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Netanyahu in testa ma non ha la maggioranza: ottimo risultato per i partiti palestinesi

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Netanyahu è in testa nello scrutinio delle elezioni legislative israeliane. Nei primissimi exit poll quasi tutti davano un testa a testa tra il blocco che sostiene Netanyahu, formato dal Likud e dall’estrema destra messianica legata ai coloni, e l’altro blocco, guidato da Eisekont.

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Quest’ultimo, alternativo al premier ma comunque conservatore e dichiaratamente sionista, era leggermente in vantaggio negli exit poll, ma a scrutinio quasi a metà sarebbe lontano dai numeri per formare un governo.

Un Paese sempre più a destra

Sono dati parziali, da prendere con le molle, ma raccontano di un Paese che negli ultimi decenni, e ancor più dal 7 ottobre 2023, si sposta sempre più a destra, a quanto pare senza ritorno.

Ieri sera abbiamo seguito una lunga maratona elettorale con esperti, analisti di geopolitica e colleghi che dal campo ci hanno raccontato ciò che stava accadendo. Almeno dalle piazze di Tel Aviv sembrava che Netanyahu fosse davvero finito. Invece oggi, pur non avendo i numeri per formare un governo con la sua coalizione, resterebbe il primo partito e il blocco più forte del Paese.

Il risultato storico dei palestinesi con passaporto israeliano

La vera notizia di queste elezioni, però, arriva dai palestinesi con cittadinanza israeliana. La Lista Unita, che riunisce tre formazioni, otterrebbe 11 seggi, a cui si aggiungono i 7 seggi di Ra’am di Mansour Abbas: insieme sfiorano i 18 seggi, quasi il doppio rispetto al 2022, il risultato più alto nella storia dei partiti arabi alla Knesset. Decisiva un’affluenza record, intorno all’80%, in una comunità che per anni aveva disertato le urne. Il presidente della Lista Unita, Yousef Jabareen, ha parlato di una «giornata storica». Entrambe le liste si sono dette disponibili a sostenere un governo guidato da Eisenkot pur di mandare a casa Netanyahu. Ma è proprio qui che l’alternativa mostra il suo limite: Eisenkot ha posto come condizione a qualunque alleato il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e di Hamas come organizzazione terroristica da smantellare, e in campagna elettorale aveva di fatto escluso un governo con i partiti arabi. Avigdor Liberman, che fa parte del suo blocco, ha detto chiaramente che non si appoggerà a loro. Netanyahu, dal canto suo, ha già agitato lo spettro di un esecutivo che dipenda da partiti arabi «antisionisti». Così i voti di quasi un quinto della popolazione rischiano di restare fuori dalla porta anche questa volta.

La strategia dello stallo

Del resto, il premier puntava a una situazione di stallo: sapeva che i 61 seggi su 120 necessari per avere la maggioranza alla Knesset, e quindi formare un governo, sarebbero stati lontani. Ma lo stallo gli permette di tornare alle urne e restare premier ad interim. Non sarebbe una novità: tra il 2019 e il 2022 Israele ha votato cinque volte in meno di quattro anni, e Netanyahu ha attraversato quella crisi politica rimanendo quasi sempre al centro della scena.

Restare al governo significa soprattutto continuare a rinviare i suoi processi per corruzione: tre procedimenti per frode, corruzione e abuso d’ufficio, noti come casi 1000, 2000 e 4000, che si trascinano dal 2020. E significa godere di una protezione rispetto al mandato di arresto spiccato nel novembre 2024 dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità legati alla guerra a Gaza.

Queste elezioni ci dicono che il sistema di potere di Netanyahu è ben saldo; che la popolazione ha scelto lo stato di guerra permanente contro i nemici «ovunque essi si trovino», per usare le parole dello stesso Netanyahu; e che, soprattutto, ha scelto di smantellare gli ultimi contrappesi democratici in un Paese dove chi governa non vuole essere controllato.

È lo stesso scontro esploso nel 2023 con la riforma della giustizia, che puntava a ridimensionare i poteri della Corte suprema. Allora, per mesi, centinaia di migliaia di israeliani scesero in piazza ogni settimana. Quella mobilitazione, a quanto pare, non si è tradotta in un cambio di maggioranza.

Eisenkot e la dottrina Dahiye

Il blocco di Eisenkot non rappresentava una vera alternativa sui territori palestinesi occupati, anche perché il leader della coalizione è noto per aver ideato la dottrina Dahiye, dal nome del quartiere sciita di Beirut dove è fortemente radicato Hezbollah. Secondo questa dottrina si può radere al suolo un intero quartiere, o quasi, se si ritiene che vi sia un obiettivo militare per Israele.

Eisenkot la formulò nel 2008, da capo del Comando Nord dell’esercito, dopo la guerra del Libano del 2006: l’idea è usare una forza sproporzionata contro le aree da cui partono gli attacchi, colpendo anche le infrastrutture civili, per scoraggiare il nemico. Una logica che molti osservatori hanno ritrovato nella distruzione di Gaza.

La Palestina assente dalla campagna elettorale

Lo stesso Eisenkot ha detto che, in caso di vittoria, non ci sarebbe stata alcuna trattativa per uno Stato di Palestina. Anzi, in tutta questa campagna elettorale la Palestina non è mai esistita: non è stata un tema. I veri temi sono stati la corruzione e la difesa della Corte suprema dagli attacchi di Netanyahu. Nessuno dei due blocchi ha messo in discussione l’espansione delle colonie in Cisgiordania né il futuro di Gaza.

Cambia quindi poco per i palestinesi, e molto per gli israeliani, che continuano a portarsi dietro un enorme rimosso: quello di una terra occupata nel ‘48 e nel ‘67 che continuano a considerare interamente loro.

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Il podcast daily di Valerio Nicolosi per Fanpage.it: ogni mattina alle 7, una finestra sul mondo per capire cosa davvero sta accadendo. Politica estera, conflitti internazionali, migrazioni, politica interna e tematiche sociali raccontate dal giornalista con chiarezza e approfondimento. Con la voce di esperti e reportage direttamente dal campo - Palestina, Ucraina, Mediterraneo, Africa, Stati Uniti, America Latina e molto altro - SCANNER porta le storie dove accadono, per offrirti ogni giorno un’informazione completa, immediata e dal vivo.

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