Elezioni Israele 2026

Elezioni Israele, Eisenkot in testa su Netanyahu: ma secondo i sondaggi nessuno ha i numeri per governare

A cura di Giulia Renda
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Il sondaggio di Maariv vede in testa Yashar, il partito centrista dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, davanti al Likud di Benjamin Netanyahu. Ma nessuno dei blocchi raggiungerebbe la maggioranza necessaria per governare e le differenze tra i partiti rendono difficile trovare un accordo. Dai Democratici di centrosinistra alle formazioni nazionaliste e religiose, fino ai partiti arabi, il quadro politico israeliano resta frammentato.

Il 27 ottobre gli israeliani saranno chiamati alle urne per eleggere la nuova Knesset, il Parlamento, che poi avrà il compito di nominare il nuovo governo. In Israele, però, arrivare primi non basta per governare: il sistema è parlamentare e per formare un esecutivo servono almeno 61 seggi su 120. Gli elettori non sceglieranno direttamente il primo ministro: dopo il voto, i partiti devono trovare un accordo e costruire una coalizione che abbia i numeri necessari per governare.

Adesso, la questione decisiva non è soltanto chi prenderà più vot, ma quale schieramento riuscirà a mettere insieme i 61 deputati necessari per formare un governo.

Alleanze difficili al Knesset, il 55% degli israeliani vuole un governo di unità nazionale

Il 55% degli israeliani preferirebbe un governo di unità nazionale a nuove elezioni, nel caso in cui dal voto del 27 ottobre non emergesse un vincitore chiaro. È quanto emerge da un sondaggio pubblicato dal quotidiano Maariv, realizzato da Lazar Research in collaborazione con Panel4All su un campione di 700 persone, israeliani e arabi, intervistate il 14 e 15 ottobre.

Dietro questa preferenza, però, ci sono posizioni diverse. Tra gli elettori dell'opposizione, il 54% sosterrebbe un governo di unità nazionale soltanto se guidato da un esponente del proprio schieramento. Tra gli elettori della coalizione di maggioranza, invece, quasi il 40% preferirebbe un esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, mentre il 32% sceglierebbe di tornare alle urne in caso di un nuovo stallo politico.

Anche le intenzioni di voto restituiscono un quadro frammentato. Yashar, il partito guidato da Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell'esercito israeliano, sarebbe in testa con 21 seggi, seguito dal Likud di Netanyahu con 18 e da B'Yachad, la formazione di Naftali Bennett, con 13. I Democratici di Yair Golan otterrebbero nove seggi, mentre Yisrael Beiteinu, Otzma Yehudit, la Lista araba congiunta e Giudaismo Unito della Torah ne avrebbero otto ciascuno.

Essere il partito più votato, tuttavia, non basta per formare un governo. Secondo il sondaggio, i blocchi della maggioranza e dell'opposizione sarebbero entrambi fermi a 51 seggi, ben al di sotto dei 61 necessari per governare. Riservisti-Partito Economico e Popolo d'Israele otterrebbero invece quattro seggi ciascuno, restando fuori dai due schieramenti. La formazione del prossimo esecutivo dipenderà quindi dagli accordi che i partiti riusciranno a raggiungere, non soltanto dal risultato delle singole liste.

Chi sono i partiti Israeliani in corsa e che cosa vogliono

A guidare i sondaggi è Yashar, il partito di Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell'esercito, che con 21 seggi supera il Likud di Benjamin Netanyahu, fermo a 18. Il programma di Eisenkot punta soprattutto a ricostruire la fiducia nelle istituzioni dopo il 7 ottobre, attraverso una nuova strategia di sicurezza nazionale e una riforma del servizio militare, con l'obiettivo di coinvolgere tutti i cittadini. Il Likud, invece, si affida soprattutto alla continuità della linea di governo di Netanyahu, con la sicurezza e la difesa degli interessi nazionali al centro. B'Yachad, la formazione guidata da Naftali Bennett, accreditata di 13 seggi, punta sulle riforme dello Stato, sul contenimento dei prezzi, sull'istruzione e su una revisione del sistema politico, compresa l'introduzione di un limite al mandato del premier.

A nove seggi ci sono i Democratici di Yair Golan, che propongono un'agenda più progressista: difesa delle istituzioni democratiche, riforma della giustizia, rafforzamento dei servizi pubblici, maggiore uguaglianza e riforme nei rapporti tra Stato e religione. Tra i partiti accreditati di otto seggi c'è Israel Beitenu, la formazione di Avigdor Lieberman, che insiste sul servizio militare o civile per tutti, sulla riduzione della burocrazia e su un'impostazione laica dello Stato. Otzma Yehudit, guidato da Itamar Ben–Gvir, punta invece sulla sicurezza interna, sul rafforzamento dei poteri di polizia e su una linea nazionalista più dura. La Lista araba congiunta mette al centro i diritti dei cittadini arabi, i servizi pubblici e la lotta alle disuguaglianze, mentre Giudaismo Unito della Torah difende soprattutto gli interessi delle comunità ultraortodosse, dall'istruzione religiosa ai finanziamenti pubblici.

Tra le liste più piccole, Riservisti-Partito Economico e Popolo d'Israele otterrebbero quattro seggi ciascuno. La prima pone l'accento sulle riforme economiche, sul funzionamento delle istituzioni e sul servizio militare; la seconda propone una linea nazionalista incentrata soprattutto sulla sicurezza. Entrambe supererebbero la soglia elettorale, ma resterebbero fuori dai due principali schieramenti.

Il quadro è quello di un Paese diviso su diversi temi, non soltanto sul futuro dei palestinesi, ma anche sul ruolo della religione nello Stato, sull'obbligo del servizio militare, sul costo della vita e sulla gestione delle istituzioni dopo il 7 ottobre. Ed è proprio questa distanza tra i programmi a rendere complicata la formazione di una maggioranza, essere contrari a Netanyahu non significa necessariamente condividere le stesse priorità politiche.

Anche la domanda su chi sarebbe più adatto a fare il premier può essere indicativa. Il 48% degli intervistati preferisce Eisenkot a Netanyahu, che si ferma al 41%. È un confronto personale che mostra il leader di Yashar in vantaggio.

Un governo senza Netanyahu cambierebbe la politica israeliana verso i palestinesi?

C'è poi la questione palestinese, che non è al centro della domanda posta dal sondaggio, ma resta una delle principali differenze tra i partiti. Yashar, la formazione di Eisenkot, ha dichiarato di non considerare attualmente la nascita di uno Stato palestinese un obiettivo politico e di non prevedere l'evacuazione degli insediamenti nell'ambito di un accordo. Anche B'Yachad, l'alleanza di Bennett e Lapid, si oppone a uno Stato palestinese e alla cessione di territori. I Democratici di Yair Golan sostengono invece una separazione politica dai palestinesi attraverso un'iniziativa diplomatica e di sicurezza regionale, pur senza indicare un progetto dettagliato per la creazione di uno Stato palestinese.

In questo quadro, i partiti arabi potrebbero avere un ruolo decisivo. La Lista araba congiunta, che nel sondaggio ottiene otto seggi, sostiene la fine dell'occupazione e la nascita di uno Stato palestinese indipendente. Ra'am, accreditata di sei seggi, appoggia invece una soluzione negoziata a due Stati e punta anche a ottenere più risorse, servizi e sicurezza per le comunità arabe israeliane. Complessivamente, le due formazioni arriverebbero a 14 seggi. Su questo frangente, Eisenkot ha già escluso una prospettiva comune. “Non mi alleerò con nessun partito arabo”, ha dichiarato in un podcast.

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