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Francesco Baccini: “Mi dissero che Le donne di Modena non avrebbe funzionato. Venditti? Voleva menarmi!”

Francesco baccini torna con un nuovo album “Nomi e cognomi 2”. A Fanpage racconta il successo e il cambiamento della discografia, come gli dissero che Le donne di Modena non avrebbe mai funzionato e di quella volta che Venditti voleva menarlo.
Francesco Baccini – ph Orazio Truglio
Francesco Baccini – ph Orazio Truglio

"Volevo battere il record dei Cure". Francesco Baccini scherza quando spiega la pausa di 19 anni che separa il suo ultimo disco di inediti dal prossimo, in arrivo dopo l’estate. "Nomi e cognomi 2" è un esplicito sequel di "Nomi e cognomi" del 1992, l’album più venduto di una carriera non certo parca di successi e riconoscimenti, tra Targhe Tenco, un Festivalbar vinto, e più canzoni passate alla storia e placcate di metalli preziosi di quante non ne possano contare molti colleghi. Dopo alcuni anni passati fra film, progetti collaborativi (un disco con Sergio Caputo, uno con un quartetto d’archi) e molti concerti, è tornato anche l’impulso di raccontare: "Fabrizio mi diceva che se non hai niente di interessante da dire, è meglio stare zitti. Ma ora ho voglia di raccontare certe storie di questo Paese". Un Paese che, 34 anni fa come oggi, sguazzava tra malcostume e poesia ispirando canzoni ora grottesche ("Mago Ciro"), ora liriche ("Margherita Baldacci"). "Quel disco del ‘92 fu di grande rottura, anche rottura di coglioni…", dice con immancabile umorismo il cantautore genovese, la cui conversazione con Fanpage su politica, società, discografia e canzone d’autore viene proposta di seguito in versione editata e condensata.

Come venne accolto quel disco?

Non hai presente cosa vuol dire fare un singolo che si chiama "Giulio Andreotti" con Giulio Andreotti ministro. Oggi sarebbe impensabile, ma all’epoca c'era un margine di libertà.

Cosa è cambiato?

Oggi ci sono migliaia di canali, ma propongono la stessa musica. Per esempio, una volta una radio importante passava nell'arco di una giornata 200 canzoni, oggi ne passa 30. Così non dai spazio a gente nuova e, soprattutto, a una controcultura. E poi non esistono figure autorevoli che ti diano consigli: un Renzo Arbore, un Massarini, grazie a cui scoprivi artisti nuovi.

Allora cantava Giulio Andreotti evocandolo per nome e cognome, per l’appunto. Ma l’ultimo singolo, che fa ugualmente satira politica, ha un nome di fantasia: On. Gino Piripozzi. Come mai?

Andreotti era la storia della Repubblica. Era entrato nel primo parlamento nel dopoguerra e non ne è più uscito. Lo spessore culturale di Andreotti oggi sarebbe fantascienza. Ora siamo circondati da Piripozzi. Mi sto vedendo dei filmati da qualche elezione in programma, e mi diverto come un pazzo a vedere i filmati che fanno per promuoversi.

Si stava meglio quando si stava peggio?

Purtroppo sì, quando la discesa è verticale come questa. Ai politici di oggi non affiderei nulla. Basta sentirli parlare: hanno quaranta parole nel vocabolario.

Il nome di questo personaggio, poi, suona generico, come Pinco Pallino. On. Gino Piripozzi è una critica all'uomo comune?

La gente rideva di Fantozzi, ma se un impiegato avesse capito bene il film avrebbe avuto da piangere. Tu ridi degli altri pensando "ma io non sono mica così". In realtà, oggi tutti quanti noi vorremmo la celebrità senza saper fare nulla. La vicenda di Piripozzi è il vero sogno italiano: diventare virali è come vincere il Superenalotto.

Devo essere onesto: il video realizzato con intelligenza artificiale generativa non mi ha fatto impazzire, ci sono molte riserve sull’uso di questa tecnologia nella musica. C’era un motivo specifico per cui ha fatto questa scelta?

Innanzitutto mi divertiva giocare sul contrasto. L'album è suonato interamente con un'orchestra di 30 elementi, e in questo brano si sentono in particolare i fiati, mentre il video è totalmente artificiale, ma fatto in maniera iperrealista. Questo apre anche uno squarcio su una tecnologia non abbiamo ancora bene capito cosa sia, perché non c'è nessuna regolamentazione: internet è ancora il Far West, basta farsi un giro sui social per saperlo. Inoltre, se avessi dovuto fare quel video lì sul serio, mi sarebbe costato minimo 100.000 euro…

Del narcisismo che unisce tutti, persone comuni e politici, artisti e parvenu aveva già parlato in "Sono Stufo Di Vedere Quelle Facce Alla Tivvu'-U'-U'". Internet oggi è come la televisione nel 1996?

No, è peggio. Perché comunque la televisione aveva un minimo di selezione. Quando Umberto Eco disse che su internet il pirla da bar aveva il microfono l'hanno attaccato tutti, dandogli del vecchio rincoglionito… Umberto Eco! Io benedico di essere nato negli anni ‘60, cresciuto senza la sorveglianza continua degli smartphone, senza i social media regolati dai desideri di qualche miliardario americano.

Mi soffermo su Baccini a colori, perché mi incuriosisce l’attualità di "Filma!" un rhythm and blues che parla di disumanizzazione, comportamenti anti-sociali, logica del branco, ma anche – e questo è davvero profetico – l’ossessione di volersi documentare in modo narcisistico durante questi atti. Come nacque?

Filma! è stata un'illuminazione, potrebbe essere stata scritta ieri mattina, perché il mondo è andato totalmente in quella direzione. Mi ero rifatto a un paio di notizie, come la storia di Pietro Maso che aveva ammazzato i genitori e poi era andato in discoteca, oppure quella dei primi lanciatori di sassi dal cavalcavia. Allora nessuno girava con la telecamera, io me l’ero completamente immaginata questa roba di farsi riprendere, e si è rivelata forse la parte più attuale. Oggi addirittura se uno sta morendo per strada la gente invece di intervenire tira fuori il telefono e fa il filmato. Abbiamo perso proprio il senso della realtà e ci nascondiamo dietro uno schermo.

Raccontare le storie di persone vere, come Matilde Lorenzi, può aiutare a uscire da questa apatia?

Chiaro, la vita ti riporta con i piedi per terra. Matilde Lorenzi è la storia di una ragazza che aveva una vita felice, che faceva quello che le piaceva, ed è morta facendo esattamente questo.

Una canzone può aiutare a comprendere il mondo?

Ne sono convinto. Nella mia adolescenza le canzoni di Fabrizio De André, Eduardo Bennato, Paolo Conte, Francesco Guccini sono state parte della mia formazione: da loro ho imparato molto. Anche perché erano grandi, avevano vissuto. Oggi come fa un sedicenne o diciassettenne a imparare qualcosa da un suo coetaneo? O, peggio ancora, da un quarantenne che si finge ragazzino in eterno?

La discografia ha una responsabilità?

Siamo una società di imbonitori alla Wanna Marchi, l’importante è vendere. Ma così si fa circonvenzione d’incapace. Chi a 16 o 17 anni non sogna di essere una rock star? Poi oggi la tecnologia ti permette di farlo facilmente, anche avendo poche capacità. Ma quando ti piomba addosso il successo e poi inevitabilmente sparisce, rimani un disadattato. Spero che finisca questo andazzo, che i ragazzi comincino a svegliarsi e capire che sono semplicemente usati da dei Mangiafuoco.

Agli esordi cosa la indirizzò sulla via giusta?

Una volta trovai nell’elenco del telefono il numero di Amilcare Rambaldi, il fondatore del Premio Tenco, e lo convinsi a invitare me e l’amico con cui suonavo. Arriviamo con la cassetta, ci fa entrare, ascolta, mi guarda, e dice: "Ragazzo, il Tenco è l'università della canzonetta. Tu sei alle medie". Chiaramente fu una delusione, ma è stata fondamentale perché da lì ho cominciato a scrivere in un altro modo. Dopo tre anni mi sono ripresentato e ho vinto la Targa Tenco come opera prima. Oggi nessuno ha l’autorevolezza per dirti che stai sbagliando, basta vedere le giurie di certi talent show.

Da dove ripartire?

Devi ricominciare dalle basi, tanti giovani hanno buchi pazzeschi. Mio figlio ha 27 anni e non sapeva chi fosse Alberto Sordi. Gli ho fatto vedere due film, e ora vuole vedere solo film di Sordi.

C'è anche un po' di questo dentro la canzone "Franco Califano" che hai pubblicato a inizio anno?

Certo. Califano era veramente un personaggio di rottura: uno con una vita personale assurda, che però ha scritto canzoni che fanno parte della storia della musica italiana. E alla fine l'unico vero metro di giudizio per un artista è il tempo: se hai fatto roba valida, prima o poi arriverà una generazione che magari sarà più attenta. Penso a Rino Gaetano, che è molto più conosciuto adesso di quando era vivo. Ma lo stesso De André. Negli anni ‘90, quando iniziò la mia amicizia con lui, i ragazzi mica ascoltavano Fabrizio. Ascoltavano Radio Deejay, ascoltavano la dance. Fabrizio non esisteva per loro, anche perché non andava in televisione o in radio, e ai suoi concerti vedevi tante teste bianche. Dopo la sua morte, i giovani l’hanno riscoperto. Ma i personaggi così sono quelli che mi sono sempre piaciuti, gli outsider. I nazionalpopolari non facevano per me.

E infatti 34 anni fa, in "Nomi e cognomi" cantavi Antonello Venditti e Adriano Celentano per parlare di chi "si vende", o di chi si reinventa come guru.

Venditti inizialmente mi voleva menare. Adriano con grande furbizia mi invitò a Svalutation. Ero e sono ancora un provocatore, ma sempre sui contenuti, non in modo deficiente.

Anche la trasformazione dei cantanti in influencer è stata una lettura profetica…

Ma poi ci sono così tante figure pubbliche, cosa vuoi influenzare… Però io sono curioso delle cose nuove, voglio incontrare i ragazzi dove stanno. Così, 6-7 anni fa mi sono aperto un canale Twitch. Oggi potremmo fare delle robe fighissime, ma c'è un sistema che non ha questo interesse. Comunque il canale è ancora attivo: faccio una live ogni domenica sul Genoa.

A proposito di Genoa, cosa pensi della canzone di Bresh "Guasto d’amore"?

È carina! Vedo che da Genova stanno arrivando tanti, molti rapper. Non sono cantautori, per me, ma sono bravi. Uno come Alfa è un ragazzo intelligente: secondo me si sta muovendo bene. Ogni tanto lo vedo allo stadio, avendo la dannazione di essere genoano come me!

Quindi hai un’opinione positiva della cosiddetta "nuova scuola genovese"? 

Sì, ma non è una scuola. E non era una scuola nemmeno la prima, per essere chiari. Me lo diceva anche Fabrizio: solo un gruppo di amici che facevano musica diversa da quella che girava all'epoca, che aveva intercettato altra musica da fuori e aveva l’idea di mettere sostanza nei testi.

Quindi la speranza sono i giovani, comunque.

Ma certo. Io non sono per niente pessimista: è che stiamo vivendo un periodo idiota, è diverso. Prima o poi arriverà una generazione che dirà "ma basta!". Perché è sempre andata così. Anche tante scemenze che ascoltiamo e vediamo oggi secondo me, viste tra un po’ di tempo, sembreranno davvero ridicole. Questi anni sembrano usciti da un film di Mel Brooks.

Lei com’era da giovane esordiente?

Cercarono di cambiarmi tante volte, invano. All’inizio, quando vivevo alla giornata senza nemmeno i soldi per una pizza, rifiutavo certe proposte che magari mi avrebbero svoltato la vita. Alcuni dicevano che poiché ero genovese dovevo essere triste… Per altri le mie canzoni erano strampalate: "Eppure quando suono in giro piacciono…". O volevano che cantassi in inglese, quando nell’86 era di moda la italo dance.

Peraltro una sua canzone compare proprio nel primo disco in italiano di Raf, "Svegliarsi un anno fa". Come andò quella volta?

Ero in CGD a suonare il pianoforte che avevano negli uffici. Passano Raffaele e il suo produttore, Giancarlo Bigazzi. Un pazzo scatenato, lui: faceva le canzoni di Masini, ma era anche uno degli Squallor. Un vero depresso cronico, ma molto divertente. Quel giorno mi sentirono suonare una canzone appena composta, "L’aeroplano". Me la chiesero e semplicemente gliela diedi. Molti altri mi chiesero canzoni, ma non sarei mai potuto essere un autore. Io non sono una macchina da canzoni. In più scappo davanti alla parola "lavoro"!

Con molti però collaborò: Jannacci, Branduardi. E appunto De André.

Avevo collaborato con Fabrizio per un testo che non ho mai voluto firmare, "Ottocento". Fabrizio voleva delle immagini ironiche, diceva che non era capace di scriverle. Mi vergognavo di firmarlo, mi sentivo un ragazzino davanti a un gigante. Così mi mise nei ringraziamenti. Però, da buon genovese, gli ho chiesto in cambio di cantare con me "Genova Blues" nel secondo album.

E poi, nonostante le insistenze dei discografici, fece quello che volle?

Fin dall’inizio, dalla prima volta che ho avuto a che fare con i discografici, sono rimasto sconvolto perché non capivano un cazzo. "Cartoons" era il contrario di un disco commerciale: non volevo i sintetizzatori, solo il pianoforte. E così, ora non suona come "un disco degli anni Ottanta". Feci a modo mio. E vendette comunque 100mila copie, e vinse la Targa Tenco. Senza Sanremo, senza Festivalbar, senza niente. Solo tre Maurizio Costanzo Show.

Francesco Baccini – ph Massimo Cappelleri
Francesco Baccini – ph Massimo Cappelleri

Come si spiegò quel successo?

Perché il pubblico alla fine è molto più ricettivo di quello che pensano gli addetti ai lavori. Per "Le donne di Modena" i discografici mi dissero che non potevo pensare di fare un pezzo che cambia tempo tre volte: "Non funzionerà mai". Fu prima in classifica per sei mesi. Il problema, con le canzoni, è farle arrivare al pubblico. Qualche anno fa Antonio Silva, del Tenco, mi propose un’intervista-concerto davanti a un pubblico di 600 quindicenni. All’inizio erano distratti, poi li ho tirati dentro e alla fine mi son dovuto fermare a fare un selfie con tantissimi di loro. Mi chiedevano "ma perché non ti conoscevo?". Un solo motivo: l’algoritmo.

Il palco svela sempre.

Se sono ancora qui dopo 37 anni è perché faccio almeno 30-40 concerti all'anno. Alla fine sono un animale da palcoscenico. E poi mi tengo sempre attivo, con almeno 3-4 progetti in contemporanea.

Tipo?

Sto lavorando su un film western in cui interpreto il ruolo che sognavo da una vita: il cattivo! Il regista si chiama Emiliano Ferrera, ha già diretto diversi western. Poi ovviamente ci sarà anche la colonna sonora. Ne ho già realizzate due, di integrali, oltre alle canzoni come "Maschi contro femmine" per il film di Brizzi. Il cinema è sempre stata una mia passione e ci vedo ancora spazi di evoluzione, mentre nella musica c'è un appiattimento devastante.

Ma quindi non ci sono musicisti contemporanei che ascolta con piacere?

Ci sono, ma non dico niente perché non vorrei rovinare sorprese!

Ah, quindi sapremo di più quando uscirà "Nomi e cognomi 2". Ma come sarà questo album?

Sono 14 canzoni con 14 mondi musicali completamente differenti: si è già sentito nei tre singoli pubblicati finora. L’eclettismo è sempre stata un po' una mia caratteristica: è una curiosità che mi ha attaccato mia madre. Mi annoierei a fare un genere soltanto. La musica è una. Devi imparare ad apprezzarla e capirla nel suo complesso, magari a riprendere dal passato per farlo diventare moderno, perché le cose non nascono dal nulla.

A proposito di passato, c’è qualche suo vecchio disco che meriterebbe di tornare un po’ in vista?

Almeno due: "Nostra signora degli autogrill", e "Baccini Canta Tenco" col quale vinsi anche la mia seconda Targa Tenco e che vorrei rimettere in circolazione, quindici anni dopo, visto che l’etichetta che lo pubblicò non esiste più! Pensa che fino a poco fa non era disponibile in streaming proprio "Nomi e cognomi". Un doppio disco di platino, circa 700mila copie, roba da fantascienza, eppure non esisteva sulle piattaforme.

Ora però c’è.

È rispuntato quando ho deciso di fare "Nomi e cognomi 2". L'etichetta Azzurra, con cui pubblicherò questo album, è andata a parlare con Warner. Usciranno entrambi in vinile e CD. Ma io ho in mente anche un libro che copre tutti i personaggi, perché "Nomi e cognomi" racconta 40 anni di storia d’Italia.

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