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Più libri più liberi, Meloni dice che chiedere una “dichiarazione antifascista” equivale a censurare le idee

Giorgia Meloni ha accusato la fiera “Più libri più liberi” di censura per l’obbligo di sottoscrivere una dichiarazione antifascista, considerandola un “patentino” ideologico della sinistra. Le opposizioni e la rete hanno replicato con durezza, ricordando alla premier che l’antifascismo è il cardine della Costituzione e non un’esclusiva di parte.
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Nel mondo dell'editoria, la libertà di espressione è un valore assoluto, che per essere protetto richiede una cornice democratica condivisa. La fiera romana della piccola e media editoria "Più libri più liberi", fedele al suo stesso nome, ha scelto di ribadire questa premessa chiedendo agli espositori una firma di adesione ai valori dell'antifascismo. Un atto che nasce come richiamo ai principi fondamentali della Repubblica, ben lontano dal voler imporre una linea di partito o una selezione ideologica alle case editrici, ma che è stato immediatamente interpretato dal governo come un attacco politico.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti contestato duramente l'iniziativa sui suoi canali social, definendola un "patentino" e accusando la sinistra di utilizzare l'antifascismo come paravento per censurare le idee conservatrici o non allineate. Nel discorso della premier emerge il tentativo di far passare un principio universale e istituzionale come una bandiera esclusivamente progressista, riducendo la firma a una sorta di test di appartenenza politica. È proprio su questo punto che il dibattito si è infiammato, con moltissimi utenti della rete che hanno fatto notare alla premier un cortocircuito evidente nei commenti al post: chiedere di dichiararsi antifascisti non significa affatto chiedere di essere di sinistra, ma semplicemente di riconoscersi nelle regole della democrazia e della convivenza civile.

Questa stessa linea di difesa della Carta costituzionale è stata l'asse portante della replica delle opposizioni, guidata dalle dichiarazioni di Luca Pirondini, capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato. Pirondini ha respinto l'accusa di censura, interpretando la mossa della premier come una strategia di propaganda interna alla destra, volta a inseguire l'elettorato più radicale rappresentato dal generale Vannacci. Il senatore ha ricordato come l'antifascismo sia la matrice della Costituzione su cui la stessa premier ha giurato e ha concluso con un richiamo storico: la vera e sistematica cancellazione del pensiero altrui è stata la caratteristica identitaria del regime fascista, l'esatto opposto di un regolamento nato per garantire la libertà e il pluralismo di tutti. A rincarare la dose è intervenuto anche Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha espresso una posizione ancora più netta e tagliente nei confronti della presidenza del Consiglio. Fratoianni ha dichiarato di aver rinunciato da tempo a chiedere a Giorgia Meloni di definirsi antifascista, sostenendo che le sue azioni e il recente attacco alla fiera del libro dimostrino chiaramente la sua distanza da questo valore. Per l'esponente di AVS, firmare una simile dichiarazione in modo limpido e sereno non è un atto di censura, ma un basilare dovere di rispetto verso le istituzioni nate dalla Resistenza. Fratoianni ha poi concluso il suo affondo politico con un appello agli elettori, definendo gli attuali esponenti al governo come i "nipotini del Ventennio" e auspicando che i cittadini italiani decidano presto di accompagnarli gentilmente alla porta.

A dare manforte alla linea di Palazzo Chigi è invece intervenuto Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, parlando a margine dell'Assemblea costituente del suo movimento a Roma. Vannacci ha sposato in pieno la tesi di Meloni, ribadendo che vincolare la partecipazione a una qualsiasi patente ideologica, sia essa di antifascismo o di altro segno, rappresenti una vera e propria censura contraria ai dettami costituzionali. Portando come esempio la libertà di poter elogiare persino la monarchia, il leader di Futuro Nazionale ha respinto l'idea che le persone possano essere giudicate o limitate per le proprie opinioni, avvertendo del rischio di derive orwelliane e di una "polizia del pensiero", purché le parole non sfocino "nell'illegalità della diffamazione o dell'insulto".

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