L’Ilva di Taranto spegnerà gli altiforni a ottobre: cosa succede dopo la nuova sentenza
L'ex Ilva di Taranto sarà obbligata a spegnere i suoi altiforni entro la fine di ottobre. La Corte d'Appello di Milano lo aveva stabilito già il 27 luglio, ma poi Ilva e Acciaierie d'Italia avevano fatto ricorso in Cassazione e chiesto che, nel frattempo, lo spegnimento venisse sospeso. Ma oggi la stessa Corte (composta da giudici diversi) ha respinto quella richiesta.
Il motivo, hanno spiegato, è che il diritto "dei cittadini alla salute" viene prima di quello "all'esercizio dell'attività di impresa". E gli impianti sono stati ritenuti inquinanti, dunque dannosi per la salute. L'obbligo di spegnimento resterà in vigore fino a quando non sarà "rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti" e non saranno adottate le misure "necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza". Ci sono circa due tonnellate di amianto nello stabilimento, inglobate nelle strutture che servono a riscaldare l'aria per fondere i minerali. Dunque, c'è il rischio di dispersione di polveri sottili, dannose per la popolazione, come mostrato dai dati sulla mortalità nella zona più, alta della media.
Come siamo arrivati allo spegnimento dell'Ilva
Il procedimento era iniziato nel 2021, quando undici cittadini dell'associazione Genitori Tarantini avevano promosso a Milano (sede legale dell'azienda) una richiesta di inibitoria. Il 27 luglio di quest'anno, in Appello, il Tribunale aveva dato loro ragione.
Il decreto dei giudici milanesi sottolineava "l’incremento dei casi di morte e ospedalizzazione nell’area prossima allo stabilimento", che dimostrava che mantenere le polveri sottili entro certi limiti "non è sufficiente a scongiurare i rischi per la salute". La Corte aveva anche deciso di disapplicare, in parte, l'autorizzazione ricevuta nel 2025 dagli stabilimenti, perché quell'atto non aveva "alcuna prescrizione in tema di rimozione dell’amianto". L'autorizzazione (chiamata tecnicamente Autorizzazione integrata ambientale, o Aia) dell'anno scorso era solo l'ultima di una serie, "che si sono susseguite nel tempo dal 2011", avevano ricordato i giudici; e nessuna aveva seriamente affrontato il tema delle sostanze inquinanti e le polveri sottili.
A luglio, contro quel decreto si erano schierate le società Ilva Spa e Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, cioè rispettivamente la proprietaria e la gestrice degli impianti. Avevano presentato ricorso in Cassazione e, nel frattempo, presentato una richiesta di sospensiva. Avevano detto che c'è il rischio di un danno economico "grave e irreparabile" in caso di spegnimento, perché si tratterebbe di una "distruzione produttiva" che obbligherebbe a chiudere l'Ilva, con migliaia di licenziamenti. In più, significherebbe "disperdere" le "ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni per garantire la continuità produttiva e salvaguardare i livelli occupazionali".
L'ultima sentenza del Tribunale di Milano: cosa hanno deciso i giudici
I giudici, però, non sono stati convinti. Oggi la stessa Corte d'Appello di Milano, composta da giudici diversi, ha confermato l'ordine di spegnere i forni entro la fine di ottobre. È vero che c'è ancora il ricorso in Cassazione, che potrebbe ribaltare la decisione. Ma sembra molto improbabile che la decisione arrivi nel giro di un mese e mezzo. Dunque, sembrano non esserci alternative allo spegnimento.
La sentenza recita che, "Nel conflitto fra il diritto all'esercizio dell'attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest'ultimo". Lo hanno stabilito più volte la Cassazione e la Corte costituzionale, tanto più da quando, nel 2022, la Costituzione è stata modificata specificando che l'attività economica "non può svolgersi in modo da recare danno alla salute o all'ambiente". La stessa linea l'aveva confermata la Corte di giustizia dell'Unione europea, interpellata proprio dal Tribunale di Milano, a giugno 2024.
I giudici hanno risposto anche sul rischio di un danno agli impianti, sottolineando che "nel corso degli ultimi anni, gli altiforni 1, 2 e 4" sono stati "più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati". Le società, peraltro, dicono che ci sarebbe un danno "ma non dimostrano che l’adeguamento richiesto dalla normativa europea sia un’alternativa praticabile".
Per quanto riguarda i danni economici, la risposta della Corte è che i gestori dell'Ilva avrebbero dovuto mettere in conto la possibile sospensione dell'attività: "Non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti". E sui fondi pubblici stanziati negli anni che andrebbero sprecati, come sostenevano le società, la sentenza è netta: è "pacifico che l’impianto siderurgico di Taranto richiede investimenti ingentissimi", ma è anche "evidente" che "anche in futuro occorreranno investimenti ingenti per il polo siderurgico in questione che sono connessi all’impianto in sé, e che tutti gli eventuali acquirenti anche internazionali ne sono già pienamente consapevoli".
Dubbi su chi comprerà l'Ilva, le aziende dell'indotto ripartono con 2.500 licenziamenti
Ora che lo spegnimento appare inevitabile, cambiano anche le prospettive per il futuro degli impianti. Restano poco chiari i possibili acquirenti. C'è l'interesse di una cordata di imprese italiane del settore, con il coordinamento di Federacciai; ma non vorrebbero comprare l'area a caldo, cioè quella degli altiforni, solo il resto degli stabilimenti. C'è l'offerta del colosso industriale indiano Jindal, e potrebbe arrivarne una anche dai cechi di CE Industries e dagli statunitensi di Flacks Group.
La stessa incertezza riguarda i dipendenti. A settembre, a seguito del decreto del Tribunale, le 28 aziende che lavorano in collegamento con l'Ilva avevano annunciato 2.500 licenziamenti collettivi. Poi la mossa era stata congelata pochi giorni dopo su pressione del governo Meloni, ma oggi l'associazione che rappresenta le aziende, chiama Aigi, ha "formalmente comunicato ai sindacati la ripresa dei licenziamenti collettivi".
Per completare lo spegnimento degli altiforni all'ex Ilva entro fine ottobre, probabilmente si inizierà già nei prossimi giorni. Oggi ci sono circa 3mila dipendenti in cassa integrazione a Taranto, circa la metà del totale; quel numero parrebbe destinato a salire di parecchio da qui a un mese.
Martedì i sindacati a Palazzo Chigi: "Subito blocco licenziamenti"
Il governo è chiamato a intervenire. Il presidente della Puglia Antonio Decaro, il sindaco di Tarato Piero Bitetti e il presidente della Provincia Giafranco Palmisano si sono uniti alla richiesta dei sindacati nazionali e delle associazioni delle imprese: bisogna incontrarsi subito. E infatti Palazzo Chigi ha fatto sapere che il confronto con i sindacati ripartirà martedì 15 settembre.
Le sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm hanno attaccato: "Le lavoratrici e i lavoratori pretendono risposte sul futuro dell’ex Ilva ed il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro Paese. Non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari", chiedendo "subito il blocco dei licenziamenti".
La decisione del Tribunale di Milano è stata accolta con favore da Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra: "Certifica il fallimento di un'intera classe politica che ora, prevedibilmente, proverà a dare la colpa alla magistratura. Ma i giudici hanno fatto solo il loro dovere: applicare le leggi e tutelare il diritto alla salute di una popolazione che da decenni paga un prezzo altissimo. Il 26 luglio 2012 l'Ilva veniva sequestrata perché produceva malattie e morte. Sono passati più di 14 anni e l'unica cosa che i governi sono stati capaci di fare è stata sospendere e comprimere diritti costituzionali attraverso oltre 20 decreti Salva-Ilva".