Negli ultimi anni, con la crescente importanza assunta dai social media nella nostra vita, è cresciuta parallelamente l'attenzione verso alcuni fenomeni sociali relativi alla partecipazione pubblica dei cittadini. Un fenomeno di cui si sta discutendo molto, soprattutto negli Stati Uniti, riguarda la cosiddetta cancel culture che ha molto a che fare con il più noto fenomeno di online shaming. Cosa si intende, di preciso, con queste due espressioni e rispetto a quali espressioni italiane potrebbero essere paragonate? per la precisione con l'una fespressione "cancel culture"?

Cancel culture è un'espressione diffusa nei paesi anglosassoni, ma sempre più presente anche nel dibattito in Italia, che indica una sorta di boicottaggio di individui, aziende, gruppi di persone che hanno espresso un’opinione discutibile o non condivisibile. Si tratta, in larga parte, di meccanismi con cui la Rete agisce per colpire quei vip che si espongono con dichiarazioni razziste, omofobe, transfobiche. Una sorta di odio che si riversa sull'odio. Come quello che ha colpito, di recente, la scrittrice J.K Rowling, l'inventrice della saga di Harry Potter, accusata  sui social di avere posizioni transfobiche e sottoscrittrice, insieme ad altri centocinquanta tra accademici, artisti e scrittori della lettera per la giustizia e il dibattito aperto pubblicata su Harper's Magazine.

Cancel culture: quando nasce, dove e perché

L’idea della "cancel culture" nasce come forma di online shaming nei primi anni 2010, prendendo letteralmente il volo con il #MeToo nel 2017, soprattutto grazie allo sforzo di alcune attiviste afroamericane. Tra i nomi più noti ad aver subito l'onta della cancel culture ci sono Bill CosbyLouis C.K. e Kevin Spacey, quest'ultimo – come ricorderete – letteralmente cancellato dalla serie tv di successo "House of Cards". La "cancel culture" degli albori si concretizzava, fondamentalmente  nella ribellione del pubblico che reagiva organizzato ai valori d'odio o alle posizioni controverse delle celebrità non più subendo le informazioni attraverso i media, ma partecipando alla discussione attraverso il web e i social media. Talvolta quest'espressione, da noi in Italia (secondo noi impropriamente) è considerata alla stregua della dittatura del politicamente corretto si avvale, sempre negli Usa, dell'espressione triggered, un termine preso a prestito dalla psicologia per denigrare la rabbia con cui le masse reagiscono al linguaggio d’odio.

Le critiche rivolte alla cancel culture

Una delle critiche più soventemente rivolte alla cancel culture è quella, fondamentalmente, di usare gli stessi strumenti discriminatori nei confronti di chi non condivide le sue posizioni e di utilizzare un metodo censorio. Secondo la posizione di costoro, i diversi movimenti dal #MeToo a #BlackLivesMatter, sarebbero colpevoli di limitare la libertà di espressione. Così come è successo nella già citata lettera dei 15o intellettuali pubblicata su Harper's Magazine.

Cosa rispondono i sostenitori della cancel culture

Secondo alcuni difensori della cancel culture, però, gli intellettuali che hanno firmato il manifesto contro l'online shaming, non capirebbero che parlare di censura, come fanno molti esponenti della destra americana ed europea, sarebbe inesatto, perché secondo questi ultimi la difesa della libertà di parola in astratto in realtà starebbero difendendo, dalla loro posizione di privilegio, la facoltà di dire ciò che si pensa senza conseguenza. Cosa che, in effetti, coloro che vedono minacciata la libertà di parola fanno già di continuo, da anni, avendo accesso a un numero praticamente illimitato di canali informativi, diversamente da quanto certamente accade – per restare agli Stati Uniti – agli afroamericani e alla loro causa.