Bastano 24 ore per stravolgere la propria vita lavorativa? Sì, se sei un dipendente di Ubi Banca e hai appena saputo che il piano lacrime e sangue proposto solo ieri dal tuo amministratore delegato – 2000 esuberi e 175 filiali in chiusura – è diventato carta straccia durante la notte per colpa (o per merito, questo è ancora tutto da vedere) di una mossa inaspettata. Intesa Sanpaolo ha infatti annunciato l’intenzione di acquisire l’istituto di credito lanciando una ops, cioè una offerta pubblica di scambio volontario di azioni ordinarie, un primo passo tecnico verso l’integrazione con Ubi (qui il comunicato ufficiale di Intesa).

Al di là delle ragioni dell’acquisizione – già considerata strategica nella lotta per il rafforzamento del sistema banche, visto che Intesa in questo modo rimpolpa ed espande il proprio ruolo in Europa, risparmia 510 milioni di euro di costi di gestione e aumenta i ricavi annuali a 220 milioni di euro – il matrimonio offre ottimi spunti di riflessione sulla tenuta del lavoro nel comparto.

5 mila esuberi

Sappiamo dal comunicato ufficiale sull’operazione che il gruppo risultante da questa fusione – qualora l’ops andasse a buon fine – assumerà 2500 giovani ma, “con un rapporto di un’assunzione ogni due uscite volontarie”. Questo vuol dire che, tolte le nuove entrate, gli esuberi si attestano attorno alle 5 mila posizioni, pur se in odor di prepensionamento. E questo non in Ubi ma sull’intera pianta organica derivante dall’acquisizione. La buona notizia è che chi in UBI non avesse maturato i requisiti per il prepensionamento potrebbe essere salvo, per ora, ma l’istituto aveva già nel 2017 assorbito a sua volta la decotta Banca Etruria e avviato un piano licenziamenti che è fisiologico nell’accorpamento e nella razionalizzazione dei costi di un’impresa bancaria.

Del resto la stessa Intesa ha ridotto la sua forza lavoro del 15% a seguito dell’acquisizione delle banche venete, nel 2017, e nel 2018 ha raggiunto un accordo con in sindacati per 1600 uscite volontarie entro il 2021 su un totale di 9 mila già programmate. Quindi il gruppo oggi acquisisce e si espande, ma paga e fa pagare un tributo in termini di capitale umano altissimo. C’è infatti un altro elemento di cui tener conto. Intesa ha annunciato la cessione a BPER banca di almeno 400-500 filiali (è un atto dovuto visto che l’Antitrust sanzionerebbe una concentrazione monstre). Cessione non vuol dire licenziamento, ma BPER aveva già approvato un piano di tagli da 2.744 posti per il 2019-2020 a cui si tema possano aggiungersi nuovi licenziamenti.

Il passaggio ad altro istituto preoccupa sempre i sindacati che proprio rispetto al vecchio piano Ubi avevano proposto ciò che poi Intesa ha messo nero su bianco sul comunicato di stanotte. “Obiettivo già dichiarato da tutte le OO.SS – dichiaravano FABI, FISAC/CGIL, FIRST/CISL, UIL/UILCA e UNISIN – sarà un robusto piano di assunzioni (di almeno 1 persona ogni due uscite) per mantenere adeguati livelli occupazionali e di servizio su tutti i territori dove UBI è presente”.

Unicredit Mps e le Popolari

La vera domanda però è se il sistema bancario italiano ed europeo sappia pianificare il reale fabbisogno di personale non solo nel medio ma soprattutto nel lungo periodo. Intesa ha spiegato la sua decisione parlando di espansione sul territorio e necessità di rafforzare la posizione in modo capillare. Cioè l’esatto opposto di quanto invece attuato in termini di forza lavoro negli ultimi dieci anni.
Il piano industriale più eclatante, da questo punto di vista, resta però quello di Unicredit. Il gruppo attuerà entro il 2023 la chiusura di 450 filiali in Italia e 6 mila esuberi (su un totale mondiale di 8 mila). Secondo i dati diffusi lo scorso autunno sempre dalla FABI, la Federazione Autonoma dei Bancari Italiani, solo in base ai piani industriali che erano già stati approvati in Italia il 2019-2020 saranno bruciati 30.114 posti contando anche gli esuberi Intesa.

Anche Montepaschi continua a tagliare (4500). Per la senese il fallimento del 2012 aveva già segnato la perdita di 400 filiali e 4.600 posti di lavoro nel primo periodo post terremoto finanziario. E anche se la cura statale ha permesso di tenere in piedi – anche se molto ridimensionato – l’istituto, la mossa di Intesa suggerisce che presto anche per Mps potrebbe parlarsi di riassetto. Riassetto che invece sarebbe stato forse meno doloroso operare per le banche popolari cadute una dopo l’altra a partire dal 2015. Basta ricordare ancora Popolare di Vicenza e Veneto Banca, acquisite dopo il crac proprio da Intesa Sanapaolo: operazione costata circa 4 mila posti di lavoro tra gli i dipendenti degli ex istituti.

Sulla graticola oggi ci sono anche altri 3 mila dipendenti di un’altra popolare finita sul lastrico, PopBari, che aveva già licenziato duemila persone prima del fallimento ma il cui salvataggio in extremis a fine dicembre 2019 potrebbe ridimensionare i nuovi esuberi.

In dieci anni bruciati oltre 50 mila posti

Non si tratta però di casi isolati, ma di una crisi di sistema. Secondo analisi di Mediobanca, tra il 2008 e il 2018 in Italia sono quindi spariti in tutto 51 mila posti di lavoro nel comparto del credito. A livello europeo il dato è ancor più spaventoso: 470 mila posizioni andate in fumo, per lo più concentrate alle attività di sportello e consulenza in filiale. Ammesso che un piano di rilancio esista e che gli istituti facciano fatica a star dietro ai colossi digitali pronti a concorrere nella gestione del credito, la concentrazione e l'accorpamento sembrano essere le uniche formule per restare a galla. Ma senza forza lavoro, ripartire e reinvestire in professionalità e rilancio digitale sarà ancora più difficile.