podcast

Perché condanniamo la violenza dei giovani e ignoriamo quella del sistema?

Immagine
Audio wave

Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

Immagine

Le proteste della gen Z in Europa – da Milano a Parigi, passando per la Spagna e l’Albania, – sono le proteste di una generazione che non ce la fa più. Sono scoppiate per ragioni diverse – da contestazioni sulla scuola, sulla casa e contro il carovita – ma hanno un filo rosso che le attraversa: l’esasperazione totale per un modello economico, sociale e culturale che esclude e che schiaccia, che annulla qualsiasi prospettiva sul futuro e mette costantemente in discussione la sopravvivenza del presente. Viviamo in un sistema violento, dove il lavoro è diventato sinonimo di sfruttamento e precariato, dove una casa dignitosa è un privilegio, dove la salute non è più alla portata di tutti. Il benessere venduto dalla società capitalista occidentale si è piano piano rivelato per ciò che è: utopia delle masse, appannaggio di pochi.

Ti è piaciuto questo episodio di NEL CASO TE LO FOSSI PERSO?

condividi

Eppure, in questi giorni agitati, a scandalizzare non sono state le ragioni di questa presa di consapevolezza collettiva, quanto le forme dei suoi effetti. Sulla violenza del sistema si continua a tacere. Ma quella di chi lo mette in discussione è diventata bersaglio dell’indignazione collettiva, a partire dai media. Leggiamo sui giornali e sentiamo i soliti commentatori ripetere che “la violenza va condannata senza se e senza ma”, un’espressione scontata e retorica che impedisce di raccontare la complessità e le mille sfaccettature del momento storico che stiamo vivendo.

La violenza del sistema

Il drammaturgo tedesco Bertold Brecht, circa cent’anni fa, scriveva che “tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”. Quella di Brecht è un’opera che torna particolarmente attuale proprio in questi giorni. E infatti, negli spazi dove non prevale il racconto mainstream di ciò che sta accadendo, ritroviamo diberso richiami anche al “Libro delle Svolte”:

Ci sono molti modi di uccidere una persona: si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato.

I giovanissimi scesi in piazza in questi giorni vedono il mondo per quello che è. Un mondo in cui il “sogno americano” è morto e sepolto. Non è vero che impegnandosi a scuola si avranno mille opportunità nel mondo del lavoro. Non è vero che un buon impiego proteggerà dalla povertà. Non è vero che facendo i giusti sacrifici si costruirà una casa confortevole. E il “sogno europeo”, non esiste più: la sanità pubblica cade a pezzi e curarsi non è più un diritto ma un privilegio, il welfare è stato picconato da privatizzazioni continue che hanno reso il benessere sinonimo di lusso, le comunità dove ci si prende gli uni cura degli altri sono state sfasciate da sovranismi vari ed eventuali.

E tutto questo ha devastato un’intera generazione. Che ora è parecchio arrabbiata.

Una generazione senza futuro

Le piazze del fine settimana sono state descritte come una manipolo di “maranza” violenti, un’orda di vandali in preda a una furia cieca, da condannare senza se e senza ma. Però questa è un’interpretazione parziale, paternalista e francamente piuttosto iniqua, architettata da chi non ha alcun interesse a riconoscere le ragioni e le origini di un malessere profondo. Eppure, nonostante tutto, è una narrazione che funziona.

Perché alla fine l’opinione pubblica si lascia indignare di più per la vetrina di una multinazionale rotta che per il fatto che oltre quel vetro ci siano oggetti che costano come le case in cui la maggior parte delle persone vive. Che oltre quel vetro lavorino persone con stipendi che in un anno non arrivano alle stesse cifre che vengono spese in un giorno lì dentro da una manciata di persone.

Da quando ci viene più facile difendere la proprietà privata – attenzione, quella di un brand multimiliardario, mica del negozio dell’artigiano che in quello spazio ci ha condensato il lavoro di una vita – invece che gli altri diritti che vengono quotidianamente violati: quello alla salute, alla casa, al lavoro?

L'indignazione dell'opinione pubblica

Ci scandalizziamo perché dei ragazzi hanno rubato delle scarpe o delle felpe, ma non per il fatto che la società in cui viviamo abbia normalizzato i costi esorbitanti di quelle scarpe e di quelle felpe. Social network e piattaforme hanno contribuito alla narrazione per cui sia perfettamente ordinario avere addosso ogni giorno migliaia e migliaia di euro, o telefoni che costano più di una rata di affitto. Tutti mostrano uno stile di vita che però nessuno può davvero permettersi.

Il punto è che non sono più solo i simboli di uno status privilegiato, di ricchezza e agio, a essere fuori portata. Non è solo questione di un ascensore sociale rotto che non permette di migliorare le proprie condizioni di partenza. L’ordinaria sopravvivenza, ormai, diventa prerogativa di pochi. Eppure la maggioranza – quella che fatica a fare la spesa e a pagare le bollette, la stessa che si ritrova a fare delle scelte tra beni di prima necessità perché costano troppo e con gli stipendi da fame ormai non ci si assicura più nemmeno il minimo indispensabile – è più scombussolata da qualche episodio di quelli che negli anni Settanta sarebbero stati definiti “espropri proletari” nelle catene della grande distribuzione.

Le proteste di questi giorni sono il sintomo di una profonda ingiustizia sociale, di un sistema politico ed economico emarginante, sinceramente violento, che ha escluso un’intera generazione dallo sguardo al futuro. E non si è fermato lì, ha anche ridotto questa generazione al silenzio.

Ridotti al silenzio

Perché non va bene la rabbia, che è violenta e rompe le vetrine. Ma non va nemmeno bene sedersi pacificamente in mezzo a un’autostrada per denunciare la catastrofe climatica, perché fa arrivare “i grandi” in ritardo al lavoro mentre il mondo brucia. Non va bene lanciare vernice lavabile contro i palazzi, perché lì dentro c’è chi prende decisioni che devono andare bene a tutti, e non va disturbato. Non va bene lamentarsi dello sfruttamento, perché gli scansafatiche non piacciono a nessuno. E non va nemmeno bene piantare le tende in piazza contro il caro affitti, perché è un comportamento da viziati che vogliono tutto senza essere disposti a fare nulla.

Eccola la generazione nelle piazze di tutta Europa. Una generazione inascoltata, marginalizzata, vessata. Una generazione che dovrebbe essere il futuro di tutti, ma alla quale è stato impedito di immaginare il futuro, distruggendone il presente un pezzo alla volta. Una generazione che protesta in modo apartitico, ma incredibilmente politico. Le manifestazioni non sono state organizzate nei luoghi tradizionali delle mobilitazioni, dai partiti ai sindacati: c’è stato un passaparola via social, emblema della profonda distanza che ormai si è cicatrizzata rispetto a quegli spazi.

L'incapacità della politica

Del resto la politica sta facendo di tutto per ampliare il divario. Una parte sta dando sfogo a tutta la retorica razzista e securitaria di cui è capace, parlando di “orde di maranza” violenti e chiamando l’esercito a fare da vedetta a negozi e supermercati. Mentre l’altra parte è più impegnata a prendere le distanze e condannare la rabbia che non trova nemmeno un secondo per provare a comprendere quale sia la sua origine. A puntare il dito “contro la violenza senza se e senza ma”, senza nemmeno chiedersi cosa sia davvero violento al giorno d’oggi.

Se questo contenuto ti è piaciuto, clicca su "segui" per non perderti i prossimi episodi.

Se vuoi accedere ad altri contenuti esclusivi e sostenere il nostro lavoro, abbonati a Fanpage.it!

Immagine

Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

Immagine

Il Podcast daily per i Sostenitori di Fanpage.it che, ogni giorno, fa il punto sulla notizia più importante del momento, quella da non perdere, per aprire gli occhi sul mondo. L’appuntamento è dal lunedì al venerdì alle 18.00, con la nostra giornalista, Annalisa Girardi.

[Altro]
api url views
Immagine
Ascolta la notizia più importante del giorno.