Polemica Meloni-Plpl, lo storico Filippi: “Non è un patentino: l’antifascismo è la base della democrazia”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta pubblicamente per bacchettare la scelta della fiera Più libri più liberi di chiedere una dichiarazione antifascista agli editori. Meloni ha parlato di "censura" come se dichiararsi antifascisti non fosse qualcosa di naturale per chiunque viva una democrazia. L'intervento ha scatenato l'intellighenzia di destra che, come sempre, più che fare una riflessione, si è accodata a uno dei temi che preferisce, ovvero la critica all'antifascismo. E, pavlovianamente, ha urlato anch'essa alla censura, riportando in auge la critica secondo cui la Costituzione non contiene il termine ‘antifascista'. Eppure è impossibile non pensarla come antifascista in maniera intrinseca. Così abbiamo chiesto allo storico Francesco Filippi, autore del libro intitolato "Antifascista. Pensare, vivere, agire per la democrazia" (Piemme), di spiegarci perché alcuni faticano a dirsi "antifascisti" e perché la scelta dei Costituenti lo era nelle intenzioni e nei fatti.
Partiamo da una domanda retorica: si può veramente parlare di censura nel richiedere di firmare una dichiarazione di antifascismo?
Mah, si può parlare di censura nell'impedire a un ladro di appartamento di entrarmi in casa? Tutto parte da una concezione che dovrebbe essere un po' più chiara all'interno della società italiana che, ricordiamocelo, ha partorito, fatto crescere, sviluppato e diffuso nel mondo il fascismo. La Costituzione italiana, promulgata nel 1948, chiarisce in più punti che il fascismo in quanto tale non è né un'ideologia, né un'opinione, né una forma di pensiero, e quindi come tale non può essere esercitato. Il fascismo in sé è un crimine. È un reato e in quanto tale va punito. Perché è un reato? Perché è costitutivamente un attentato ai principi e ai valori della democrazia. Il fascismo è il contrario della democrazia.
E non si può accettare, quindi, nella propria vita sociale.
Una società che voglia basarsi su valori di democrazia, di libertà, di uguaglianza – quelli su cui ancora teoricamente si fonda il nostro paese – non può accettare il fascismo all'interno del proprio ordinamento. Proprio come una società che vede il rispetto della proprietà privata tra i propri valori non può accettare che qualcuno si arroghi il diritto di prendere e rubare quello che vuole e dove vuole; anzi, questa cosa deve essere sanzionata. Il fascismo non è un'opinione, è un reato. Quindi non stiamo parlando di una censura, stiamo parlando di un'opera di attenzione e prevenzione pubblica, punto. Ma non lo dico io, lo diceva Adorno ancora nel '45: la famosa "società aperta" in cui non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Siamo sempre lì.
Alcuni sono tornati ad aggrapparsi alla mancanza della parola "antifascismo" nella Costituzione, benché sappiamo che è antifascista per antonomasia per come è stata pensata e scritta, no?
Non c'è la parola antifascismo all'interno della Carta Costituzionale perché la Carta Costituzionale è un distillato di antifascismo, e su questo vorrei essere molto diretto e chiaro. La Costituzione nasce da un grande compromesso democratico tra tutte le forze del Comitato di Liberazione Nazionale, tra tutte le grandi correnti dell'antifascismo che nascono in Italia. E quando parlo delle correnti dell'antifascismo, prendo dentro proprio tutte quelle espressioni politiche che si oppongono al fascismo: andiamo dai monarchici fino all'estrema sinistra e agli anarchici individualisti, i quali combatterono il fascismo perché lo ritenevano negatore del sistema di valori su cui la carta si fonda. Era pleonastico definirla antifascista, perché è ovvio che la Costituzione è antifascista.
Tu parli di un antifascismo valoriale.
È un antifascismo valoriale, perché è su quello che dobbiamo intenderci. Che cosa significa essere antifascisti? Essere contro il fascismo. Questa cosa ovviamente fa cambiare la definizione di antifascismo nel corso del tempo, perché cambia il fascismo nel corso del tempo. Diciamocelo: quando il fascismo è un regime, negli anni '20 e '30, essere antifascisti significa essere anti-regime. Quando il fascismo è un pericolo per la democrazia, l'essere antifascisti è una pratica di democrazia. Una delle frasi con cui sintetizzo il senso del mio libro è proprio questa: il fascismo in fondo è una retorica, è un modo di dire le cose, un modo di raccontare la realtà che è funzionale alla conquista e al mantenimento del potere. L'antifascismo, proprio perché è il contrario del fascismo, è una pratica, cioè è un modo di fare le cose. E questo antifascismo lo si vede nella costruzione stessa degli articoli della Carta Costituzionale.
Per esempio?
Dal primo degli articoli: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo". Già da qui abbiamo la definizione di cosa significhi antifascismo: la sovranità che appartiene al popolo è il contrario di quello che si era vissuto prima. Ma possiamo andare avanti per tutti gli articoli della carta. Quando qualcuno dice – ed è stato detto in sedi molto alte, mi ricordo un presidente del Senato che diceva "Non c'è la parola antifascista nella carta costituzionale" – ecco, questa cosa mi colpisce, perché chiunque abbia letto la Costituzione capisce che è il contrario di quello che era accaduto in Italia nei vent'anni precedenti. C'è una serie di attenzioni, di pesi e contrappesi, di fari puntati su quello che doveva significare l'antifascismo dopo l'esperienza fascista.
Tu fai l'esempio del bicameralismo perfetto, definendolo antifascismo applicato.
Esatto, da dove deriva il bicameralismo perfetto? Dal fatto che per vent'anni il fascismo aveva calpestato il Parlamento. Trovo stucchevole dire "eh, però non c'è la parola antifascista".
Tra l'altro hanno voluto specificarlo nella XII Disposizione transitoria e finale che vieta la ricostituzione del Partito fascista.
Infatti non dovrebbe nemmeno porsi il problema. Voglio dire, è come aprire un manuale di aritmetica delle elementari che non premette il fatto che esistano i numeri. Ma siamo già all'interno della questione! È una Costituzione democratica? Sì, e per essa stessa, per definizione, una Costituzione democratica è antifascista. Punto, non è che ci sia tanto da discutere. Poi mi fa sempre molto sorridere l'insieme delle scuse tirate fuori dai cosiddetti "anti-antifascisti". Anche lì, basterebbe aver studiato un po' di frazioni alle elementari per capire che cosa sia un anti-antifascista: semplifichiamo i due "anti" e abbiamo il risultato.

Tra l'altro, ieri leggevo sui social che molti dicevano: "No, non si può chiedere il patentino, l'antifascismo è un credo politico", come se fosse un partito.
Ma no, è un passo indietro. Anche lì, si tratta di mettersi d'accordo sulle regole del gioco. Forse la metafora del calcio fa particolarmente male agli italiani in questo periodo e non dovremmo usarla, però è come se qualcuno scendesse in campo durante una partita di calcio, prendesse il pallone con le mani, corresse come un rugbista dentro la porta avversaria, buttasse il pallone dentro e poi dicesse: "Segnatemi un gol". Gli altri lo guarderebbero dicendo: "No, non possiamo segnarti un gol perché non hai seguito le regole". E quello rispondesse: "Allora voi state limitando la mia libertà di opinione!". No, non stiamo limitando la tua libertà di opinione, ti stiamo semplicemente dicendo che ci sono delle regole a cui stare, punto. In una fiera dell'editoria democratica è abbastanza ovvio che le case editrici abbiano il piacere di dichiararsi antifasciste.
Tu pensi che sia stato superfluo dover fare questa cosa o, visti i precedenti, sia stato necessario?
Eh no, purtroppo non è superfluo, perché fa parte di quello che io nel libro ho definito "antifascismo vigilante", cioè che sta in attenzione. Purtppo al giorno d'oggi non è più superfluo definire le caratteristiche di che cosa significhi una società e un mondo della cultura democratici, e quindi antifascisti. Magari fosse superfluo definirsi antifascisti! Ma evidentemente, visto l'attacco della Presidente del Consiglio a questa norma di civiltà – a questa piccola richiesta di civiltà – è tutt'altro che superfluo. Poi, diciamoci la verità: il problema di uscite di questo tipo è che siamo di fronte al vecchio gioco della destra.
Quale sarebbe?
A destra sono sempre pronti a dire che la sinistra tira fuori il fascismo come scusa. Ogni tre per due si accusa la sinistra di non avere argomenti e di tirare fuori il fascismo. Ma mi sembra che anche di fronte ai dati dell'economia, ai dati della politica estera, ai risultati in politica interna e alla tenuta traballante di questo esecutivo, mi paia proprio che sia la Presidente del Consiglio a utilizzare il fascismo come scusa per evitare di parlare d'altro.
L’avvento di Vannacci ha spinto la destra governativa a farsi meno istituzionale e più di lotta?
Assolutamente sì. Vannacci, ma anche i suoi emuli, amici e compagni di strada in giro per il cosiddetto Occidente – penso a Farage, ad alcuni esponenti di Alternative für Deutschland, agli stessi componenti del Rassemblement National – non fanno altro che continuare a spostare verso destra il peso specifico e gli argomenti del racconto pubblico. La cosa drammatica è che tutte le destre che possiamo chiamare "costituzionali", che hanno di fronte queste destre estreme (che costituzionali, liberali o democratiche evidentemente non sono, perché la destra di Vannacci non è una destra democratica in quanto porta avanti un programma per togliere diritti alle persone che già li hanno), tutte queste destre moderate stanno facendo il gioco della destra estrema, rincorrendola sugli stessi argomenti. Il caso tedesco è lampante.
La rincorsa a AfD?
Sì, Merz sta facendo una serie di politiche a imitazione di quelle di Alternative für Deutschland. Il problema è che sembra che le destre non abbiano capito che tra la copia e l'originale, spesso la gente sceglie l'originale. Vannacci è un problema della destra. Direi non tanto della destra italiana nel suo insieme, ma di quella destra che ancora in qualche modo vorrebbe aggrapparsi, o far finta di aggrapparsi, a tematiche di carattere europeo. Vannacci è un problema per la Lega perché gli drena voti, ma è soprattutto un problema per Forza Italia, che dovrà scegliere che cosa fare di sé dopo essere rimasta orfana di una guida politica degna di questo nome. Sarà un brutto vedere da qui alle prossime elezioni. Potrebbe esserci una soluzione, però?
Ovvero?
Potremmo avere una sinistra in questo paese, ma al momento non la sto vedendo.
Nel senso che non riesce a inserirsi in queste crepe interne alla destra?
Faccio un esempio su tutti: abbiamo visto tutti la parabola e il fallimento del cosiddetto "esperimento Albania", cioè l'esternalizzazione e la deportazione delle persone, che è fondamentalmente un primo passo verso la teoria della "remigrazione". Deportare persone fuori dai margini del diritto europeo per poterne fare quello che si vuole. La sinistra in altre parti del mondo, penso ai laburisti nel Regno Unito nella scorsa legislatura, ha contrastato il tentativo dei conservatori di creare degli hub in Ruanda. Invece la sinistra italiana ed europea attacca questi campi di concentramento – chiamiamoli per quello che sono: campi recintati in cui la gente sta senza essere stata ancora condannata per nessun reato preciso – criticandoli perché sono "troppo cari" e non perché sono inumani o perché violano i principi valoriali della Costituzione. Ecco, lì abbiamo un problema: abbiamo un problema valoriale anche a sinistra. Il problema della remigrazione o dell'esperimento Albania non è che oggi non sia applicabile o fattibile economicamente; il problema è che si tratta di un principio incostituzionale e, lasciatemi dire, inumano.