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Le elezioni israeliane in cui Benjamin Netanyahu si gioca tutto: cosa c’è dietro il voto

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Benjamin Netanyahu, alla fine, potrebbe farcela anche questa volta. Anche se ieri sera, mano a mano che arrivavano gli exit poll e i dati dello spoglio delle elezioni israeliane, Bibi rimaneva in silenzio. Inizialmente il risultato sembrava essere molto più favorevole a Yashar e alla coalizione guidata da Gadi Eisenkot. Basti pensare che poche ore prima della chiusura dei seggi ai comitati di Likud non c’era quasi nessuno: erano tutti in giro a esortare la gente a votare, consapevoli che le cose si stavano mettendo male. Dai primi exit poll è emerso subito come nessuno avesse i numeri per poter trovare facilmente una maggioranza – del resto il sistema elettorale italiano è basato su un modello proporzionale puro, che favorisce la rappresentanza al posto della stabilità – anche se l’opposizione e le liste arabe apparivano come la grande sorpresa di queste elezioni, mentre l’estrema destra sembrava arrancare.

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Cosa ha detto Netanyahu

Netanyahu ha parlato solo a notte inoltrata. Ha detto che bisogna ancora aspettare i risultati finali, ma che due cose sono chiare:

Il Likud è il partito più grande d'Israele. I canali della propaganda ci davano 19 seggi, e sapevano di mentire, volevano deprimere il voto. La seconda cosa è che il blocco della destra ha una maggioranza netta e decisiva tra i sionisti, tra gli ebrei e tra tutti coloro che sostengono lo Stato ebraico; questo è ciò che è emerso chiaramente. Ho detto, e lo ripeto, che dobbiamo formare un governo forte, nazionale e di destra. È questo che dobbiamo fare. È semplicemente vietato mettere in pericolo Israele e formare un governo che si regga sui partiti arabi antisionisti, che si oppongono alla nostra stessa esistenza, che considerano Hamas un'organizzazione benefica e che definiscono i nostri soldati criminali di guerra.

E ancora, Netanyahu ha rivendicato quanto fatto dal suo governo.

Con decisioni coraggiose, insieme a un popolo israeliano che ha tenuto duro e grazie ai nostri eroici soldati, abbiamo compiuto imprese straordinarie che hanno cambiato il volto del Medio Oriente. Abbiamo eliminato Deif, Haniyeh, Sinwar, Nasrallah e Khamenei. Abbiamo creato zone di sicurezza in profondità nella Striscia di Gaza, in Libano e in Siria. Abbiamo rimosso una minaccia esistenziale imminente che incombeva su di noi, il pericolo di una distruzione immediata. Abbiamo colpito il regime iraniano e lo abbiamo portato sull'orlo del baratro.

Sempre sulla questione iraniana ha anche aggiunto:

L'Iran è più debole che mai, Israele è più forte che mai. Eppure, amici miei, eppure vi dico che non è ancora finita. Perché finché esisterà quel regime fanatico, un regime che ha scritto sul proprio vessillo, che ha definito come scopo stesso della propria esistenza la nostra distruzione, cercherà ancora di annientarci. Ed è in nostro potere, insieme al nostro straordinario amico, il presidente Trump, eliminare questa minaccia una volta per tutte.

La reazione di Trump

A proposito di Donald Trump. Sul suo social, Truth, il presidente statunitense ha scritto che la situazione è completamente cambiata quando lui ha espresso il suo sostegno per Netanyahu: prima sembra che il premier israeliano si dovesse preparare a una grande sconfitta e poi – nella lettura trumpiana – c’è stata un “rimonta che ha portato a una fase di stallo, se non una vittoria per Netanyahu”. E tutto ovviamente è successo dopo il sostegno di Trump.

I seggi nella Knesset

I risultati parziali pubblicati dalla Commissione elettorale centrale, nel primo pomeriggio del 28 ottobre, assegnavano 53 seggi allo schieramento di Netanyahu, contro i 48 di quello di Eisenkot, mentre alle liste arabe venivano dati 19 seggi. È ancora presto per capire chi arriverà alla maggioranza di 61 seggi – su 120 totali della Knesset – e con che coalizione sarà alla guida del prossimo governo. Ma lo stallo è una buona notizia per Netanyahu: ciò che conta per lui è rimanere in carica, anche se ad interim, nell’attesa di nuove elezioni nel caso in cui non si riuscisse a trovare una quadra. Eventualità, quest’ultima, che il presidente israeliano Isaac Herzog ha chiesto a tutti i partiti di evitare.

La posta in gioco per Bibi

In queste elezioni, le prime dopo il 7 ottobre, Netanyahu si è giocato in primis la propria sopravvivenza politica. Negli ultimi mesi infatti non hanno fatto che intensificarsi le richieste di una commissione di inchiesta che accerti le responsabilità del suo governo nel non aver saputo prevedere, intercettare e respingere l’attacco di Hamas avvenuto ormai tre anni fa, alla luce anche delle inchieste giornalistiche che hanno dimostrato come Netanyahu avesse ricevuto degli avvertimenti sia dai servizi di intelligence degli Emirati, che da quelli egiziani. Ma per Netanyahu la questione è anche profondamente personale: dal suo essere o meno il premier del Paese dipende la capacità di poter evitare e rimandare i processi a suo carico, quelli che lo vedono imputato per frode e corruzione.

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