Proteste in Italia, come i social e l’IA hanno incattivito le piazze: lo spiega l’esperto

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Dagli appelli a manifestare ai video dei saccheggi, i social hanno contribuito ad alimentare le proteste del 17 ottobre. Gian Piero Travini, esperto di comunicazione e analisi dei dati di Piave, spiega a Fanpage.it come funziona questo meccanismo, quale ruolo ha avuto l’intelligenza artificiale e perché non si può escludere che qualcuno abbia tentato di amplificare i disordini.

All’origine delle proteste e degli sfoghi di violenza degli ultimi giorni ci sono ragioni diverse: il carovita, le difficoltà economiche, forme di disagio più profondo, indefinibile e radicato. Molte persone, soprattutto i giovani, si sono organizzate attraverso i social o sono scese in strada dopo aver visto video, storie e reels.

L'algoritmo non riempie le piazze. Tuttavia, come spiega a Fanpage Gian Piero Travini, esperto di comunicazione e analisi dei dati di Piave, le piattaforme possono far crescere la protesta e incattivirla. Per ora non ci sono prove dell’esistenza di una regia esterna che, attraverso un’azione coordinata, abbia messo in pratica un progetto sovversivo; i moti si sono sviluppati spontaneamente, con i social a fare da vettore. Però, dice Travini, ad oggi non si può escludere che qualcuno abbia tentato di inserirsi nel flusso – a cose già avviate – e amplificare i disordini.

Come sono nate e cresciute le proteste sui social

Piave è una digital agency che fa parte di Spore Group, una società specializzata in comunicazione, analisi dei dati e intelligenza artificiale. Il centro monitora anche le conversazioni pubbliche sui social, analizzando gli argomenti più discussi, le interazioni nella sezione commenti e le reazioni suscitate. Il 17 ottobre sono scoppiati i disordini; in base alle evidenze raccolte dal gruppo, le conversazioni online sulle proteste hanno cominciato a lievitare tre giorni prima. Tra i primi contenuti diffusi su larga scala, Travini ricorda un video realizzato con l’intelligenza artificiale in cui venivano rappresentate scene di devastazione nella città di Milano. Nel marasma dei materiali circolati via social c'erano anche grafiche che invitavano a ripetere in Italia quanto stava accadendo in Francia, dove nei giorni precedenti si erano svolte manifestazioni molto partecipate (in alcuni casi, degenerate in scontri con la polizia).

Durante il fine settimana dei disordini i commenti monitorati da Piave sono cresciuti di oltre sei volte; in quei giorni, gli appelli a scendere in piazza hanno cominciato a proliferare dentro chat e gruppi. Una delle sigle più riconoscibili è "Italia in piazza", che aveva convocato le manifestazioni del 17 ottobre contro il carovita. Secondo Travini, però, “la protesta è stata alimentata da realtà indipendenti tra loro”: gli annunci sono stati rilanciati anche da profili che non avevano rapporti diretti con i promotori. “Dai canali di Italia in piazza”, precisa, “i violenti non sono passati”.

Dai social alle piazze, e poi di nuovo sui social: come si alimentano le proteste

“Social-piazza-social”, un meccanismo che si autoalimenta. Travini ne descrive il funzionamento individuando più passaggi:

  • Le persone leggono gli annunci pubblicati sui social, li condividono e decidono di partecipare.
  • Quando partono i cortei, chi è già in strada registra video e scatta fotografie, per poi condividerli sulle piattaforme. I contenuti raggiungono anche chi è rimasto a casa; alcuni, decidono di aggiungersi alla protesta mentre è già in corso.
  • Il ciclo non si interrompe quando le mobilitazioni si esauriscono; i video continuano a circolare, vengono rilanciati, commentati. Possono diventare il lievito di nuove proteste.

Secondo Travini i video delle violenze, dei saccheggi e degli scontri hanno attirato alcune persone in piazza, incluse quelle interessate ad approfittare dei disordini per rubare nei negozi. A favorire la circolazione di contenuti simili sono gli algoritmi delle piattaforme, che premiano la viralità. Le scene di violenza, proprio perché particolarmente forti, possono ottenere una grande visibilità: "L'algoritmo seleziona quello che funziona di più", osserva lo studioso.

L’intelligenza artificiale velocizza il meccanismo, perché chi vuole promuovere una mobilitazione può produrre contenuti in massa e in pochissimo tempo. Ad esempio, una locandina che prima richiedeva 35 minuti di lavoro viene realizzata dall’AI in una manciata di minuti; il tutto senza disporre di una grande organizzazione né dipendere da grafici.

Perché queste proteste sono difficili da prevedere e gestire

“È un incendio che si innesca e poi divampa velocemente”. Per Travini, una mobilitazione che inizialmente coinvolge poche persone può crescere in maniera molto rapida, senza che le autorità – e persino i promotori – riescano a mantenerne il controllo o prevederne le dimensioni.  L’esperto richiama manifestazioni del passato come le Sardine o le proteste contro il Green Pass; però i disordini degli ultimi giorni presentano caratteristiche ancora diverse, soprattutto per i ritmi con cui si sono sviluppati e la presenza di gruppi che si sono aggregati senza un coordinamento comune.

“Chi in questo momento è un decision maker”, spiega, “ha in testa le piazze degli anni Settanta. Questa è un’altra cosa”. Peraltro, non esiste un’organizzazione in grado di rappresentare tutti quelli che partecipano. Quindi, per le autorità diventa complicato anche stabilire un’interlocuzione. Secondo Travini, le forze dell’ordine dovrebbero prestare attenzione a ciò che accade online nei giorni precedenti alle manifestazioni, per poter prevenire e gestire anche gli eventuali conati di violenza. Cita il caso di Parma dove, a suo giudizio, il monitoraggio dei social nelle 48 ore precedenti avrebbe consentito alle autorità di intervenire in modo mirato.

Dietro gli scontri c'è una regia esterna? Cosa sappiamo sull'ipotesi della guerra ibrida

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di guerra ibrida, facendo riferimento alla possibilità che soggetti ostili utilizzino strumenti digitali, propaganda e altre forme di interferenza per destabilizzare il Paese. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi invece ha precisato che, al momento, non ci sono prove di una regia esterna dietro le violenze.

Qualcuno potrebbe aver utilizzato i social per alimentare deliberatamente gli scontri? Oppure i moti si sono sviluppati spontaneamente? A giudizio di Travini queste due letture – spesso contrapposte – non si escludono necessariamente a vicenda. Una protesta può nascere per ragioni reali, senza che nessuno l’abbia pianificata dall’esterno, e soltanto poi essere alimentata da persone o gruppi interessati ad amplificarne la portata. Per farlo, potrebbero sfruttare il funzionamento delle piattaforme, diffondendo ripetutamente determinati contenuti e cercando di aumentarne la visibilità.

"Le operazioni di guerra cognitiva si inseriscono in situazioni che sono già presenti. È molto complicato crearle se non c'è un clima particolare", spiega Travini. In altre parole, è difficile creare dal nulla una protesta attraverso i social, mentre può essere più semplice alimentare una mobilitazione quando esistono già tensioni e problemi.

Questo, però, non significa che sia accaduto davvero. Piave non ha individuato prove che dimostrino un intervento organizzato dall'esterno e, soprattutto, non svolge indagini per identificare eventuali responsabili; i suoi strumenti servono a monitorare le conversazioni pubbliche e ad analizzare le reazioni degli utenti, non a ricostruire chi si nasconde dietro determinati account o messaggi.

Le piazze si riempiono perché ci sono persone che si sentono escluse dalla società o che vogliono manifestare il proprio malcontento. I social possono facilitare l'incontro tra queste persone, accelerare la mobilitazione e attirarne altre, anche con intenzioni completamente diverse. "L'algoritmo porta velocità e imprevedibilità", conclude l'esperto. Ma per capire perché migliaia di persone siano scese in strada non basta guardare ciò che accade sui loro telefoni.

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