Manifestazioni in Italia, cosa si può e non si può fare in piazza: i chiarimenti dell’esperta
La rete Hub 4 Defenders ha pubblicato una guida essenziale di autodifesa contro la repressione per attivisti, organizzazioni e movimenti. Fanpage.it ne ha parlato con Paola Bevere, avvocata dei Giuristi democratici, che ha contribuito alla realizzazione del vademecum e che da tempo si occupa di questi temi.
"È più facile utilizzare un sistema penale che reprime e mette in carcere gli emarginati, con l'illusione che questo risolva il disagio, piuttosto che un sistema sociale che si faccia carico della povertà e del futuro dei giovani", dice l'avvocata, criticando il populismo penale del governo Meloni, che in questi quattro anni ha introdotto nuovi reati e aumentato le pene come risposta a problemi sociali complessi, che invece avrebbero richiesto un'analisi più approfondita.
La guida risponde a una serie di domande: Come si può manifestare? Che cosa si può portare in piazza, come bisogna comportarsi durante un controllo e quali sono i propri diritti se si viene accompagnati in questura? Si può filmare la polizia con il telefono? E che cosa cambia con le nuove norme sulla sicurezza?
Che cos'è Hub 4 Defenders e perché è nato
Hub 4 Defenders è una rete che offre supporto legale, psicologico e digitale ad attivisti e organizzazioni. Tra le realtà che ne fanno parte ci sono anche i Giuristi Democratici, di cui è membro l'avvocata Paola Bevere.
"Il progetto è nato un anno e mezzo fa, proprio perché col primo decreto sicurezza sono stati introdotti dei reati come il blocco stradale e i picchetti anti sfratto, che già denotavano un restringimento della possibilità di manifestazione", racconta l'avvocata. Da qui l'esigenza di offrire agli attivisti strumenti per conoscere i propri diritti e sapere come comportarsi in caso di problemi durante una protesta. Oltre a realizzare il vademecum, Hub 4 Defenders ha messo a disposizione un centralino per le emergenze, a cui è possibile rivolgersi in caso di fermi, accompagnamenti in questura o altre difficoltà legate alla partecipazione alle manifestazioni. "Il progetto, nasce proprio per fornire un primo supporto a chi scende in piazza e si trova a dover affrontare situazioni in cui è importante conoscere le possibili conseguenze legali delle proprie azioni", spiega Bevere.
Prima di andare in piazza: che cosa portare e che cosa evitare
Il vademecum di Hub 4 Defenders raccoglie alcuni consigli pratici per partecipare alla manifestazione e sapere che cosa portare e non con sé prima di scendere in piazza. Avere un documento d'identità e proteggere il telefono, impostando un PIN sicuro, disattivando le notifiche visibili sullo schermo bloccato ed evitando di conservare sul dispositivo contenuti sensibili non necessari, sono i tra consigli del vademecum. La guida invita inoltre a non portare armi o oggetti che possano essere considerati atti al trascinamento o a offendere, come forbici, catene, bastoni e petardi, il cui possesso o utilizzo può avere conseguenze legali.
Con l'ultimo, e ottavo decreto sicurezza, è stata ampliata la possibilità per la polizia di fermare preventivamente una persona e portarla in caserma, dove può essere trattenuta fino a 12 ore. Una misura che esisteva già durante le manifestazioni e che ora può essere applicata anche in specifiche operazioni di polizia in luoghi molto affollati.
A far ritenere la norma illegittima costituzionalmente per Bevere è il fatto che la norma lasci troppo spazio all'interpretazione delle forze dell'ordine, che possono decidere chi fermare sulla base di criteri poco chiari. "È evidente che, essendo molto discrezionale e poco tassativa questa descrizione, può essere applicabile anche a ragazzi che hanno la felpa nera col cappuccio o solo lo scalda collo, come è avvenuto", spiega l'avvocata. E aggiunge, con una considerazione che definisce lei stessa paradossale: "Sicuramente non andare con la felpa nera, col cappuccio, a questo punto è una cosa da fare se si vuole stare più tranquilli. Nel dubbio non si dovrebbe limitare un diritto costituzionalmente garantito", afferma.
Tra le segnalazioni ricevute da Hub 4 Defenders, l'avvocata racconta anche il caso di una persona che aveva uno scaldacollo nello zaino. "Non che lo avesse indosso", precisa. E si domanda: "Se basta avere una sciarpa, uno scaldacollo per rientrare nella casistica, è evidente che chiunque sta andando a una manifestazione potrebbe essere fermato solo dall'aspetto sospetto".
Dopo i fatti di Milano del 17 ottobre, il centralino di Hub 4 Defenders ha registrato un aumento delle richieste di assistenza. "Da Milano a oggi noi abbiamo ricevuto un centinaio di segnalazioni, mentre di fatto per un anno come Hub avevano telefonato una ventina di persone", riferisce Bevere. L'avvocata segnala inoltre una cinquantina di casi a Roma nella giornata di sabato 24 ottobre, oltre a numerose segnalazioni da Milano.
Fermi preventivi: che cosa sono e quanto possono durare
Per capire che cosa può succedere durante una manifestazione, è importante distinguere tra identificazione, accompagnamento preventivo e arresto. L'accompagnamento per identificazione riguarda i casi in cui occorre verificare l'identità di una persona, per esempio quando mancano i documenti o ci sono dubbi sulla loro autenticità. L'arresto, invece, rientra nell'ambito penale e ha presupposti e garanzie specifici.
Diverso è il caso dell'accompagnamento preventivo, che permette alle forze dell'ordine, in presenza delle condizioni previste dalla legge, di portare una persona in caserma e trattenerla fino a un massimo di 12 ore. È proprio questa possibilità di intervenire prima che venga commesso un reato a preoccupare Bevere. "Dire che il soggetto è sospetto e potrebbe compiere atti pericolosi è un'anticipazione del pericolo del pericolo, che per il diritto penale non sarebbe ipotizzabile", spiega l'avvocata. Il rischio, secondo Bevere, è che una persona venga privata temporaneamente della libertà non per qualcosa che ha fatto, ma per il sospetto che possa fare qualcosa in futuro.
In caso di controllo, il vademecum invita a chiedere il motivo dell'intervento da parte della polizia, e se si viene accompagnati in questura, a chiedere di poter contattare un avvocato. Tra le segnalazioni ricevute dall'Hub ci sono anche racconti di presunti abusi da parte delle forze dell'ordine. "Alcuni ragazzi sostenevano che non avessero avvisato i genitori, anche se erano minori, alcuni hanno avuto dei maltrattamenti, hanno dichiarato di aver subito delle percosse", racconta Bevere.
L'avvocata precisa che si tratta di segnalazioni arrivate attraverso il centralino e che non conosce gli sviluppi successivi dei singoli casi. "Le persone che hanno subito abusi eventualmente faranno un esposto se riterranno" spiega.
Si può filmare la polizia durante una manifestazione?
Un'altra informazione utile per chi scende in piazza è che è possibile filmare la polizia durante una manifestazione. Non è necessario essere giornalisti per farlo. "Tutti possono filmare e fare foto", spiega Paola Bevere, che chiarisce come anche le forze dell'ordine possano riprendere ciò che accade durante una manifestazione. "Non si può impedire a nessuno di fare foto o filmare", ribadisce l'avvocata.
Bisogna però fare una distinzione tra registrare un video e pubblicarlo. "Il giornalista chiaramente ha anche diritti maggiori nel divulgare il materiale che raccoglie", spiega Bevere. Chi non è un professionista dell'informazione deve invece prestare attenzione alla privacy delle persone riprese: "Eventualmente vanno divulgati oscurati, se non si fa il giornalista".
E se la polizia chiede di consegnare il telefono perché si sta filmando? Secondo Bevere, il semplice fatto di aver ripreso una manifestazione non giustifica automaticamente il sequestro del dispositivo. "Il sequestro di un bene si basa sempre su un reato", spiega l'avvocata, precisando che il telefono può essere sequestrato se ricorrono i presupposti legati alla commissione di un reato.
Il nuovo decreto sicurezza: che cosa cambia davvero
Il decreto-legge n. 190 del 22 ottobre 2026 ha introdotto il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, che prevede la reclusione da due a cinque anni e una multa da 10.000 a 20.000 euro per determinate condotte.
Commentando la nuova norma, Paola Bevere giudica la pena particolarmente alta: "Sanzioni di questo tipo ci sono in materia di stupefacenti o comunque in materia di lesioni gravi, quindi è sbilanciato il disvalore sociale con la sanzione penale", spiega l'avvocata.
Bevere sottolinea inoltre che alcune condotte erano già punite dalla legge: "Anche detenere questi oggetti pericolosi era già un reato", ricorda. E aggiunge: "Non è che un nuovo reato risolve il conflitto in piazza. Però sicuramente può disincentivare i giovani a partecipare".
Il decreto interviene anche su altri aspetti. Tra questi, l'aumento delle pene per alcune condotte di devastazione e saccheggio commesse durante le manifestazioni e l'estensione dell'arresto in flagranza differita anche ai minorenni, nei casi previsti dalla legge. Il nuovo decreto prevede, nell'ambito della violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, un aumento della pena da un terzo alla metà quando alle condotte si aggiungono lesioni personali nei confronti di chi esercita funzioni di pubblica sicurezza.
Un altro punto riguarda il cosiddetto "chi rompe paga", cioè le conseguenze per i genitori quando i figli minorenni commettono determinati reati. "In realtà la responsabilità civile del genitore sui fatti del minore esiste già", spiega Bevere. "Quello che è stato aggiunto è la sanzione per il genitore quando il minore ha delle condotte che costituiscono reato" .
L'avvocata: "La sicurezza è anche il diritto di manifestare"
Per Paola Bevere, introdurre nuovi reati non significa necessariamente prevenire i reati. L'avvocata parla di "populismo penale", spiegando che si utilizza il diritto penale per punire condotte che, in alcuni casi, sono già previste come reato o non sono offensive, "solo per dare l'impressione che ci sia una maggior attenzione alla sicurezza".
"Si fa credere al popolo che ci sono tanti reati e quindi tanta prevenzione dei reati e quindi più sicurezza", sostiene Bevere, secondo cui queste nuove norme non incidono necessariamente sulle cause dei problemi che vorrebbero affrontare.
Nella sua analisi, le politiche sulla sicurezza hanno preso di mira anche alcune categorie sociali, dagli occupanti di case ai migranti, dai detenuti agli ecoattivisti, descritti nella comunicazione politica come "ecovandali" ed "ecoterroristi". Persone che si trovano spesso ai margini della società e che avrebbero bisogno di essere sostenute attraverso politiche sociali, piuttosto che punite.
"È più facile dire ai cittadini che noi li puniamo e mettiamo in carcere con l'illusione che questo risolva il disagio giovanile, il disagio della povertà", afferma Bevere. Ma, aggiunge, "I problemi aumentano e basta con questa legislazione, le persone sono sempre più povere, più disagiate e questo poi è il motivo per il quale le persone manifestano".
Per l'avvocata, quindi, il concetto di sicurezza dovrebbe essere più ampio e non limitarsi alla repressione dei comportamenti considerati pericolosi. "La sicurezza che andrebbe coltivata è quella sul lavoro, la sicurezza della salute, il diritto alla vita, il diritto di manifestare", spiega. Una sicurezza che dovrebbe essere, nelle sue parole, "costituzionalmente orientata".
Bevere sostiene che le politiche attuali rischino di privilegiare la tutela della proprietà rispetto al diritto all'inclusione e alla possibilità di lavorare. "Se non c'è lavoro tutto degenera", afferma. E conclude: "Se si avesse come obiettivo quello di rispettare i principi costituzionali si farebbero delle normative diverse".