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Il problema è Israele, non Netanyahu

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Alle elezioni del 27 ottobre, il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu è ancora il primo partito di Israele e la sua coalizione in testa nella distribuzione dei seggi. Nonostante tutto quel che ha combinato in questi anni.

Dopo aver imbarcato in coalizione due terroristi eversivi come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, con cui fino a pochi mesi prima non voleva nemmeno farsi fotografare assieme.

Dopo aver proposto una riforma della giustizia che avrebbe depotenziato la Corte Suprema e trasformato di fatto Israele in un’autocrazia.

Dopo le inchieste per corruzione a suo carico, che hanno scoperchiato – come minimo – un giro di regali imbarazzante e una gestione del potere da satrapo babilonese.

Dopo che giornali autorevolissimi come Haaretz hanno dimostrato che il governo israeliano sapeva cosa Hamas stava architettando per il 7 ottobre, ma non ha fatto nulla per evitare l'attacco terroristico di Hamas.

Dopo aver raso al suolo Gaza dopo la strage del 7 ottobre, senza alcuna remora verso la popolazione civile, con un’azione militare per la quale è stata usata – con cognizione di causa, da organismi internazionali  qualificati a usarla – la parola genocidio.

Dopo un mandato di arresto per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale.

Dopo 21mila bambini morti, 30mila bambini feriti, e 800mila bambini sfollati. 

Dopo il ripristino della pena di morte in Israele per chi compie atti di terrorismo “con l'intento di negare l'esistenza dello Stato di Israele”, cioè solo contro persone non sioniste, quindi palestinesi o comunque arabe.

Dopo i rapimenti di cittadini europei, su imbarcazioni europee, in acque internazionali o addirittura di Paesi europei che volevano rompere un blocco navale illegale.

Dopo una guerra in Iran che ha messo in ginocchio l’economia globale, scatenata assieme agli Usa di Trump senza alcun motivo valido, se non quello di rovesciare un regime ostile a Israele.

Dopo aver sabotato in ogni modo le trattative degli Usa con l’Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz, incurante dei contraccolpi sull’economia globale della chiusura di uno degli stretti marini più strategici del mondo per il mercato dell’energia e dei fertilizzanti.

Dopo la copertura politica e giudiziaria alle razzie e alle violenze dei coloni in Cisgiordania, col deliberato intento di negare ogni possibilità di nascita di una qualsivoglia autorità nazionale palestinese, in violazione degli accordi di Oslo del 1993.

Dopo tutto questo – e sicuramente ci dimentichiamo qualcosa – il Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ancora il primo partito in Israele, diversi punti avanti a quello del rivale Gavi Eisenkot. E, mentre scriviamo, la coalizione di governo è quella che più si avvicina a formare una maggioranza.

Dopo le elezioni del 27 ottobre 2026, comunque finiranno, abbiamo se non altro capito che Netanyahu è il perfetto rappresentante dell’opinione pubblica israeliana e del suo elettorato. E che la maggioranza relativa – forse addirittura quella assoluta – ha gradito quel che ha fatto.

Dopo oggi, comunque la pensiate su quel che è stato, sarà dura scindere le responsabilità di Netanyahu da quelle degli israeliani. 

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