Elezioni in Israele 2026, i risultati definitivi e chi governerà ora: Netanyahu è primo ma senza maggioranza
Formalmente non c’è un vincitore, perché nessuna coalizione ha i numeri per governare. Servono 61 seggi e l’alleanza che fa capo a Benjamin Netanyahu e tiene in piedi il suo governo si è fermata a 53, perdendo la maggioranza. Il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot invece ha preso 48 seggi. Gli altri 19 sono andati alle liste arabe, il risultato migliore della loro storia.
Ora è tempo di consultazioni e trattative; dopo la pubblicazione ufficiale dei risultati definitivi (che già si conoscono oggi, ma questo passaggio formale verrà completato entro il 4 novembre), il Presidente della Repubblica Isaac Herzog avrà 7 giorni per conferire a un parlamentare l’incarico di cercare una maggioranza. Considerate le premesse e i veti incrociati all'orizzonte si profila una lunga situazione di stallo, salvo svolte negoziali.
Nel frattempo però Bibi e i fanatici dell’ultradestra messianica – come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir – resteranno al potere. Inoltre, anche se durante la campagna elettorale si è discusso soprattutto del 7 ottobre e del clamoroso fallimento del governo sul fronte della sicurezza, il partito del premier è comunque il primo del paese. Netanyahu ha anche lanciato accuse di brogli, ma è stato smentito dal direttore generale ad interim della Commissione elettorale centrale israeliana, Dean Livneh: "Non vi è alcuna base per ipotizzare un danno sistematico al processo elettorale".
I risultati delle elezioni in Israele: affluenza al 77,7%
5,7 milioni di cittadini alle urne, il 77% degli elettori. Un'affluenza record per questa tornata storica, la prima dopo l’attacco del 7 ottobre di Hamas e i massacri di Gaza. È il dato più alto dal 1999, in aumento di circa 7 punti percentuali rispetto al 2022 (70,6%).
Al centro della campagna elettorale, oltre al 7 ottobre e alla questione palestinese, anche temi di politica interna come il carovita, la riforma della giustizia e il servizio militare obbligatorio per gli ebrei ultraortodossi: oggi gli haredim di fatto sono esentati, ma per la maggior parte degli israeliani si tratta di un odioso anacronismo che andrebbe cancellato.
I 120 seggi della Knesset, il parlamento israeliano (che è unicamerale), verranno ripartiti tra tre poli: lo schieramento di Netanyahu, composto dal Likud e dai partiti dell’ultradestra religiosa, il blocco del cambiamento di Eisenkot, un’alleanza composita che riunisce formazioni di centro, centrosinistra e destra (unite soprattutto in chiave anti-Netanyahu) e le due liste arabe, che hanno corso separatamente e ottenuto complessivamente il loro miglior risultato di sempre, passando dai 10 seggi del Parlamento uscente a 19.
Il Likud è la prima forza politica del paese (20,6%), davanti a Yashar, il nuovo partito centrista lanciato dall'ex capo dell'esercito Eisenkot (16,1%): un risultato per certi versi sorprendente, perché molti sondaggi lo davano avanti alla formazione del premier e secondo le prime previsioni il blocco del cambiamento avrebbe battuto la coalizione di Netanyahu (anche se già si metteva in conto che nessuno avrebbe raggiunto la maggioranza).
Il cartello del premier include anche, tra gli altri, i partiti dell’ultradestra messianica di Itamar Ben Gvir (7 seggi) e Bezalel Smootrich (6). Ci sono anche Shas ed Ebraismo della Torah Unito, due forze di ispirazione ultraortodossa a presidio dei privilegi accordati alla comunità degli haredim. Invece il blocco anti-Bibi teneva insieme, oltre a Yashar, anche B'Yachad di Bennett e Lapid, un'alleanza tra centrodestra e centro, Yisrael Beytenu di Lieberman, destra nazionalista e laica, e i Democratici di Golan, di centrosinistra.
Ad ogni modo, almeno in base alle promesse elettorali e alle posizioni espresse durante la campagna, anche se avesse vinto questo cartello probabilmente la politica di Tel Aviv verso la Palestina non sarebbe cambiata in maniera significativa. Eisenkot non è a favore della soluzione "due popoli, due Stati", e Bennett e Lieberman sono apertamente ostili a questa prospettiva. Le due liste arabe invece la sostengono, e chiedono maggiori diritti e investimenti per i cittadini arabi israeliani. Va specificato, tuttavia, che Eisenkot ha criticato l'espansione di alcuni insediamenti israeliani in Cisgiordania e le violenze dei coloni.
Chi governerà Israele adesso: gli scenari dopo il voto
Dato che nessuna delle coalizione che si è presentata alle urne ha ottenuto la maggioranza, bisognerà costruirne una in Parlamento, attraverso accordi post-elettorali. Se il blocco del cambiamento dovesse accordarsi con le liste arabe insieme arriverebbero a 67 seggi.
Mansour Abbas, leader di Ra'am, ha aperto all'ipotesi di un governo Eisenkot. Il suo partito aveva già sostenuto l'esecutivo di Naftali Bennett e Yair Lapid, tra il 2021 e il 2022. Invece Yousef Jabareen, il capo della Lista Unita, ha spiegato a Reuters che non entrerebbe nel governo di Eisenkot a causa delle sue posizioni sui massacri di Gaza e l'occupazione del Libano meridionale, ma potrebbe sostenerlo dall'esterno, pur di mandare Netanyahu all'opposizione.
Dall'altra parte, però, durante la campagna elettorale l'ex generale ha escluso l'ipotesi di un esecutivo a partecipazione araba, proprio come Bennett e Lieberman. L'unico leader del blocco del cambiamento apertamente favorevole alla collaborazione è Yair Golan, che ha chiesto agli altri segretari dell'opposizione di riconoscere che le liste arabe hanno ottenuto un risultato rilevante e si dovrebbe valutare un accordo.
Un altro scenario possibile è la formazione di un governo di unità nazionale, che riunisca il Likud e alcuni partiti dell'opposizione. Però Eisenkot, Bennett e Lieberman hanno promesso di non voler collaborare con Netanyahu. Il primo ministro invece ha garantito agli alleati di estrema destra Ben-Gvir e Smotrich di voler tenere unita la coalizione attuale. Potrebbe accadere anche che Netanyahu riesca a convincere singoli parlamentari a passare dalla sua parte: gliene servono otto.
Se le trattative non andassero a buon fine, lo Stato ebraico potrebbe tornare al voto. Il presidente Isaac Herzog, dopo aver consultato i partiti, affiderà l'incarico di formare il governo a un parlamentare per sondare l'ipotesi di una maggioranza in questa Knesset. Il deputato designato avrà 28 giorni, con una potenziale proroga di altri 14: se fallisse, il capo dello stato potrebbe fare altri tentativi.
Tra il 2019 e il 2022 Israele ha votato cinque volte, proprio a causa delle difficoltà nel costruire maggioranza stabili. Nel frattempo Netanyahu resterà primo ministro, a capo di un esecutivo di transizione che comunque conserva tutti i suoi poteri, inclusa l'iniziativa militare.