
Il 27 ottobre ci saranno le elezioni in Israele, il 3 novembre, una settimana dopo, le midterm americane. Trump e Netanyahu rischiano di vincere o cadere assieme. E cosa succede dopo? Ne parliamo con Elena Testi, giornalista e scrittrice esperta di Medio Oriente.
Oggi rispondiamo alla domanda di Laura
“Ma alle prossime elezioni in Israele riusciremo a toglierci dai piedi Netanyahu? E cambierà qualcosa?”
Quel che è sicuro, Laura, è che il prossimo martedì 27 ottobre, il giorno delle elezioni politiche in Israele, non sarà un giorno importante solo Tel Aviv e dintorni, o per Gaza, o per la Cisgiordania e per il Libano o l’Iran. Sarà un giorno in cui con ogni probabilità cambierà, in un senso o nell’altro, il destino prossimo del mondo. Anche perché il martedì successivo, il 3 novembre, ci saranno pure le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti d’America, che alle elezioni israeliane sono legate a doppio filo. In una settimana, in pratica, si giocano i destini politici di Benjamin Netanyahu e Donald Trump.
Di midterm parleremo presto, però. Oggi ci concentriamo sulle elezioni in Israele. Perché si terranno prima. Perché il loro esito condizionerà le midterm americane. E perché, soprattutto, è possibile che da qui al 27 ottobre succederà di tutto. E forse è utile avere un quadro chiaro del contesto, per poi leggere quel tutto.
Lo stato dell’arte, innanzitutto. La Knesset, il parlamento israeliano, ha 120 sedie. Per avere la maggioranza ne servono 61, il numero chiave di ogni tornata elettorale in Israele. Il sistema elettorale è proporzionale: ogni partito prende dei posti in Parlamento a seconda del numero dei voti che prende, e le coalizioni si fanno dopo, un po’ come accade in Spagna e Germania. Nella scorsa tornata elettorale, quella del 2022, il Likud, partito di destra di Benjamin Netanyahu, si è aggiudicato 32 seggi. E per raggiungere la maggioranza si è alleato con una serie di partiti di destra ancora più estrema. In particolare, con il cartello elettorale formato da Otzma Yehudit e dal Partito Religioso Sionista i cui due leader, Itmar Ben Gvir e Bezazel Smotrich, entrambi coloni in Cisgiordania, entrambi estremisti religiosi, sono diventati rispettivamente ministro della sicurezza interna e ministro delle finanze del governo più a destra che Israele abbia mai avuto. E dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 i più strenui sostenitori dell’annientamento di Gaza e dell’occupazione completa della Cisgiordania.
Ma, per l’appunto, com’è messo Netanyahu a tre anni dal 7 otttobre e dopo il fallimentare attacco all’Iran? Quanto possono pesare ancora Ben Gvir e Smotrich? E come sono messi gli oppositori dell’attuale primo ministro israeliano? Per rispondere a queste domande non potevo che chiedere a mia volta una mano a Elena Testi, inviata in Medio Oriente per il Tg de La7 e autrice di un incredibile libro, Genesi, che racconta alla perfezione l’ascesa dell’estrema destra in Israele.
Prima domanda per Elena. Partiamo da Netanyahu: com'è messo il premier israeliano nei sondaggi? Ha possibilità di rimanere primo ministro dopo il voto?
“Ma questa è la domanda delle domande, un po' la domanda che ci poniamo tutti e se Netanyahu tornerà ad essere primo ministro israeliano. Anche se secondo me il ragionamento è più profondo. Allora, innanzitutto va spiegato che Netanyahu non è amato dagli israeliani, insomma Bibi, come lo chiamano in patria, per vari motivi.
Tra questi c'è il fatto che sulla testa di Netanyahu pendono tre diversi processi. La seconda è che non è mai stata fatta un'inchiesta sul 7 ottobre, un'inchiesta statale, quindi indipendente. È l'uomo del 7 ottobre, cioè colui che non ha garantito la sicurezza dello Stato di Israele. Un'altra motivazione del perché sta scendendo nei sondaggi, oltre alla disastrosa guerra con l'Iran, è anche questo rapporto altalenante con Donald Trump, quel presidente degli Stati Uniti d'America. Cioè prima era visto come colui che riusciva a parlare con gli USA, adesso invece Israele si stanno rendendo conto che che questo potere in realtà Benjamin Netanyahu lo sta perdendo e anzi sta isolando Israele agli occhi del mondo e quindi per questo sta scendendo, appunto, nell'indice di gradimento.
Poi l'altra domanda, che è secondo me un po' più complessa da porsi, non è tanto se Netanyahu tornerà ad essere o meno primo ministro, ma se questa attuale forza di governo che incorpora l'estrema destra israeliana, la destra nazionalista, la destra messianica e gli ultraortodossi tornerà al potere. E stando ai sondaggi, vedendo la fotografia, appunto, di oggi, la risposta è assolutamente no. Vero è che però ancora mancano due mesi al 27 ottobre e due mesi sono tanti in Medio Oriente e quindi bisognerà capire come si concluderà alla fine questa campagna elettorale”.
La campagna elettorale è lunga, è vero. Ma per ora, come racconta Elena Testi, i numeri non mentono: il Likud, stando ai sondaggi, dovrebbe fermarsi a 21 seggi, 12 in meno rispetto a quanti ne ha oggi. E i partiti della coalizione, sommati, dovrebbero arrivare a metterne assieme 29. Totale: 50 seggi. Undici in meno rispetto a quelli che servono. Di più: il Likud a differenza di quanto accadde quattro anni fa, non è nemmeno più il primo partito. Allo stato attuale, infatti, la testa dei sondaggi spetta a Yashar, una nuova forza politica fondata dall’ex capo dell’IDF, dal 2015 al 2019, Gavi Eiskenot. Un militare, certo, e non certo un leader di sinistra, ma con idee sulla guerra, su Gaza e sulla Cisgiordania abbastanza diverse da quelle di Netanyahu. Ma appunto, quante probabilità ha di vincere contro Netanyahu?
“Eisenkot è un personaggio molto importante, anche molto interessante politicamente, devo dire la verità. È un uomo molto amato in Israele, ha perso un figlio a Gaza nel 2023 durante un'operazione di liberazione degli ostaggi, poi ha perso due nipoti sempre a Gaza e quindi è in grande considerazione in Israele perché è considerato come un eroe. È un uomo che arriva dall'esercito israeliano perché ha guidato il comando nord della IDF e ha servito come vice capo di stato maggiore e come capo delle forze delle di difesa israeliane dal 2015 al 2019. Ed è un uomo che ha sempre fatto parte di tutte le commissioni per la sicurezza di Israele. Ha deciso di candidarsi, o meglio, ha deciso di formare il suo partito quest'anno nel 2026, un partito che si chiama Yashar e ha dei punti di programma che sono, ad esempio, il servizio militare o civile per tutti, quindi introducendo anche gli ultraortodossi che sono motivo di grandi scontri in Israele e anche di grande dibattito pubblico. Un altro dei punti che piace molto agli israeliani è l'indipendenza della Corte Suprema, quindi il contrappeso democratico che assolutamente non va toccato, come invece aveva tentato di fare Benjamin Netanyahu con la famosa riforma della giustizia. C'è poi, appunto, il riconoscere i matrimoni civili e vietare la terapia della conversione, perché ancora in Israele non è vietata la terapia della conversione per gli omosessuali tramite pratiche religiose, insomma.
Però bisogna anche vedere che cosa propone per la questione palestinese. In realtà è molto mite, se così si può dire, nelle sue affermazioni, ma è stato un po' più chiaro aggiunto durante un'intervista a Meet The Press, un diciamo un podcast di Channel 12, che è una rete indipendente in Israele, considerata la rete televisiva d'opposizione e ha escluso la soluzione dei due popoli e dei due stati e ha anche detto un'altra frase, ha aggiunto, che chiunque parli di pace in questo momento e proponga la soluzione dei due popoli e dei due stati non conosce in maniera approfondita il conflitto. Non è un uomo contrario agli insegnamenti in Cisgiordania, anche lui chiama Giudea e Samaria nella sua accezione biblica e questo, insomma, la dice lunga, però trova molto pericolosa un'annessione completa, come propongono Smotrich e Ben Gvir, ma per motivi di sicurezza, banalmente, dello Stato di Israele, perché qualora si dovesse arrivare ad un'annessione completa della Cisgiordania ci sarebbero 7.500.000 ebrei e 7.500.000 arabi e questo non permetterebbe di garantire la sicurezza e, anzi, sarebbe molto, ma molto pericoloso.
Quindi questa è un po' la linea di Eisenkot, cioè un considerato un democratico, espressione, appunto, della sicurezza di Israele, però è un uomo che al momento non apre alla soluzione dei due popoli e dei due stati e che, insomma, non è neanche contrario agli insegnamenti in Cisgiordania. Vero è che ha proposto di smantellare quelli più piccoli ed è un uomo che è, a parole, questo sì, molto violento nei confronti dei coloni che sin dal 2019 chiama terroristi alla stessa stregua degli arabi. Quindi questo Eisenkot ed è oggettivamente l'unico competitore, diciamo, l'unico competitor serio in questo momento che potrebbe, con una coalizione, chiaramente, battere Benjamin Netanyahu”.
La parola chiave è sempre la stessa: coalizione. Perché alla fine anche per Eisenkot formare una coalizione rischia di essere complicato. Perché nella Knesset, in questa come nella prossima, c’è di tutto. Ci sono Ben Gvir e Smotrich, la destra estrema dei coloni e della Grande Israele. Ci sono i partiti di sinistra. Ci sono altri partiti di centro come quello dell’ex premier Bennet. Ci sono i partiti degli immigrati russi, dei beduini del Negev e degli arabo-israeliani, ovviamente. E comporre qualcosa, da quei numeri rischia di essere complicato. La domanda da cui partire, però, è sempre la stessa: chiunque governi, a questo giro, sia esso Netanyahu o Eisenkot, riuscirà a tenere fuori l’estrema destra di Ben Gvir e Smotrich?
“Allora, la prima analisi che va fatta è se loro si presenteranno con una lista unica per evitare una dispersione di voti, come è successo nel 2022 e si sono presentati con questa lista unica per volontà di Benjamin Netanyahu. La seconda il secondo fattore molto interessante da analizzare è che Smotrich, fino a 3 mesi fa, non aveva i numeri per essere eletto alla Knesset, invece se si votasse oggi con il suo partito riuscirebbe addirittura a ottenere cinque seggi. E questo aumento di consenso non ha rubato voti ai Itamar Ben Gvir, che rimane stabile, e semmai li ha rubati a Benjamin Netanyahu. Per quanto riguarda coalizioni diverse, bisogna un po' perdersi nella matematica. Il sistema israeliano funziona così, che per formare un governo servono almeno 61 seggi al Parlamento israeliano. È chiaro che è una questione matematica. Quindi qualora vincesse una coalizione che è diversa da quella, appunto, attuale, guidata ad esempio da Gulan, Lapid, Eisenkot e Naftali Bennett, molto probabilmente non si riuscirebbe ad ottenere una maggioranza alla Knesset, quindi ti servirebbe un'altra forza per riuscire a formare questo governo. E l'altra forza potrebbero essere o i partiti arabi o i partiti degli ultraortodossi o, ad esempio, Benjamin Netanyahu.
Quindi riportare un po' il Likud nel centrodestra e farlo uscire da questo cono d'ombra dell'estrema destra israeliana. È uno scenario che io ritengo molto, ma molto difficile, però possibile. L'unica cosa che risulterebbe estremamente complessa, che si formerebbe una maggioranza estremamente eterogenea e quindi molto fragile, come è successo poi nel 2020 con, appunto, Lapid e Bennett che si misero insieme, ma durarono all'incirca due anni, poi si tornò alle elezioni e vinse Netanyahu, appoggiato dall'estrema destra israeliana”.
Prima di parlare di cosa succederà dal 28 ottobre, tuttavia, vale la pena capire cosa succederà prima. Perché come diceva giustamente Elena Testi prima in Medio Oriente le campagne elettorali sono lunghissime. E soggette a cambiamenti di scenario così rapidi che prevedere oggi cosa succederà tra due mesi è quasi impossibile. Per dire: di mezzo c’è una pace a Gaza ancora tutta da costruire, ci sono gli attacchi continui dei coloni ai palestinesi in Cisgiordania, ci sono le tensioni al confine col Libano, quelle in Siria tra Israele e Turchia. E la guerra in Iran, che non si capisce ancora cosa finirà. Non bastasse, c’è pure l’anniversario della strage del 7 ottobre. E il pallino, per quanto non se lo sia gestito benissimo in questi anni, ce l’ha ancora in mano Benjamin Netayahu. Ecco: da qui a ottobre come potrebbe evolvere il quadro? Soprattutto in Libano, Cisgiordania e Gaza cosa farà da qui ad allora Netanyahu per cercare di far crescere il proprio consenso?
“La situazione credo che peggiorerà drammaticamente soprattutto a Gaza e in Cisgiordania. A Gaza perché non si vuole assolutamente arrivare ad un accordo che dia una pace ai civili che vivono all'interno della striscia di Gaza che stanno pagando un prezzo altissimo e in Cisgiordania stiamo assistendo alla nascita continua di insediamenti e a una situazione completamente fuori controllo. La Cisgiordania è fuori controllo in questo momento.
Per quanto riguarda il Libano, Netanyahu ha dovuto fare dei passi indietro. Li ha dovuti fare su richiesta di Donald Trump. Ad esempio quando l'ultima volta Netanyahu è andato a Washington per incontrarlo Trump ha chiesto a Bibi di liberare delle zone del sud del Libano per fare in modo che arrivasse l'esercito libanese e testasse un po' la sua potenza nei confronti di Hezbollah perché uno dei grandi temi in questo momento in Libano è il disarmo di Hezbollah e trovare un accordo futuro tra Libano e Israele, molto molto difficile.
Per quanto riguarda l'Iran, io credo che in questo momento insomma la palla non sia tra le mani di Netanyahu ma sia tra quelle di Trump che insomma passa da una dichiarazione all'altra. Quindi la situazione più complessa sicuramente è a Gaza e West Bank ed è una un calcolo cinico di Netanyahu che non sta chiudendo nessun fronte. Molto probabilmente la campagna elettorale sarebbe andata in maniera totalmente diversa se Benjamin Netanyahu fosse riuscito a ottenere una vittoria sull'Iran e fosse riuscito a portare a un regime change. Un regime change iraniano avrebbe sicuramente cancellato la colpa e l'orrore del 7 ottobre. Invece così Netanyahu rimane l'uomo che non ha garantito la sicurezza dello Stato di Israele”.
Abbiamo visto il prima. Ora occupiamoci del dopo. Perché le elezioni in Israele e le midterm americane sono quasi due turni della stessa tornata elettorale. Perché i candidati in America, lo stiamo vedendo con le primarie dei democratici, sono valutati anche in funzione del loro appoggio a Israele o alla causa palestinese. E perché una vittoria o una sconfitta di Netanyahu potrebbero incidere sul destino di Trump. Che a sua volta, perdesse camera e senato, finirebbe per avere le mani legate in politica estera. Quindi: una sconfitta contemporanea di Netanyahu e Trump cosa comporterebbe? E una vittoria contemporanea di entrambi?
“Questa è una domanda super interessante, perché le due campagne elettorali sono fortemente intrecciate, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti d'America, perché lo stiamo vedendo in questi in questi giorni, eh la vittoria, ad esempio, delle primarie democratiche in Michigan, che hanno visto vincere Abdul El-Sayyed, un chiaro segno di come Israele entri a gamba tesa nella politica americana. Oltretutto stanno comunque accadendo degli sconvolgimenti all'interno della politica americana. Ci sono i democratici che appoggiano sempre di meno Israele con i repubblicani che rimangono abbastanza fermi, per volontà di Donald Trump. Che cosa ce lo dice? Ce lo dice, ad esempio, l'ultimo voto sull'invio di armi in Israele, dove più di centinaia di deputati hanno votato un emendamento per tagliare i finanziamenti militari a Israele.Nel 2024, quando venne votato il pacchetto di aiuti da inviare da inviare in Israele, i democratici che votarono contro furono 37. È una differenza notevole. Vuol dire che i democratici contro Israele sono triplicati, addirittura, mentre i repubblicani rimangono fermi, seppur con consapevoli che all'interno del proprio elettorato inizia ad esserci una spaccatura, soprattutto da parte dei millennial, che non giustificano più tutto ciò che sta accadendo in Medio Oriente.
Quindi, capisci che le elezioni di medio termine sono molto delicate ed è anche uno dei motivi per cui Trump sta prendendo delle distanze da Benjamin Netanyahu e fa uscire frasi dette al primo ministro molto, molto forti, che mettono sì in difficoltà Benjamin Netanyahu agli occhi degli israeliani, ma se non altro fanno recuperare un po' di consenso a Donald Trump.
Se dovessero perdere entrambi, che cosa accadrebbe a Israele? Beh, questa è una domanda alla quale è difficile rispondere, perché poi eh sicuramente, come ho spiegato, i democratici si stanno allontanando da Israele, ma qualora cambiasse la leadership israeliana, ci sarebbe chiaramente un riavvicinamento. Molto probabilmente ci sarebbe un riavvicinamento. Diciamo che Israele ha avuto sempre un appoggio bipartisan. Non è che sono sempre stati solo i repubblicani ad appoggiare Israele, ma anche i democratici. P
er quanto riguarda la domanda se vincessero entrambi, spero di sbagliarmi, veramente spero di sbagliarmi, ma si potrebbe tornare a combattere nuovamente contro l'Iran, che poi in realtà è la grande battaglia della vita di di Benjamin Netanyahu, sempre stata la sua grande ragione di vita, quella di sconfiggere l'Iran”.
Allacciamo le cinture insomma. Perché davvero, in autunno, si deciderà tanto del nostro futuro. Anche per oggi è tutto. Noi ci prendiamo una piccola pausa. Ma ci si risente a settembre. Qui, sempre su Direct.