La vita di Giacomo nell’ex Ilva di Taranto: “Ho due noduli ai polmoni, qui nessuno arriva sano a 40 anni”

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Giacomo Mastro
Nell’ex Ilva di Taranto dall’8 ottobre gli impianti sono in preriscaldo, in attesa della pronuncia della Cassazione. “Questo posto mi ha dato una famiglia, ma mi ha anche fatto ammalare. Per i miei figli sogno un futuro diverso”

Nella notte tra 7 e 8 ottobre gli impianti dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto sono stati messi in preriscaldo. Una situazione di stallo in attesa della pronuncia definitiva il 20 ottobre da parte della Cassazione. È l'inizio della dismissione, la fine della più grande acciaieria a ciclo integrale d'Europa.

Il destino dell'impianto è stato già scritto dalla magistratura: per la Corte d'Appello di Milano l'iniziativa economica privata non può svolgersi "in modo da recare danno alla salute o all'ambiente", e per questo hanno decretato lo stop. Per tutelare la salute di cittadini, gli altoforni devono essere fermati. Poi ci sono gli operai che da decenni lavorano e muoiono nella fabbrica.

Tra loro c'è Giacomo Mastro, 42 anni d'età di cui 24 trascorsi nell'ex Ilva: "Sono stato operaio edile, metalmeccanico, e oggi da qualche anno mi trovo nelle pulizie industriali – dice a Fanpage.it – Ho lavorato in tutti i settori ma non importa in quale ti trovi, nessun operaio siderurgico è mai arrivato in salute a 40 anni. Sappiamo che probabilmente non vedremo la vecchiaia".

Gli operai, come tutti gli altri lavoratori, devono essere sottoposti a visite mediche periodiche. Di solito si tratta di controlli annuali, ma per alcune categorie professionali esposte ad alti rischi questo lasso di tempo si riduce. Per i lavoratori degli impianti è di sei mesi. "Quando avevo poco più di 30 anni il dottore ha sentito dei ‘fischi' nei polmoni e mi ha fatto fare i raggi, poi la tac. Ora sono 5 anni che mi è stata riconosciuta la malattia da lavoro".

A riconoscere malattie e infortuni sul lavoro è un ente pubblico, l'Inail, che a seconda del danno, calcola un eventuale indennizzo. Nel caso di Mastro, l'Inail ha riconosciuto l'esistenza di una serie di malattie provocate dal lavoro. "Ho due noduli non maligni al polmone sinistro e una BPCO, una broncopatia spastica cronica ostruttiva". A queste si aggiungono anche un dolore cronico alla spalla e un problema all'udito: "Si tratta di ipoacusia. Tutti gli impianti sono rumorosi e noi siamo esposti tutto il giorno".

Queste patologie hanno un risvolto pratico sulla qualità della sua vita. "Un polmone non si dilata come dovrebbe, posso camminare senza problemi ma fatico a fare i gradini e non reggo lo sforzo prolungato. Ogni mattina devo usare un broncodilatore per mantenere i polmoni più elastici. Ma questo è poca roba rispetto ad altri".

Che le emissioni dell'Ilva siano dannose era un fatto noto, come più volte ribadito dalla Corte d'Appello di Milano che ha più volte definito prevalente il diritto alla salute "dei cittadini e delle maestranze" sugli interessi imprenditoriali. "In questi anni sono aumentate moltissimo le domande per le indennità da malattie professionali, lo vedo perché sono io a portarle avanti per gli iscritti. Solo nella mia azienda siamo 49, almeno 15 hanno avuto il riconoscimento, è una quota molto alta se moltiplicata per tutte le aziende che in questi anni hanno lavorato nell'Ilva".

Oltre ai dipendenti dell'Ilva spa, nell'impianto lavorano operai di altre aziende in appalto: si tratta di centinaia di aziende che impiegano migliaia di lavoratori, almeno 2.500. In tutto, si parla di 4.000 persone. L'Ilva di Taranto è la più grande acciaieria d'Europa, ed è grande il doppio rispetto alla città che la ospita. "Fermare questo mostro senza bonificare un'area così grande sarebbe una seconda Bagnoli, ma moltiplicata per due".

Tra le cose che accomunano il quartiere napoletano di Bagnoli e la città di Taranto c'è la presenza di amianto, uno dei materiali più usati nell'industria fino agli anni Novanta, quando è stato accertato che le sue fibre erano la causa di malattie mortali come il mesotelioma e l'asbestosi, oltre a tumore ai polmoni e ovarico. Nello stabilimento ce ne sono ancora più di 2.000 tonnellate.

Amianto e polveri sottili: sono questi i due elementi più dannosi dello stabilimento secondo i giudici milanesi. Ma tutti a Taranto lo sapevano già, compreso Mastro: "Per 70 anni ci ha fatto ammalare. Sono cose che sappiamo. Ma io grazie a questo posto ho potuto avere una famiglia. Mi sono sposato, sono diventato padre presto. Mia figlia maggiore ha 16 anni e il più piccolo ne farà 12 a novembre. Una cosa voglio per il loro futuro: non lavorare mai qua dentro. Non ho mai fatto assumere un parente  perché se accadesse qualcosa non me lo perdonerei".

Tra i rischi non ci sono solo quelli relativi alla sfera della salute, ma anche della sicurezza. Un altro aspetto che Mastro conosce bene. Era impiegato nella stessa ditta di Loris Costantino, operaio 36enne precipitato per 10 metri mentre lavorava. Per la sua morte sono indagate decine di persone, tra cui dirigenti e responsabili di Acciaierie d'Italia.

"Quella mattina avevo fatto tardi e così anche Loris. Siamo entrati dai tornelli e siamo andati insieme agli spogliatoi, ci siamo cambiati, e poi siamo stati smistati in attività diverse. Quel giorno lui è stato assegnato al lavaggio sul nastro, lo stesso da dove è precipitato".

Per Giacomo è tempo di chiudere con l'Ilva. "Ora bisogna darsi una mossa, bonificare, lasciare qualcosa di meglio ai figli nostri. Ma non possiamo essere noi operai a pagare perché la politica non ha fatto niente tutto questo tempo, perché sapeva che sarebbe finita così".

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