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Sal Da Vinci può vincere Eurovision? Davide Maistrello: “In finale ha un vantaggio, il podio è possibile”

A poche ore dalla finale di Eurovision, Davide Maistrello analizza le possibilità di Sal Da Vinci di riportare Eurovision in Italia. Ci sono elementi a suo favore, ma precisa: “Per i bookmakers è ottavo, da 20 anni non succede che una nazione abbia vinto l’Eurovision senza essere nei primi cinque delle scommesse”.
A cura di Andrea Parrella
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A poche ore dalla finale dell’Eurovision Song Contest 2026, l’Italia aspetta di capire se Sal Da Vinci riuscirà davvero a trasformare Per sempre sì in un risultato pesante a Vienna. Il suo 22esimo posto in scaletta alimenta le speranze, ma tra televoto, giurie, bookmaker e incognita Israele la partita resta apertissima. Ne abbiamo parlato con Davide Maistrello, appassionato di storia dell’Eurovision ed esperto dei meccanismi di voto del concorso, per capire cosa può succedere davvero nella notte più lunga della musica europea.

Partiamo dal boicottaggio contro Israele, che nei mesi scorsi ha tenuto banco per questa edizione. Ha avuto gli effetti che si immaginavano?

Secondo me no. Gli obiettivi potevano essere due: far espellere Israele oppure rendere impossibile il contest attraverso il ritiro di un numero sufficiente di Paesi. Non è successa nessuna delle due cose. C’è stata sicuramente una crisi reputazionale, perché ormai dell’edizione si parla quasi solo in relazione a Israele, ma questo paradossalmente finisce anche per favorirla: più se ne parla, più una parte di pubblico può essere spinta a votarla.

Che sensazioni hai avuto dalle semifinali? Si è spostato qualcosa rispetto ai pronostici iniziali?

È un anno molto aperto, con tante dinamiche inattese. La cosa più interessante è il ritorno forte dell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania e Moldavia sono tornate in gara e sono tutte in finale. È importante perché negli ultimi anni c’era stato uno strapotere dell’Europa occidentale. Un Eurovision forte dovrebbe mantenere equilibrio tra Est e Ovest, anche per restare popolare in tutte le nazioni coinvolte, quindi la ritengo una dinamica positiva.

Perché il ritorno dell’Est Europa è così importante?

Perché alcune nazioni oggi hanno interesse politico e culturale a mostrarsi vicine all’Europa. La Bulgaria è appena entrata nell’euro, la Romania viene da un periodo complicato sul piano politico-elettorale, la Moldavia subisce la pressione russa. In questo senso l’Eurovision torna a essere uno strumento di soft power, come nei primi anni 2000, quando serviva anche a legare all’idea di Europa i Paesi dell’ex blocco sovietico.

Cosa significa dire che alcune canzoni “puntano sulle giurie” e altre sul televoto?

Significa che alcune proposte sono costruite per piacere di più al pubblico, altre ai professionisti. Il televoto tende a premiare impatto immediato, riconoscibilità, effetto meme, emozione diretta. Le giurie guardano di più performance vocale, originalità, costruzione scenica, qualità complessiva del pacchetto.

La proposta italiana di Sal Da Vinci dove si colloca?

Secondo me sta più dalla parte del televoto. È una canzone positiva, riconoscibile, con un tema universale come il matrimonio. Lui è un personaggio molto memabile, anche per quell’immaginario italo-americano che richiama un certo stereotipo dell’uomo italiano: romantico, un po’ Casanova, ma anche molto tenero.

Si è parlato molto della coreografia dell’Italia come elementi distintivo. A tuo parere funziona?

Funziona in parte. La scelta di puntare sul matrimonio è giusta, ma secondo me c’è troppo spazio sui ballerini e troppo poco su Sal Da Vinci, che è la parte comunicativamente più forte del pacchetto. Lo stratagemma della gonna da sposa che diventa tricolore è visivamente impattante, ma non così originale per l’Eurovision, dove cambi d’abito e trovate sceniche si sono viste molte volte.

L’Italia rischia di guardare l’Eurovision in modo troppo italo-centrico?

Sì, moltissimo. In Italia tendiamo a ragionare con categorie sanremesi, ma l’Eurovision funziona diversamente. Le giurie europee non premiano necessariamente quello che premierebbe una giuria italiana. Spesso cercano modernità, costruzione, complessità scenica. Il rischio è creare aspettative esagerate e poi raccontare come delusione un risultato che magari sarebbe ottimo.

I numeri social e streaming di Sal Da Vinci sono esorbitanti, possono essere premessa di un buon risultato?

Vanno letti con cautela. Molte visualizzazioni arrivano dall’Italia, che però non può votare per se stessa. I numeri social mostrano soprattutto quanto sia motivato il pubblico nazionale. Possono contare davvero se esiste una diaspora pronta a votare dall’estero. E nel caso di Sal Da Vinci potrebbe esserci un elemento interessante: gli italiani di seconda o terza generazione, soprattutto meridionali e campani, sparsi in Europa.

Esistono ancora blocchi geografici nel voto Eurovision?

Sì, soprattutto nel televoto. Le nazioni vicine tendono ad avere gusti musicali simili. Una canzone svedese può funzionare molto bene nel Nord Europa, una proposta italiana può avere più presa nell’area mediterranea: Portogallo, Grecia, Albania, Malta. Anche le giurie possono risentire di sensibilità culturali simili, ma il fenomeno è più evidente nel voto popolare.

L’Australia può davvero vincere?

È cresciuta molto durante la settimana. Delta Goodrem è probabilmente l’artista più conosciuta a livello internazionale tra quelli in gara ed è una professionista molto solida. Però vedo due limiti: l’Australia storicamente non ha un grande supporto al televoto e una parte del pubblico continua a percepirla come un corpo estraneo all’Eurovision. Inoltre la canzone, pur scenografica, mi sembra un po’ datata.

Cosa succederebbe se vincesse l’Australia?

Non si svolgerebbe necessariamente in Australia. Da quando è entrata nel circuito Eurovision, si è sempre detto che in caso di vittoria l’organizzazione sarebbe stata affidata a un broadcaster europeo. Farlo in Australia sarebbe complicatissimo per costi, fusi orari, pubblico, stampa e delegazioni.

Parliamo dell'ordine di uscita. Il 22esimo posto in scaletta è favorevole per l’Italia?

Sì, è un ottimo numero. A Sanremo conviene cantare relativamente presto, perché la serata è lunghissima. All’Eurovision, invece, storicamente è meglio esibirsi verso la fine. L’Italia canta tardi e in un blocco non particolarmente forte: questo può aiutarla a emergere. Però il running order non basta da solo a ribaltare tutto. È una posizione favorevole soprattutto perché nell'ultimo blocco del 19 al 25 non ci sono altre canzoni competitive. La Finlandia, favorita dei pronostici, è la numero 17 ed è molto buona, mentre altre candidate tipo la Grecia che canterà col numero 6 e l'Australia che canterà con il numero 8, arrivano molto presto nello show. Solitamente questa cosa penalizza.

Come si posiziona l'Italia per i bookmakers?

All'ottavo posto attualmente. Il dato conta, visto che negli ultimi 20 anni non è mai successo che una nazione abbia vinto l'Eurovision senza essere nei primi cinque delle scommesse.

Qual è il tuo pronostico per Sal Da Vinci, quindi?

Vedo l’Italia competitiva per le prime cinque posizioni, con vista sul podio. Non ho grossi dubbi sul televoto, mentre ne ho molti di più sulle giurie. Molto dipenderà dalla performance vocale nella prova su cui voteranno i giurati.

Chiariamo questo aspetto, che forse non è noto a tutti: le giurie quindi non votano sulla serata finale?

No. Le giurie votano sulla seconda prova generale, quella del venerdì sera. Se un artista canta male lì e bene il sabato, per le giurie conta comunque la performance del venerdì. È un dettaglio fondamentale che spesso il pubblico non conosce.

Torniamo per un momento a Israele, la proposta di quest'anno può concretamente vincere?

La vittoria di Israele sarebbe un problema enorme per l’Eurovision. Non lo dico per una posizione politica, ma perché un’eventuale organizzazione israeliana creerebbe difficoltà tali da spingere molte nazioni a ritirarsi. Non credo sia lo scenario più probabile, perché le giurie potrebbero muoversi considerando proprio questo aspetto. Ma se Israele facesse un televoto enorme e gli altri voti si disperdessero, il rischio teorico esiste.

L'Italia ha ritrovato il gusto di Eurovision in un tempo relativamente recente. Siccome si vota solo per artisti di altri Paesi, esistono dati su quanto votiamo qui da noi? 

Non ci sono dati pubblici precisi, perché l’EBU ha interesse a non rendere note le soglie necessarie per vincere il televoto in un Paese. La mia impressione è che in Italia i numeri siano abbastanza contenuti rispetto ad altri Paesi dove l’Eurovision è molto più sentito. Probabilmente il televoto italiano è spesso influenzato dalle comunità straniere residenti: albanesi, serbi, rumeni e così via. Non è un caso che negli anni i voti dall'Italia siano spesso andati a questi paesi.

Ultima questione sul sistema di voto, vero fiore all'occhiello di Eurovision perché lo svelamento dei voti di ogni singolo paese è il momento più succulento dello show. Secondo te è una soluzione proponibile anche in Italia per Sanremo?

Difficile che accada, ma dico da sempre che sarebbe interessante fare questa divisione su base regionale, perché con una modalità simile a quella di Eurovision, che impedisce al paese di votare per il proprio artista, si eliminerebbero le polemiche che spesso emergono, ad esempio quelle successe negli ultimi anni per Geolier, o casi come quello di Brunori Sas e il voto massiccio in Calabria del 2025.

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