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La situazione è degenerata negli ultimi giorni. Non solo gli scaffali dei supermercati sono vuoti, perché i tir e i camion che si sono fermati lungo le autostrade in protesta contro il caro carburanti e l’immobilismo del governo non stanno più trasportando le merci a destinazione. Ma anche le pompe di benzina sono rimaste senza gasolio. A Napoli, ad esempio, la città è pressoché bloccata. Le auto non riescono a fare rifornimento e anche i mezzi di trasporto sono in tilt. Insomma, la situazione è diventata talmente grave che il governo ha deciso di intervenire, nonostante solo ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, avesse incontrato le associazioni di categoria promettendo di sbloccare milioni di euro di aiuti. Ma non è bastato, evidentemente. Infatti solo il sindacato degli autotrasportatori siciliani, dopo quell’incontro, aveva deciso di revocare lo sciopero, che era rimasto in vigore nel resto del Mezzogiorno.
Il Consiglio dei ministri quindi oggi si è riunito e ha approvato un decreto in nove articoli contro il caro carburante, che comprende aiuti per il settore dell’autotrasporto, ma anche per quelli dell’agricoltura e delle pesca, messi in ginocchio sia dall’aumento dei prezzi del gasolio, ma anche dal blocco di questi giorni, che non fa più arrivare i loro prodotti alla grande distribuzione.
In questo decreto ci sono crediti di imposta per il gasolio, contributi a fondo perduto proprio per l’agricoltura e la pesca, la sospensione fino al prossimo marzo dei canoni di leasing dei mezzi utilizzati dalle aziende dell’autotrasporto. Il viceministro dei Trasporti, Edoardo Rixi, in conferenza stampa dopo il vertice, ha detto che da marzo fino ad agosto sono stati stanziati 480 milioni di euro in crediti di imposta e altri 60 milioni sono stati previsti per il mese di settembre. E poi ha chiesto il ritorno alla normalità, in modo da consentire soprattutto alle aziende del Sud di distribuire la loro merce ed evitare così il prolungarsi dei disagi. Sulla stessa linea anche il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, per cui “attualmente i blocchi sembra ingiustificati” mentre “i danni esistono e sono rilevanti”.
Giorgia Meloni non si è presentata davanti ai giornalisti, però ha pubblicato un video sui suoi canali social in cui ha annunciato il via libera del governo al decreto e ha ringraziato le associazioni di categoria che “hanno scelto il confronto e hanno revocato i fermi e le manifestazioni”. Cosa che effettivamente sta avvenendo in queste ore, con diversi presidi che si stanno sciogliendo. C’è però anche un altro lato di questo racconto, quello della linea dura dell’esecutivo che ha identificato diversi autotrasportatori in questi giorni e ora parla anche di infiltrazioni violente tra i presidi.
"In alcune zone, pochi soggetti continuano a bloccare le strade e non si fermano lì. Minacciano chi vuole lavorare, tagliano le gomme ai camion dei colleghi. Questa non è protesta, è intimidazione, e l'intimidazione non la tolleriamo. A chiedere di rimuovere questi blocchi sono gli autotrasportatori, i commercianti, i sindaci e le istituzioni di ogni colore politico, perché a pagare è la gente comune. Per questo, ho chiesto al ministro dell'Interno Piantedosi di assicurare la libera circolazione, evitando anche speculazioni sui prezzi che altrimenti sarebbero inevitabili. Useremo tutti gli strumenti che la legge ci offre, comprese le norme del decreto Sicurezza che hanno reso reato il blocco stradale. Questo governo rispetta pienamente chi vuole manifestare, ma abbiamo il dovere di far rispettare le leggi dello Stato e non farci ricattare da chi usa la violenza come strumento di pressione. Chi vuole lavorare, deve poterlo fare, e lo Stato deve garantirlo".
Ecco, si sta verificando una situazione che il governo aveva cercato in tutti i modi di evitare. Se il contrasto con i giovani manifestanti e la repressione delle piazze più turbolente poteva anche essere un elemento che la maggioranza poteva usare a proprio favore, il caso degli autotrasportatori è profondamente diverso. Si tratta di un settore che, da un lato, è stato in questi anni tradizionalmente vicino alla destra. E dall’altro di un comparto che ha letteralmente la facoltà, come visto in questi giorni, di bloccare il Paese, dando così ad ampie fette di cittadinanza un motivo per essere insoddisfatti delle decisioni prese a Palazzo Chigi.
In questi mesi, da quando è scoppiata la guerra in Iran e sono arrivati i rincari sul prezzo del combustibile, il governo ha cercato di venire incontro agli autotrasportatori con una serie di misure, sempre tra crediti di imposta, sconti sulle accise e aiuti di vario genere. Il problema è che si è trattato di misure una tantum, impostate in ottica emergenziale e temporanea, che hanno avuto effetti limitati e non sono state in grado di risolvere la situazione. Mese dopo mese, mentre il governo annunciava soluzioni su soluzioni, in realtà per gli autotrasportatori la situazione non migliorava. E alla fine la pazienza è terminata.
Anche perché alcuni provvedimenti, annunciati in modo trionfale, sembravano più che altro una presa in giro. Ad esempio la riduzione dei prezzi di gasolio e benzina introdotto dalle compagnie petrolifere: un’azione comunicata in pompa magna e descritta come risolutiva dal governo, che però ha lasciato diesel e benzina sopra i due euro al litro. Un costo insostenibile. E così il malcontento non ha fatto che aumentare, andando a delineare una situazione che il governo Meloni aveva provato a scongiurare: quella di un settore tradizionalmente simpatizzante con la destra che ora smaschera e critica a gran voce lo stesso esecutivo.
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