Diciamolo subito: parte tutto da un articolo-intervento di Umberto Galimberti, riportato in un paio di libri, fra cui il suo "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo", che, va detto, alle nuove generazioni strizzerebbe l'occhio, per quanto il passaggio che osserviamo sia profondamente denigratorio. È un testo che (pare) salta fuori non più di uno-due anni fa, e che recita così:

Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1600. Ripetuto il sondaggio vent'anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno.

Questo testo, di volta in volta appena rimaneggiato, è stato ripreso centinaia di volte in articoli di blog e giornali, post di social network (in quella bella dinamica per cui il post precedente è fonte del successivo e spesso non si sa più il dato originale da dove venga). In effetti sono numeri che piace rilanciare perché, come si suol dire, fanno accapponare la pelle, e mostrano con evidenza solare la tanto gustosamente denunciata degenerazione dei giovani.
Ebbene, va subito notato che citare una ‘ricerca' senza fornirne gli estremi per andarla a ripescare non è una pratica d'alto profilo intellettuale, specie se si mettono parola così serie e precise in bocca a una personalità altissima: io devo dire che questa ricerca non l'ho trovata, Galimberti dovrebbe indicarla con precisione (anche se mi permetto di temere che, nella forma o nella sostanza pretesa, questa ricerca non esista). D'altronde, a qualcuno che non si sia mai chiesto quante (magari anche quali) sono le parole che usiamo quotidianamente potranno parere numeri gravemente bassi ma plausibili. Invece questi numeri sono schiettamente inverosimili, e vediamo perché con l'aiuto, stavolta documentato, di Tullio De Mauro.

Il 23 dicembre 2016, diciotto giorni prima di morire, questo altissimo ingegno della lingua italiana pubblicava su ‘Internazionale' il Nuovo Vocabolario di base della lingua italiana. Lo potete trovare e scaricare gratuitamente seguendo questo link, introdotto da un articolo in cui egli spiega il perché e il percome di questa sua opera (nuova edizione del primo Vocabolario di base che stese nel 1980). In questo vocabolario sono presenti circa 7.500 parole, quelle in cui si esaurisce la quasi totalità dei nostri discorsi. Anzi, sono divise in tre sezioni di frequenza digradante, e le prime 2.000 parole di queste 7.500 (nel dizionario sono quelle in neretto) da sole coprono l'86% delle occorrenze.

Sì, 2.000 parole non sono molte, ma sono appunto dette ‘parole fondamentali'. Sono quelle che servono alla sopravvivenza. Come afferma anche Luca Serianni "un bambino italofono si affaccia alla scuola elementare con un dotazione di 2000 parole". E parliamo di bambini ancora non alfabetizzati. Affermare che studenti del ginnasio (mica scalzacani) conoscono fra le 600 e le 700 parole significa affermare l'assurdo.

Poi certo: la via del miglioramento è ancora lunga e impervia, e la situazione italiana riguardo alle competenze di comprensione dei testi e scrittura non è felice. Ma guai. Guai a sistematizzare la denigrazione delle nuove generazioni con asserzioni gratuitamente oltraggiose. Ogni ‘O tempora o mores', ogni richiamo all'età dell'oro, ogni pretesa di degenerazione non fa che allargare la frattura. E viste le eredità che la generazione precedente lascia alla nuova, com'era quella storia della pagliuzza nell'occhio e della trave?