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Il 22 ottobre l’esercito israeliano ha fermato undici attivisti internazionali a Masafer Yatta, a sud di Hebron, in Cisgiordania. Dopo 48 ore di detenzione sono stati espulsi. Una di loro, italiana, racconta cosa è successo. Per motivi di sicurezza ha chiesto di restare anonima.
Nei giorni scorsi è uscito un documentario che racconta le violenze e gli abusi su palestinesi e in particolare sui prigionieri, lo trovate qui
Cosa facevate a Masafer Yatta?
Stiamo accanto a pastori e agricoltori a cui l’esercito e i coloni impediscono di raggiungere la propria terra. Ora c’è la raccolta delle olive, un momento fondamentale per l’identità e l’economia palestinese. Ma diventa ogni anno più violento: solo quest’anno ci sono state centinaia di attacchi dei coloni. Una volta la nostra presenza serviva da deterrente. Oggi nemmeno un passaporto straniero ti protegge da arresti ed espulsioni. Così restiamo con le persone. Dormiamo nelle loro case perché possano recuperare qualche ora di sonno e facciamo turni di guardia di notte per documentare gli attacchi.
Cosa è successo il 22 ottobre?
Eravamo in undici, a casa di una famiglia palestinese. Il villaggio è in Area B, non in una zona militare chiusa come ha poi sostenuto l’esercito. I soldati hanno circondato la casa e hanno minacciato di arrestare i palestinesi se non fossimo uscite. Ci hanno detto che volevano solo fotografare i passaporti. Intanto all’uscita del villaggio ci aspettava la polizia: ci hanno sequestrato telefoni e documenti e ci hanno portato in commissariato. Hanno preso anche un anziano palestinese che cammina con il bastone. Non c’era nessuna accusa contro di lui, eppure l’hanno tenuto per ore seduto per terra, senza dargli acqua.
Com’è stata la detenzione?
È durata 48 ore. Prima in una cella del commissariato, poi nel centro di detenzione per l’immigrazione dell’aeroporto, una specie di CPR. Celle sporche, letti di pietra, il bagno allagato, e a qualcuno non hanno dato nemmeno una coperta. L’avvocato ripeteva che tenerci lì senza un’accusa formale era illegale. Negli interrogatori ci accusavano di sostenere il terrorismo. A due di noi hanno negato i farmaci che devono prendere ogni giorno. Poi un ufficiale ci ha minacciate di stupro, cosa che avviene anche con i prigionieri palestinesi, e abbiamo passato la notte con quella paura.
Siete riuscite a contattare l’ambasciata?
Solo la sera prima dell’espulsione, dopo circa 35 ore. È venuto il personale dell’ambasciata di Tel Aviv e poi ha comunicato che stavamo bene, anche se gli avevamo raccontato gli abusi. Da quel momento ci hanno trattate in modo più dignitoso. Ma per tutte le 48 ore il clima è stato di derisione e umiliazione.
Cosa chiedete al governo italiano?
Che chi viola il diritto internazionale venga perseguito. E che l’Italia protegga la popolazione palestinese e gli attivisti che vanno in Cisgiordania, anche contro i divieti d’ingresso: dopo un’espulsione spesso arriva un bando di dieci anni o a vita, e solo il governo può intervenire per via diplomatica. Non ci interessa sentir dire che l’espulsione è andata a buon fine: noi non volevamo andarcene. Mio padre ha gli ulivi in Puglia, so cosa vuol dire vivere della terra. Stare accanto a chi la lavora non è un crimine.
La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per tortura sul trattamento degli attivisti della Flotilla detenuti in Israele. Pensi che anche loro abbiano subito violenze?
Sì, è realistico, per come sono stati trattati loro e per come siamo state trattate noi. Alla fine ci rendiamo conto che il nostro governo è complice. Da anni migliaia di persone riempiono piazze, porti e stazioni per chiedere lo stop alle armi e la fine di ogni complicità con Israele, ma il governo è sempre rimasto in silenzio.