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L’Italia non esce dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo: che significa e cosa comporta

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  • La procedura d’infrazione è il procedimento legale che avvia l’Unione europea contro un Paese che non rispetta le regole comunitarie.
  • Il 3% è il limite fissato da Bruxelles nel Patto di Stabilità per la differenza tra le entrate e le uscite di uno Stato.
  • La procedura per disavanzo eccessivo scatta quando un membro dell’Ue spende più del 3% del suo Pil.

Da quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi nel 2022 la gestione della politica economica è stata volta per lo più volta a un’amministrazione prudente dei conti pubblici. Molto spesso anche in continuità con le decisioni del governo precedente, quello di Mario Draghi, nonostante proprio Fratelli d’Italia fosse l’unico partito all’opposizione. In ogni caso, la presidente e la sua cerchia hanno spesso rivendicato risultati sulla crescita o sull’occupazione, pure quando quei dati non raccontavano il Paese reale, quando i benefici della crescita si facevano mangiare dall’inflazione esponenziale o quando l’aumento degli occupati taceva sul precariato e sulla qualità dei contratti.

La procedura d'infrazione

Oggettivamente, però, la gestione conservatrice della materia economica – volta a preservare lo status quo, evitando scossoni troppo forti – in questi anni è riuscita a mantenere una certa stabilità, nella quale il governo ha intrapreso un percorso per migliorare piano piano la complessa situazione finanziaria che l’Italia vive ormai da molti anni. Per cui la speranza di uscire finalmente dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo non era troppo pretenziosa. Oggi però l’Istat ha pubblicato l’ultimo aggiornamento sui conti economici nazionali e quella speranza si è di fatto azzerata, perché l’Istat ha registrato un rapporto tra deficit e Pil al 3,1%. Cioè un decimale oltre quello che permettono le regole europee.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti ha commentato così:

Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall'Istat. Purtroppo l'Italia non uscirà anticipatamente già quest'anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027.

Cosa dice l'stat

Cosa succede quindi adesso? Bisognerà aspettare il 21 ottobre quando, dopo l’Istat, sarà la volta dell’Eurostat. A quel punto, hanno fatto sapere anche dall’Unione europea, se il dato sul deficit sarà inferiore al 3% del Pil, la Commissione inizierà a novembre a proporre l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione. Dopo il report dell’Istat, però, questa eventualità sembra difficilmente realizzabile. In quel documento si legge, tra le altre cose:

  • Nel 2025 il Pil ai prezzi di mercato è risultato pari a 2.265.003 milioni di euro correnti, con una revisione al rialzo di 6.954 milioni rispetto alla stima di marzo scorso. Per il 2024 il livello del Pil è stato rivisto al rialzo di 8.564 milioni di euro.

  • Nel 2025 il tasso di variazione del Pil in volume è stato pari a 0,6%, 0,1 punti percentuali in più rispetto alla stima del marzo scorso. Sulla base dei nuovi dati, nel 2024 il Pil in volume è aumentato dell’1,1%, con una revisione positiva di 0,3 punti percentuali.

  • Il rapporto tra indebitamento delle Amministrazioni pubbliche e Pil (-3,1%) è rimasto invariato rispetto alle stime di aprile scorso. Si conferma il saldo primario, passato dallo +0,5% del 2024 allo +0,8%. La pressione fiscale si è portata a 42,9% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 2024. La spesa per interessi è cresciuta del 2,0%, in rallentamento rispetto all’anno precedente.

Cosa succede adesso?

Questi dati hanno innescato due reazioni nel mondo della politica. Da un lato le opposizioni hanno subito cominciato ad attaccare il governo prendendo questi numeri (anche quello sulla pressione fiscale, ad esempio) come prova del fallimento delle ricette economiche della destra. Dall’altro la maggioranza ha ribadito che non sarà un decimale a cambiare i piani del governo.

Nei fatti, però, non è vero che i piani del governo non cambiano. Perché a Palazzo Chigi e in via Venti Settembre contavano sul poter anticipare l’uscita dalla procedura di infrazione – quella scattata nel 2024 per effetto del Superbonus 110% e delle misure espansive durante il lockdown – in modo da potersi giocare l’ultima manovra della legislatura in linea con le promesse da campagna elettorale. Non solo: essere in procedura di infrazione complica anche le cose per quanto riguarda l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale sulle spese per la difesa e per l’energia. La clausola funziona infatti in modo preciso: se un Paese non è in disavanzo può attivarla e spendere di più per la difesa e l’energia, senza entrare in procedura d’infrazione, ma se uno Stato è già nel braccio correttivo europeo, allora la flessibilità non scatta. E bisogna seguire il percorso di rientro del debito, dettato da Bruxelles, anche tenendo conto della spesa per queste voci. Insomma, in un momento molto complesso per il governo, con Roberto Vannacci che si sta mangiando i consensi alla destra e una situazione internazionale che non accenna a ristabilizzarsi, Giorgia Meloni aveva proprio bisogno di una buona notizia. Almeno oggi, però, non è arrivata.

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