Omicidio Chiara Poggi: il delitto di Garlasco

Garlasco, i dubbi sul DNA sui pedali non ribaltano la sentenza di Stasi: cos’è la perizia Testi

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Alberto Stasi
Basteranno i test negativi omessi sul DNA trovato sui pedali di Alberto Stasi per ribaltare la sentenza di condanna? Ecco cosa avevano scritto i giudici che lo hanno condannato e su quali elementi si erano basati per smontare ogni ragionevole dubbio.

I due test negativi nella comparazione tra il DNA di Chiara Poggi e il materiale genetico trovato sui pedali di Alberto Stasi sono sicuramente un assist (fatto prima dai consulenti della difesa e poi confermato anche dai pm di Pavia) che potrebbe bastare per gli avvocati dell'unico condannato per il delitto di Chiara Poggi a chiedere una revisione del processo al Tribunale di Brescia. Ma potrebbe bastare per ribaltare la sentenza di condanna? L'avvocata di Alberto Stasi, Giada Bocellari, ha fatto sapere di avere nuovi elementi che proveranno la non colpevolezza del suo assistito e che faranno scalpore. Per capire quali sono dobbiamo attendere molto probabilmente che la difesa presenti una richiesta di revisione.

Certo è che le novità legate all'ultima chiusura delle indagini sul delitto di Garlasco dello scorso 28 settembre da parte della Procura di Pavia non si sono concentrate sull'attuale indagato per l'omicidio di Chiara Poggi, Andrea Sempio, ma su Alberto Stasi. I magistrati, nella loro consulenza e nel loro comunicato stampa, hanno dato spazio agli accertamento del 2025 dei genetisti di Stasi – i dottori Ugo Ricci e Pasquale Linarello – che dimostrò che nel 2007 ci furono alcuni test negativi che non confermarono la compatibilità con il DNA di Chiara Poggi. Questi test erano stati eseguiti il 20 settembre del 2007, ovvero il giorno successivo a quello in cui venne eseguito un test che diede una compatibilità piena ed eccellente. Ma soprattutto in questi giorni entrambe le consulenze di parte (Stasi e Procura) dimostrarono che quei test negativi non vennero inseriti nel fascicolo delle indagini, fin dal 2007, e che non vennero mai presi in considerazione. Saranno fondamentali ora questi test negativi? Ma è giusto fare un passo indietro: quanto aveva pesato il DNA trovato sui pedali della bicicletta di Stasi per la sua condanna? E soprattutto, quali altri elementi furono fondamentali per i giudici della Corte d'Assise d'Appello bis per emettere la sentenza di condanna dopo due assoluzione in primo e secondo grado?

Nelle motivazioni si legge: "Sempre a proposito del DNA di Chiara rinvenuto sui pedali "Wellgo" della Umberto Dei, trattasi di dato pacificamente acquisito e già considerato certo, ma non grave, dal giudice di primo grado sul presupposto".

In primo grado il giudice aveva nominato dei periti. Nel 2009, due anni dopo i test del Ris, i periti avevano fatto altri esami ed escluso che si trattasse di sangue. Il Ris, però, non era d'accordo: "Gli stessi Ris che avevano condotto nel settembre 2007 gli accertamenti tecnici irripetibili ex art. 360 c.p.p. sui pedali, nel novembre 2009 (in sede di osservazioni, davanti al Gip, a quanto sostenuto dai Periti) confutavano le suddette conclusioni, ribadendo sia la cospicua quantità di DNA della vittima rinvenuta in tale sede, che la "compatibilità" con la natura ematica di quel fluido biologico definito "altamente cellulato" (secondo il Ris al microscopio erano addirittura visibili relative ai globuli bianchi del sangue)".

E ancora: "In sostanza quindi, sempre secondo i consulenti del Ris, si potevano escludere caratterizzati dallo scarso contenuto cellulare, quei fluidi come urina, feci, sudore e lacrime, ed altresì quelli la cui presenza su un pedale era ‘difficilmente spiegabile, fatte salve ipotesi fantascientifiche', quali fluidi vaginali, sangue mestruale, cerume e forfora".

E la Corte aveva tirato così le somme: "Conclusivamente quindi la presenza di notevole quantitativo (il dato quantitativo è pacificamente ammesso anche dai periti del primo grado) di DNA della vittima su l'unica componente della bicicletta Umberto Dei modello Giubileo ‘dissonante' rispetto a tutte le altre sue componenti, costituisce un ulteriore elemento che ha acquisito una maggiore valenza indiziante alla luce degli accertamenti svolti nell'attuale procedimento di rinvio". Tradotto: per il giudice di primo grado quel DNA sui pedali era un dato certo, ma non grave. Per i giudici dell'appello bis, invece, dopo i nuovi accertamenti era diventato un indizio più pesante. E ora cosa succederà?

Leggendo sempre le motivazioni della sentenza di condanna che divenne poi definitiva nel 2015 in Cassazione, si fa riferimento ad altre perizie genetiche e ad altri elementi che spazzarono via nella mente dei giudici "il ragionevole dubbio". Soprattutto c'è la perizia affidata al medico legale Roberto Testi: si era concentrato sulla dinamica dell'omicidio e sulla versione fornita da Alberto Stasi, ovvero quello che era entrato nella villetta di Garlasco da scopritore dell'accaduto e non da assassino. Aveva spiegato di essere entrato e di essere uscito dalla casa della fidanzata dopo averne visto il cadavere. Non ha toccato il cadavere, ma lo ha visto in fondo alle scale interne. E per arrivare nel punto in cui si poteva vedere il cadavere bisogna aver calpestato un po' di sangue. Più periti avevano risposto alla domanda: come è possibile che le scarpe di Alberto Stasi invece non avessero avuto tracce di sangue? Il dottor Testi si era chiesto se l'allora imputato potesse aver evitato le tracce. Con la sua perizia aveva risposto così, riportando quanto si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna: "La probabilità che l'imputato avesse potuto effettuare in entrata e in uscita il percorso in esame senza intercettare macchie di sangue era del tutto infinitesimale".

Si legge: "A proposito del concetto di ‘evitamento implicito', utilizzato anche in sentenza, la perizia osservava l'assenza nella letteratura scientifica. Se infatti può considerarsi un dato pacifico quello per cui si tende, sulla base di automatismi, ad evitare gli ostacoli lungo il proprio cammino, ciò non può valere in condizioni di stress. In ogni caso la perizia evidenziava la differenza tra ostacoli in senso stretto e macchie, soprattutto di piccole dimensioni. Secondo il dott. Testi (il medico legale) il termine più corretto da utilizzare, dal punto di vista medico, era in questi casi quello di attenzione inconsapevole; a suo avviso inoltre non era pensabile che complesse attività correlate all'evitamento di tutte le tracce, qualora messe in essere, siano state eseguite senza conservarne memoria". 

E soprattutto ciò era "impensabile che ciò fosse avvenuto anche in uscita". Nel dettaglio: "Non è ipotizzabile, infatti, che il soggetto, dopo il ritrovamento della fidanzata, evidentemente priva di sensi e ferita (cosa che peraltro avrebbe comportato uno stato emotivo tale da impedirgli anche solo di avvicinarsi sovraccarico е verificarne le condizioni) abbia preoccuparsi di non calpestare il sangue nel potuto percorso di allontanamento dall'abitazione".

I veri accertamenti di allora dimostrarono che "le scarpe Lacoste dell'imputato, già sottoposte a perizia chimica in primo grado, era evidenziata nella capacità di tali suole di trattenere anche piccole particelle di sangue, ma anche di altri materiali".

Bisognerebbe anche in sede processuale smontare questo punto. E ci hanno già lavorato i carabinieri in questi ultimi mesi: nella loro informativa, che dal 7 maggio si trova nel fascicolo della Procura di Pavia, si legge che quando sono state analizzate le scarpe e i tappetini della macchina di Stasi poteva essere normale non trovare più tracce di sangue e di DNA della vittima.

Nel dettaglio riportano così la perizia del Dottor Testi: "A differenza delle perizie precedenti (ndr. che ritenevano possibile una dispersione totale delle tracce dopo l'utilizzo delle scarpe), il Dott. TESTI sostenne che le scarpe Lacoste indossate da STASI avevano una ‘marcata capacità di adesione e captazione' delle particelle ematiche. Su tale aspetto la perizia sostenne che se STASI avesse calpestato il sangue (ndr. cosa ritenuta certa con una probabilità statistica), una parte di quel sangue si sarebbe dovuta necessariamente trasferire sui tappetini dell'auto (Golf) utilizzata subito dopo per andare dai Carabinieri. Il Dott. TESTI affermò il principio secondo cui ‘la regola comune è che un po' di sangue si trasferisce sempre'. Queste conclusioni fecero quindi dedurre che STASI non fece mai ingresso nella villetta di via Pascoli in occasione del rinvenimento del cadavere, bensì fosse, quindi, l'autore del delitto".

I carabinieri smontano la perizia facendo riferimento a un omicidio avvenuto a Milano il 20 luglio 2020: in un appartamento la vittima era stata attinta da 147 fendenti sferrati con un coltello da caccia. L'assassino, che venne accertato in una sentenza, salì con le scarpe insanguinate in macchina e non lasciò sangue della vittima sui tappetini dell'auto. E allora: basterà il confronto con questo omicidio e l'omissione dei test negativi per smontare una sentenza di condanna ad Alberto Stasi?

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