Con il suo primo libro, "Niente è vero, tutto è possibile" (2018) Peter Pomerantsev è diventato un autore noto in tutto il mondo, tradotto in più di quindici paesi. Con "Questa non è propaganda" (Bompiani) edito nella collana Munizioni a cura di Roberto Saviano, intreccia la propria storia (nato a Kiev nel 1977, si trasferisce con la famiglia prima in Germania e poi in Inghilterra, dopo che il padre viene accusato dal KGB di diffondere letteratura antisovietica con la sua attività giornalistica) con quella delle mutazioni subite dall’informazione mostrandoci che abbondanza e mancanza di fonti possono essere la faccia della stessa propaganda, ma soprattutto che non sempre la pluralità di opinioni significa democrazia. Oggi Pomerantsev è Visiting Senior Fellow all’Institute of Global Affairs della London School of Economics, autore e produttore televisivo. Studia la propaganda e l’informazione, ed è stato consulente sul tema della guerra dell’informazione per le commissioni Affari esteri della Casa Bianca, del Senato americano e del parlamento inglese.

Come si è comportata la propaganda durante la pandemia?

Stiamo assistendo a una grande e decisiva battaglia, da un lato tra una politica identitaria e basata sull'irrealtà e gli ultimi bastioni dei valori dell'illuminismo nella scienza e nei fatti dall'altro. Il mio libro racconta la storia di come ci siamo spostati da uno spazio informativo in cui i fatti, o almeno il linguaggio dei fatti, contavano, al mondo di oggi in cui i populisti dall'Italia all'ISIS, da Mosca agli USA, sono più concentrati sulla promozione delle identità tribali che sulla "verità". Nel loro modello tutto ciò che conta è da che parte stare (democratico o repubblicano, ecc…). Ma al virus non interessa l'identità. Uccide tutti. E così stiamo assistendo alla battaglia di quelle forze – scienziati e razionalisti – che possono effettivamente affrontare la realtà. Ma la guerra non è finita. Mentre la crisi economica diventa sempre più profonda, le disuguaglianze nella nostra società potrebbero aumentare e le cose diventeranno peggiori di prima …

Che cos'è la "censura tramite rumore" di cui parli?

Nel XX secolo i potenti hanno controllato le critiche attraverso la compressione dello spazio delle informazioni con la censura. Siccome questo è oggi molto più difficile da realizzare, anche nei regimi autoritari, il potere inonda lo spazio digitale con la disinformazione, con eserciti di robot, troll e cyborg, finché le persone smettono di distinguere la verità dalla finzione e diventano prima confuse e poi passive. Invece di spedire in galera un editor, manipolano l'algoritmo di Google facendo sembrare più importanti alcune storie di altre. Oppure inondano YouTube con così tanti contenuti e parole chiave da rendete inutilizzabile il feed delle persone. Una delle metafore che usavamo per uno spazio informativo democratico era il "mercato delle idee", l'idea che le informazioni più accurate alla fine avrebbero vinto attraverso un processo tipico del mercato. Ma proprio come con i mercati finanziari del 2008, che sono stati truccati con obbligazioni spazzatura, ora sembra che il mercato delle idee possa essere truccato con notizie spazzatura – e la nostra sfera pubblica si sta schiantando come i mercati finanziari del 2008.

In tutto questo che ruolo giocano i social network?

La propaganda oggi non si preoccupa di schiacciare le persone con le idee come nei modelli totalitari, ma di analizzare ciò che le persone dicono sui social media, ciò che i loro dati rivelano sui loro processi cognitivi e psicologia, e quindi personalizzare la propaganda che si adatta alle loro vulnerabilità, spesso senza che le persone se ne accorgano. Quindi più ti esprimi online, meno potere hai. Nel XX secolo l'espressione personale era profondamente legata all'emancipazione. Ora puoi esprimere te stesso e tutto ciò che desideri su Facebook, ma ciò ti rende più vulnerabile alla manipolazione, non meno.

Come cittadini siamo in una fase di profondo smarrimento davanti al cambio di questo paradigma, è come se dovessimo sviluppare gli anticorpi rispetto a una propaganda molto diversa da quella che abbiamo studiato sui libri di storia…

In passato era facile definire un ambiente di informazione democratica rispetto a quello di una dittatura: avevamo la libertà di parola o la censura; il pluralismo o, al contrario, la singola voce dello Stato. Ai nostri giorni è più complicato. Dal Messico a Manila, da Mosca a Washington i politici hanno imparato a usare mob online, cyber milizie e fattorie di troll per attutire le voci dissenzienti, accusandole di diffondere "fake" o essere "nemici del popolo". E quando giornalisti critici o politici dell'opposizione lamentano di essere stati attaccati da questi mob online, la risposta del governo è cinica ma astuta: "Questi account online stanno solo esercitando la loro libertà di parola! Non è questa la democrazia? Ora siete voi, i cosiddetti democratici, a volere  la censura! ‘E in un certo senso hanno ragione. Non c'è nulla nell'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani sul fatto che la "disinformazione" sia illegale, afferma solo che le persone dovrebbero avere il diritto di dare e ricevere informazioni.

The Guardian ha definito "Questa non è propaganda" come il canto del cigno della democrazia liberale. I segnali sembrano esserci tutti. 

Dobbiamo ridefinire il significato della libertà di espressione in un'era digitale. Abbiamo iniziato a pensare alla "disinformazione" non solo come un tipo di contenuto, ma come un tipo di comportamento ingannevole. Il problema con le cyber milizie e le troll farm non è tanto il singolo contenuto che pubblicano, ma il modo in cui le distribuiscono in massa in un modo che sembra organico, come se i suoi esponenti esercitassero la loro libertà di parola, quando in realtà questi sono campagne nascoste e coordinate da un'unica fonte. Dobbiamo riuscire a decostruire questo meccanismo. Non sto parlando di mettere in discussione l'anonimato individuale, questo è un diritto importante, ma il tipo di distorsione della realtà in cui quella che sembra essere una persona che dice qualcosa online è in realtà parte di una rete di account che dicono tutti la stessa cosa, allo stesso tempo, secondo le linee tramandate da un manipolatore nascosto.

Cosa può salvarci?

In definitiva, dobbiamo chiederci: cosa significa essere un cittadino democratico online? Per me significa capire chi sta puntando a dei contenuti digitali e come. Quale dei tuoi dati viene utilizzato per indirizzarti e perché. Dovrebbe significare la supervisione pubblica degli algoritmi, quindi capire perché vediamo una cosa online e non un'altra. Quando si tratta di informazioni viviamo in uno strano paradosso: da un lato c'è più contenuto che mai e meno censura, anche nei paesi autoritari. Ma esiste una nuova forma di censura: non abbiamo idea di come si modifichi l'ambiente informativo circostante. Siamo come Caliban sull'isola di Prospero, circondati dal tempo digitale e da strani suoni che ci spingono verso ondate di panico e isterie sui social media, ma che non possiamo capire o a cui dare un senso perché è tutto dettato da dietro un mantello. Questo mantello deve essere strappato via. E questo, ovviamente, è il tipo di trasparenza che le dittature non vogliono: i governanti di Pechino e Mosca non vogliono che i loro cittadini sappiano come controllano e manipolano i loro dati; come truccano gli algoritmi in modo che le persone vedano ciò che vogliono che vedano.