Ex Ilva di Taranto, Corte d’Appello Milano conferma stop altiforni: “Siamo 4 mila lavoratori a rischio, c’è rabbia”
Rabbia e paura. Sono queste le emozioni che serpeggiano tra i lavoratori dell'ex Ilva di Taranto, l'impianto industriale per il quale si prospetta il blocco totale dell'area a caldo. Oggi, 5 ottobre, i giudici della Corte d'Appello di Milano hanno respinto il ricorso presentato da Acciaierie d'Italia e Ilva spa. Resta in vigore, quindi, lo stop previsto per questo mese.
A scrivere la parola fine sarà la Cassazione il prossimo 20 ottobre, ma già il governo nell'ultimo incontro con i sindacati lo ha descritto come uno scenario "inevitabile". La decisione quindi è presa per volere della magistratura e avallo dello Stato, ma il modo con cui si concretizzerà per i lavoratori è ancora tutto da scrivere.
"La rabbia è tanta, abbiamo paura perché non è giusto. Sta cadendo tutto nuovamente sulle spalle dei lavoratori". A raccontare a Fanpage.it il sentimento dall'interno del sito è Enzo Mercurio, referente del sindacato Usb di Taranto. "La nostra unica colpa è quella di esserci svegliati per anni la mattina per andare al lavoro".
A rischio oltre 4 mila lavoratori
Lo spegnimento degli altiforni rappresenta un'azione definitiva: si tratta di impianti che una volta fermati non possono essere rimessi in funzione. Per Mercurio e i lavoratori, questo prelude a una dismissione totale anche per le aree cosiddette "a freddo": "A Taranto c'è un ciclo produttivo integrale, significa che l'energia usata viene prodotta dall'area a caldo. È chiaro che sospenderla vuol dire mettere a rischio anche l'alimentazione di quella a freddo. Se poi ci aggiungiamo che i costi dell'energia sono aumentati a dismisura andare avanti diventa impossibile non per una parte del gruppo, ma per tutti, anche se con tempi diversi".
Secondo le stime fornite dai sindacati, il bacino di lavoratori per cui è stata rinnovata la cassa integrazione era di circa 4.000 appartenenti a tutto il gruppo, di cui 3.500 solo a Taranto. Questi però sono solo gli impiegati diretti di Ilva in Amministrazione straordinaria, ai quali vanno aggiunti quelli degli Appalti, che rappresentano una platea altrettanto ampia. Si parla di 2.500 operai scesi in piazza per chiedere maggiori tutele e il riconoscimento del lavoro usurante. Lo ha raccontato a Fanpage.it Giacomo Mastro, 42 anni di cui 24 passati nell'impianto tarantino. Giacomo sa che per lui come per gli altri operai dell'indotto si prospetta la cassa integrazione, ma non conosce ancora la durata e le condizioni: "Ho due noduli ai polmoni e dopo tutto quello che ho fatto non mi resta nulla".
Come appreso da Fanpage.it, nell'ultimo tavolo di concertazione tra i rappresentati del Governo con i sindacati – Usb, Fim, Fiom e Uilm – è stato prospettato uno specifico intervento normativo d’urgenza con diversi tipi di cassa integrazione per i lavoratori dell'indotto e quelli dell'Ilva in amministrazione straordinaria.
Da quell'incontro sono passate tre settimane. In queste ore sindacati e governo si trovano contrapposti nuovamente a un altro tavolo, quello di Electrolux, durante il quale il ministro delle imprese, Adolfo Urso, ha promesso aiuti in manovra per sostenere il nuovo piano industriale. Ma sul fronte Taranto tutto continua a tacere.
"Problema sul lato occupazionale e sanitario: abbiamo perso la speranza"
La nuova pronuncia dei giudici milanesi arriva dopo l'ultimo incidente, avvenuto sabato 3 ottobre, nell'Acciaieria 2. Nessun ferito, ma per i sindacati è il sintomo della scarsa manutenzione del sito che continua a mettere a rischio l'incolumità dei lavoratori. Oltre agli incidenti, a gravare sugli operai sono anche i pericoli per la salute, come spiega chiaramente la precedente pronuncia della Corte d'Appello di Milano: gli altiforni devono essere spenti "per conseguire la protezione […] del diritto alla salute, essendo questa esposta a rischio per le emissioni inquinanti provenienti dagli impianti dello stabilimento siderurgico".
Questo è il nodo fondamentale che rende quella di Taranto una vertenza diversa da tutte le altre: "Noi qui oltre al problema dell'occupazione abbiamo anche quello sanitario. È quest'ultimo soprattutto che ci ha tolto la speranza di avere qualcosa di migliore", sottolinea Mercurio.