabilmente nel segreto dei loro cuori farebbero molto volentieri a meno di Trump così come gli oligarchi russi nel segreto dei loro cuori farebbero molto volentieri a meno di Putin ma non possono più farne a meno perché questa figura di leader si è imposto e sicuramente entrambi i sistemi stanno mettendo una fortissima pressione sull'Unione Europea, contro l'Unione Europea.

Io direi che la lezione che quando si formano queste oligarchie che hanno una forte presa sulla politica è molto difficile rendere sistemi del genere compatibili con la democrazia così come noi la conosciamo, così come noi la intendiamo ma poiché l'Europa tutto sommato resta una democrazia così come noi la conosciamo, la intendiamo e la vogliamo è abbastanza naturale che sistemi del genere diventino oggettivamente ostili all'Europa.

Questo è un po' il punto che cerco di fare nel mio libro, è per quello l'ho chiamato Impero allo specchio perché cerca di mostrare le insospettabili somiglianze fra il sistema russo e il sistema americano.

C’è insomma tanta carne al fuoco. Un ciclo elettorale europeo lunghissimo che ci aspetta, che parte in Spagna a novembre, proseguirà in Italia in primavera o autunno e poi atterrerà in Francia e Germania. E nel mezzo, ovviamente, ci saranno crisi, guerre, magari paci, speriamo, a cambiare il quadro.

Quel che possiamo dire, guerre ibride o meno, eterodirezioni o meno, è che l’Europa non è in salute. Non la sua economia, non le sue società, sempre più diseguali e slabbrate, non le sue finanze pubbliche. Ed è fisiologico, quando le cose non vanno bene, che qualcuno se ne accorga, e che si arrabbi.

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