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Ieri la Serbia e il Brasile, domani Israele e la settimana prossima gli Stati Uniti. Nel giro di dieci giorni gli equilibri politici del pianeta potrebbero cambiare profondamente. E già solo quello che è successo nel weekend avrà un impatto profondo in due continenti, quello europeo e quello americano. Sono Paesi, elezioni e contesti molto diversi tra loro, ma c’è anche una similitudine in un certo senso: in entrambi i casi, infatti, è stata sconfitta una parte politica che guarda all’autoritarismo e che prospera nella compressione degli spazi democratici, che si tratti di libertà costituzionali o della buona salute dei presidi istituzionali e del bilanciamento dei poteri.
Partiamo dal caso della Serbia. In un momento storico in cui tutto il continente europeo è travolto dalle proteste delle giovani generazioni, in Serbia ha vinto la Lista degli Studenti. E aggiudicandosi la maggioranza dei seggi in parlamento ha rimosso dal potere Aleksandar Vučić, da oltre una decade alla guida del Paese, in veste di premier o presidente. Lui stesso ha riconosciuto la sconfitta. In serata il capo dello Stato uscente ha dichiarato che la sua coalizione, Serbia Unita, ha perso le elezioni ottenendo circa il 39% dei voti contro i 52% della Lista studentesca. Ora, dall’opposizione, dimostrerà però che gli studenti hanno fatto una campagna “scorretta e piena di menzogne”.
I risultati delle elezioni in Serbia
Gli elettori serbi si sono mossi in massa, con un’affluenza record alle urne, la più alta dalla disgregazione della Jugoslavia. Una mobilitazione che non è arrivata di colpo nelle ultime 48 ore: questa tornata elettorale è il culmine di due anni di proteste. Tutto è cominciato alla fine del 2024, quando nella stazione della cittadina di Novi sad è crollata una pensilina, uccidendo 16 persone. Un incidente che ha innescato un’ondata di proteste in tutto il Paese: i manifestanti accusavano il governo e tutto il sistema di essere profondamente corrotto, affidando i lavori di ristrutturazione a una compagnia cinese – Pechino del resto è il nuovo grande alleato di Vučić – che poi si è dimostrata negligente. Vučić prima aveva fatto dimettere il primo ministro, poi aveva dovuto fare lo stesso, ricandidandosi comunque alle elezioni come premier.
La sconfitto di Vučić
Era al potere dal 2014, inizialmente come primo ministro e poi da quasi dieci anni come presidente. Prima ancora era stato ministro dell’Informazione ai tempi di Slobodan Milosevic, il dittatore morto in carcere vent’anni fa, mentre era a processo per genocidio e crimini contro l’umanità. Vučić in tutto questo tempo ha consolidato un sistema corrotto e autoritario, subordinando i media e le istituzioni al potere politico. Filorusso e da sempre vicino a Vladimir Putin, negli ultimi anni ha stretto i rapporti con Xi Jinping e ha spesso lodato Trump.
Ora è stato sconfitto da una lista di studenti che non ha un vero e proprio leader, ha nominato i candidati in assemblee universitarie puntando tutto su candidati civili – come il medico Ilija Srdanović – e ha un programma ben poco definito, al di là della lotta alla corruzione. Soprattutto in politica estera rimangono molti interrogativi e non è ancora chiaro se questa nuova pagina politica avvicinerà maggiormente la Serbia all’Unione europea. Ma sicuramente si è trattato di una vittoria storica.
I risultati delle elezioni in Brasile
E lo stesso aggettivo si potrebbe usare per descrivere quello che è accaduto in Brasile. Luiz Inácio Lula da Silva ce l’ha fatta di nuovo e al ballottaggio ha sconfitto Flavio Bolsonaro, il figlio dell’ex presidente che in questo momento è ai domiciliari a scontare una condanna per aver provato a organizzare un golpe. Dal primo turno Lula era uscito in svantaggio su Bolsonaro. Ma poi ha innescato una rimonta incredibile con la quale ora blinda il suo quarto mandato, l’unico presidente nella storia brasiliana ad averlo raggiunto. Un momento che probabilmente è stato decisivo – quantomeno è diventato virale in tutto il mondo – è stato quando durante uno degli ultimi confronti tra i due candidati, Bolsonaro ha chiamato Lula “nuevededos”, deridendolo. Ma Lula, a cui manca un mignolo, ha risposto ricordando che quel dito l’ha perso a 17 anni lavorando in fabbrica senza alcuna tutela. E ha trasformato quel momento in opportunità, per ricordare i decenni passati al fianco dei lavoratori, come lui stesso sia stato sfruttato e sia stato vittima del lavoro nero, mentre Bolsonaro non ha mai lavorato e ha sempre goduto, grazie alla sua famiglia, di una vita agiata e di benessere, molto distante da quella che vive la maggior parte dei brasiliani.
Lula batte Bolsonaro
A proposito della famiglia Bolsonaro. Come il padre Jair, Flavio Bolsonaro non ha mai nascosto la nostalgia per la dittatura militare. Come il padre che ha sfidato Lula prima di lui, ha contestato l’esito del voto chiedendone l’annullamento, anche se questo non significherà che si arriverà alla situazione drammatica del 2023 e al tentato golpe. Anche Donald Trump, grande alleato della famiglia Bolsonaro, ha messo in dubbio i risultati – sempre senza fornire alcuna prova di irregolarità – dicendo che sia stato applicato il modello Biden del 2020 al Brasile.
Se Bolsonaro avesse vinto, sarebbe stato un altro punto a favore della dottrina Donroe, che in America Latina ha già piantato alcuni semi. Anche al di là del caso venezuelando, in cui l’amministrazione Trump ha letteralmente arrestato con un blitz militare il presidente Maduro per rimpiazzarlo con dei nomi più malleabili per gli Stati Uniti, in diversi Paesi del continente si stanno consolidando governi che orbitano attorno al mondo Maga: l’Argentina, su tutti, e poi la Colombia, il Cile, il Perù. Se anche il Paese più popoloso del continente avesse confermato questa svolta verso la destra populista e autoritaria, le conseguenze si sarebbero fatte sentire anche a livello globale.
Cosa sta cambiando nel mondo
Sarebbe stato un altro Paese in cui i fondamenti democratici sarebbero stati a rischio: del resto lo stesso Flavio Bolsonaro aveva detto di voler cambiare la Costituzione in caso di vittoria e non aveva escluso di intervenire sulla condanna del padre. Un altro Paese con un leader negazionista del cambiamento climatico. Un altro Paese vicino agli Stati Uniti trumpiani e disposto ad avallare l’impunità del governo israeliano.
E proprio questi due fronti saranno quelli in prima pagina nei prossimi giorni. Domani con le elezioni in Israele, le più complesse per Benjamin Netanyahu da quando è al potere, e la prossima settimana con le mid term statunitensi, in cui gli equilibri al Congresso potrebbero cambiare in favore dei Democratici.
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