
Crescita zero.
Inflazione che sale.
Debito che si impenna.
Tagli, tagli e ancora tagli.
Questo, in sintesi, è quel che dice il documento dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sul Documento di Finanza Pubblicapresentato dal governo qualche giorno fa.
Un documento che il governo più o meno ha presentato così, in estrema sintesi: ok, non siamo riusciti a rientrare dalla procedura d’infrazione sul deficit per pochi decimali di PIL, ma è colpa del superbonus di Conte, delle guerre americane, e delle regole europee.
E ok, basterebbe anche solo obiettare che il superbonus l’hanno votato, difeso, gestito pure loro. Che le guerre le hanno iniziate i loro amici Trump e Netanyahu, tra mille applausi delle destre per i liberatori dell’Iran. E che le regole europee le hanno firmate ed esaltate loro, non venti, ma due anni fa.
Il problema è che se fosse solo una questione di incoerenza, sarebbe tutto più semplice. E invece no. Perché la vera questione è che l’economia e i conti pubblici italiani stanno molto peggio di quanto dice il governo.
A certificarlo, per l’appunto, è il documento dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, presentato ieri alle Camere, che traccia un quadro più che fosco sul futuro del Paese. Un quadro, soprattutto, che mostra sotto una nuova luce la (non) azione del governo Meloni di questi anni.
Partiamo dalla crescita. Che nel 2025, scrive l’UPB, ha visto ampliarsi il “differenziale negativo con l’area Euro”. Tradotto: gli altri rallentano, noi di più. E perché rallentiamo? Perché per la prima volta dal 2022, le esportazioni hanno fatto registrare un segno meno, e perché ha rallentato la manifattura, con tanti saluti a chi diceva che i dazi di Trump erano un opportunità per le imprese italiane (per i solutori meno abili, l’ineffabile vicepremier Matteo Salvini).
Tutta la poca crescita italiana è sostenuta dalla domanda interna, insomma, cioè da quel che spendiamo noi. Ed è qui che arriva il secondo problema: i prezzi. Che, dice sempre UPB, rallenteranno nel 2027 a causa dell’aumento dell’inflazione. Tradotto: se crescita sarà, sarà pochissima. E sarà di nuovo trainata solamente dalle costruzioni, cioè da quel che rimane dei fondi del Pnrr. Insomma, se cresceremo ancora di qualche decimale – cosa non esattamente certa: dipende da quanto durerà la guerra in Iran – Meloni deve ringraziare Conte.
Ok, ma almeno i conti pubblici li abbiamo sistemati, in questi anni? Insomma. Di fatto, se in quei anni il governo può dire di aver ridotto il deficit è grazie all’aumento delle entrate fiscali, non tanto della diminuzione della spesa. E l’aumento delle entrate fiscali, scrive l’UPB, è dipeso in larga misura dai contributi a fondo perduto del PNRR; di nuovo. Finito quello, le entrate diminuiranno, mentre aumenteranno gli interessi sul debito e il rapporto debito/PIL che già è cresciuto quest’anno e che potrebbe tornare sopra il 140% il prossimo anno.
Tutto questo riduce, e di molto, gli spazi di manovra del governo, per la prossima legge di bilancio. Se vuole spendere per la difesa, come si è impegnato a fare con la Nato e con Trump, il governo dovrà tagliare altrove: “in termini di spesa netta – conclude l’UPB – appaiono già utilizzati i margini di bilancio lungo tutto l’orizzonte di previsione: ciò limita l’uso della politica di bilancio per contrastare l’attuale crisi, soprattutto, nel caso in cui i rischi al ribasso sulla crescita dovessero materializzarsi”. Tradotto: di fronte alla crisi, non ci sono soldi per poterne mitigare gli effetti.
Ecco: se vi state chiedendo cosa ha fatto il governo, in quasi quattro anni, per evitare questa situazione, la risposta è semplice: nulla.
E queste, per l’appunto, sono le conseguenze del nulla.