Cosa succede se si spegne definitivamente l’altoforno dell’ex Ilva di Taranto e perché non può essere riacceso

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Lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto è un processo irreversibile a causa dell’età dell’impianto. Lo spiega a Fanpage.it il professore ed esperto di siderurgia, Carlo Mapelli. Ma la fine dell’impianto è già scritta: “Per ripartire servirebbero oltre 6 miliardi di euro”
Intervista a Prof. Carlo Mapelli
Esperto di siderurgia e professore ordinario del Politecnico di Milano

La fine dell'ex Ilva di Taranto, uno dei più grandi impianti siderurgici d'Europa, sembra essere già scritta, e a mettere l'ultima parola saranno i giudici. Dopo la chiusura l'11 settembre decisa dalla Corte d'Appello di Milano, l'altoforno 2 dell'area a caldo è stato messo in uno stato di preriscaldo (hot stand-by) in attesa della decisione definitiva della Cassazione, attesa per il 24 ottobre.

I danni che amianto e polveri sottili prodotti dall'impianto provocherebbero a cittadini e lavoratori sono stati ritenuti dai giudici più importanti del guadagno economico. Per questo, in forza dell'articolo 41 della Costituzione, è stato decretato lo stop, ribadito anche nella pronuncia relativa al ricorso presentato da Acciaierie d'Italia e Ilva spa.

Ma spegnere un altoforno è un processo irreversibile. Il perché lo spiega a Fanpage.it uno dei massimi esperti di siderurgia, il professore ordinario del Politecnico di Milano, Carlo Mapelli, componente nel 2013 della struttura commissariale dell'Ilva. "Il 2014 è stato l'anno di non ritorno, quando non sono state risolte le problematiche che oggi hanno portato la magistratura a fermare l'impianto. Allo stato attuale, per tornare a fare funzionare il sito a pieno regime servirebbero 6 miliardi di euro di investimenti. Nessun privato è in grado di farlo".

Professore, perché l'altoforno non può essere spento e basta?

Lo spegnimento richiede parecchie ore perché l'altoforno non deve subire shock termici rilevanti. Tutte le operazioni vengono fatte per evitare che collassi su se stesso.

Come avviene lo spegnimento?

Quando è in funzione, l'altoforno viene riempito progressivamente di strati alternati di minerale di ferro, dal quale si estrae la ghisa, e di carbon coke, che fa da combustibile. Per mandarlo in arresto, il minerale viene sostituito con il coke e si abbassa gradualmente la temperatura. Quando l'altoforno è completamente riempito di coke ci sono due opzioni. La prima è l'estrazione della "salamandra", cioè della struttura metallica che si forma nell'altoforno durante il funzionamento. Oppure si tiene semplicemente la salamandra all'interno.

Quanto tempo ci vuole per lo spegnimento?

Per lo spegnimento senza la rimozione della "salamandra" si impiegano circa cinque giorni, più o meno.

L'altoforno dell'Ilva di Taranto è stato messo in una fase di hot stand-by, cosa vuol dire?

È un processo di attesa in cui l'altoforno non produce ghisa, viene riempito di coke e si tiene calda la parte bassa. È una fase propedeutica al possibile di riavvio. Nel momento in cui si ricomincia pian piano a ricaricare il minerale raggiunge la stabilità termica in 48-72 ore più o meno.

Se viene spento non può più essere riacceso?

Sì, se un altoforno come quello dell'Ilva di Taranto dovesse essere spento dovrebbe essere ricostruito, questo soprattutto a causa dell'età che ha.

Perché?

Ha un refrattario già installato da diversi anni. Il refrattario è l'isolante termico, ed è proprio questo che non deve subire shock, per non rompersi. Lo spegnimento completo rischia di non consentire il riavvio, se non ricostruendo i refrattari dell'altoforno, un'operazione che impiega parecchie settimane poi ed è anche parecchio costosa.

Lo spegnimento sembra essere inevitabile. Che cosa significa la fine dell'Ilva di Taranto?

Sicuramente è stata importante per lo sviluppo di tutta l'industria metalmeccanica italiana, fino al 2005. Negli anni ha consentito di fornire prodotti competitivi a tutto il comparto del settentrione italiano. Ma oggi, a seguito di questa prolungata crisi, non ha più un valore strategico, e sono state costruite catene di approvvigionamento diverse altrettanto competitive.

Quindi non è la fine del siderurgico italiano?

No, siamo il secondo produttore d'acciaio d'Europa anche senza Ilva. L'Italia ha sviluppato tecnologie diverse nel settentrione.

Il Governo ipotizza di trasformare l'impianto dell'ex Ilva in un polo per la produzione di acciaio green. È una prospettiva probabile?

Quello era di fatto il piano di Enrico Bondi [ex ad di Ilva e capo della struttura commissariale nel 2013 n.d.r.], solo che arriva con 12 anni di ritardo e con una serie di concorrenti internazionali che si sono attrezzati per tempo. Certo, in teoria è l'unica prospettiva, ma un piano del genere oggi potrebbe essere affrontato solo con lo Stato in maggioranza, perché nessun investitore privato può sopportare l'intensità degli investimenti richiesti.

Quanto servirebbe oggi?

Adesso i costi sono saliti, ma diciamo che per produrre 4-5 milioni di tonnellate di acciaio l'anno servirebbero più di 6 miliardi di euro di investimento. Nessun privato sarebbe in grado oggi. Uno Stato se volesse potrebbe farlo, sempre che creda che quell'impianto sia strategico, cosa che nei fatti l'Ilva di Taranto ad oggi non è.

E invece per quanto riguarda la bonifica? La Corte di Milano stima che all'interno ci siano ancora 200 tonnellate di amianto.

Per la bonifica del sito, la famiglia Riva nella transazione con la procura di Milano aveva messo a disposizione 1 miliardo e 200 milioni di euro. Se sono stati utilizzati per altro bisognerà rifinanziare anche quelle quote. Sicuramente un privato non si farà carico di quella cifra, quindi anche in questo caso entra in gioco lo Stato. È un'area molto appetibile, soprattutto per lo sviluppo del porto, per cui la bonifica sicuramente va fatta.

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