Assoconcerti: “I concerti non costano troppo, 57€ per un grande live non è scandaloso. Mancano gli spazi adeguati”

Il comparto dei concerti live è in ottima forma, lo dice il report SIAE sul 2025. I principali rilevatori segnano tutti valori positivi, e con sé portano anche un aumento medio del costo dei biglietti. Ma tra crisi climatica, gigantismo della musica, e mancanza di strutture c'è ancora qualcosa da mettere a punto. Ne abbiamo parlato con Bruno Sconocchia, Presidente di Assoconcerti, che ha fatto un bilancio di questi due mesi di grandi eventi estivi, riassumendo anche la situazione italiana. Per l'associazione di categoria, i numeri rappresentano il buono stato di salute del comparto live e viste le produzioni, un biglietto di poco più di 50 euro (in media) non è esagerato. Piuttosto, ci dice il Presidente, sono le strutture che mancano e un maggiore aiuto statale.
Come giudica la stagione estiva dei live e dei concerti fino a ora?
Come associazione di categoria non posso che esprimere compiacimento. Ovviamente non sono ancora dati definitivi perché siamo nel pieno della stagione, ma mi sembra stia continuando la tendenza degli anni post-Covid, in cui ogni anno abbiamo registrato un incremento rispetto al precedente. È un incremento importante su tutti i numeri, a doppia cifra anche rispetto al periodo pre-pandemia del 2019.
Come mai secondo lei?
In linea generale viviamo in una società dove il periodo del Covid, che oggi ci sembra alle spalle, è stato in realtà devastante e ha fatto riflettere tanti. Viviamo nella società dell'alienazione e della solitudine, soprattutto per i giovani che passano il tempo davanti a uno schermo di un computer, di un tablet o di un telefono, dove la malattia del secolo è la depressione e dove non c'è più confine tra il vero e il falso. Di fronte a questo scenario un po' apocalittico, credo che la musica dal vivo e gli spettacoli in generale rispondano a una voglia di uscire, stare insieme e condividere. C'è voglia di verità: l'artista è lì fisicamente davanti al suo pubblico, senza maschere. Fin dall'antichità lo spettacolo è l'espressione di una comunità, un momento rituale in cui una tribù o una collettività si identifica.
Abbiamo osservato anche un incremento sostanzioso del prezzo dei biglietti: il rapporto SIAE 2025 dice che la spesa media per spettatore sale a 40,34€ (+8,3%) e il prezzo medio dei biglietti raggiunge i 45,55€ (+12,4%).
È vero che sono aumentati i prezzi dei biglietti, soprattutto per gli spettacoli medio-piccoli. Ma quel dato di 40,34€ si ottiene considerando il totale degli incassi diviso il totale degli spettatori. Se parliamo solo di spettacoli a pagamento, il prezzo medio in realtà è leggermente superiore: siamo a 49€. Bisogna però andare più a fondo nell'analisi dei numeri: per gli spettacoli con oltre 10.000 persone il biglietto medio è di 66,88€ ma nel 2024 era 65,53€, quindi l'aumento è stato di appena 1,30€).
Mi aiuta a dire…
All'interno di quella fascia oltre i 10.000 spettatori – che è quella che dal punto di vista degli incassi incide di più – la media del biglietto per gli artisti italiani è di 57,34€, mentre per gli artisti stranieri è molto più alta, pari a 92,15€. Scorporando i dati si capisce meglio la situazione. Per un mega spettacolo – che ormai è un evento esperienziale a 360° con palchi grandi come palazzi, visual, coreografie, corpi di ballo e orchestre – i costi sono enormi e coinvolgono migliaia di giornate lavorative tra allestimento e produzione. Rispetto a questo, un biglietto medio di 50-57€ per i grandi spettacoli di artisti italiani non mi sembra un prezzo scandaloso, considerando che oggi una notte d'albergo costa 200€ e una cena al ristorante 40-50€.
Il punto principale è che questo rischia di ricadere sul pubblico, riducendo la possibilità di vedere più concerti.
A me non sembra che ci sia una riduzione. Vedo che il numero degli spettacoli e il numero degli spettatori aumentano ogni anno.
Forse proprio perché il pubblica aumenta sarebbe il caso di non aumentare ulteriormente i prezzi.
Se ci fosse una politica di contenimento dei prezzi o un supporto pubblico come avviene per il cinema, sarei molto felice. Dei contributi statali sarebbero auspicabili.
Sempre il rapporto SIAE dice che le grandi venue "pur rappresentando appena lo 0,4% degli eventi del comparto, concentrano il 20,3% del pubblico e il 35,6% della spesa del Pop, Rock e Leggera". Cosa ne pensa di questo gigantismo, che crea anche problematiche di ordine pubblico e di fruizione?
Quando si parla di questo tema bisogna considerare l'intero sistema musicale. Su quasi 40.000 spettacoli complessivi (39.195 per la precisione), 16.000 sono a ingresso gratuito. Quelli a pagamento sono circa 22.000. Di questi 22.000, gli spettacoli sotto le 1.000 persone – cioè le realtà piccole, spesso sostenute dai comuni – sono 19.428. Gli spettacoli sopra i 10.000 posti sono 368. Se andiamo oltre i 50.000 spettatori – ovvero i mega eventi fuori dagli stadi o nei grandi spazi di cui lei parlava – parliamo di appena 39 spettacoli in tutta Italia. Possiamo veramente parlare di gigantismo?
Se quei 39 eventi drenano circa un terzo o un quarto della spesa totale sì. La differenza rispetto al passato è che una volta lo stadio era il punto d'arrivo per pochissimi (come Vasco Rossi, Bennato o Bruce Springsteen), mentre oggi è diventato la prassi e i greenfield hanno preso il posto degli stadi.
Questo accade perché è aumentata enormemente la richiesta da parte del pubblico.
Certo, ma esistono bisogni che sono indotti. Il pubblico paga anche 3 euro l'acqua all'interno degli stadi e si piega a quel sistema. Insomma, ci sono delle criticità reali da affrontare.
Ma le criticità ci sono eccome, non ho mai detto che sia tutto perfetto.
Quali sono secondo lei gli aspetti principali da migliorare nel comparto live italiano?
Per quanto riguarda gli operatori, la prima necessità è la semplificazione burocratica. Per quanto riguarda il pubblico, il problema principale è la mancanza di spazi adeguati e la fortissima disparità territoriale tra Nord e Sud. In Italia abbiamo solo quattro palazzetti dello sport con una capienza da 15.000 posti adeguata agli standard europei: due a Milano, uno a Torino e uno a Bologna. Roma ha l'ex Palaeur che è una struttura storica degli anni '60 ma ha i suoi limiti. Al Sud la situazione è critica: a Napoli si sta lavorando al progetto per un nuovo palazzetto, ma in generale c'è una grave assenza di strutture, che si riflette anche su teatri e club.
Che problema genera, quindi?
Questa mancanza di spazi genera il problema della concentrazione stagionale: tra giugno e luglio si concentra il 25% degli spettacoli, il 40% degli spettatori e il 47% della spesa nazionale. In due mesi si concentra quasi metà del mercato perché si sfruttano gli spazi all'aperto, come le piazze. Tutto ciò comporta discontinuità e precarietà lavorativa per le maestranze, per i tecnici e per gli artisti, soprattutto quelli emergenti. Servono politiche di lungo respiro. Le istituzioni hanno sempre trascurato il nostro mondo, dovrebbero prestare molta più attenzione a questo settore. Spesso il vero problema del pubblico non è tanto il costo del biglietto di 1 euro in più o in meno, quanto l'impossibilità di trovare i biglietti per gli eventi che vanno sold-out in pochi minuti.

Prima parlava dei concerti d'estate, il meteorologo Federico Brescia parlava delle problematiche delle ondate di calore e dei temporali improvvisi, come da Bad Bunny. Forse c'è bisogno di lavorare sulla prevenzione dell'esperienza?
Stiamo lavorando su tanti aspetti per migliorare l'esperienza dei concerti. Oggi stiamo cambiando le cose e cercheremo di fare ancora di più, c'è un processo continuo per andare incontro al pubblico, perché la sua sicurezza e le sue esigenze sono fondamentali. L'episodio di Bad Bunny, ad esempio, ha dimostrato l'alta professionalità degli organizzatori, capaci di evacuare in 40 minuti una massa di 80.000 persone – che equivalgono a una città medio-grande – con una sola persona che si è rotta un braccio. Hanno dimostrato grande professionalità nel gestire l'emergenza.
L'ultima cosa che le chiedo riguarda il progetto Italia 2027: ce lo racconta?
L'idea è avviare un lavoro strutturato sull'internazionalizzazione della musica popolare contemporanea. Siamo felici di partecipare: non deve essere un evento isolato, ma un progetto da portare avanti nei prossimi anni. Altri Paesi, come la Francia e la Spagna, hanno politiche consolidate di sostegno alla musica popolare contemporanea (a differenza dei Paesi anglosassoni che non ne hanno bisogno, avendo sempre dominato il mercato). Interpretiamo questo progetto come un segnale molto positivo.
Ci sono altre novità su cui state lavorando come associazione?
Sì, c'è un altro risultato importante del nostro lavoro di categoria. Nella legge di bilancio approvata lo scorso anno siamo riusciti a far inserire per la prima volta un fondo specifico per la musica popolare contemporanea. Si parte da 1,5 milioni di euro, con l'auspicio che possa salire a 5 milioni con l'approvazione del Codice dello Spettacolo. La notizia che è circolata poco è che nei decreti attuativi abbiamo lavorato affinché queste risorse fossero destinate interamente alle realtà medio-piccole. Abbiamo suggerito alla politica di premiare gli spettacoli che vanno dai 300 ai 3.000 spettatori paganti, con un prezzo massimo del biglietto fissato a 50€.
Un tentativo di aiutare la fascia che soffre di più.
Non è una misura risolutiva, ma è un segnale importante. Non ha avuto la giusta risonanza, ma dimostra la nostra visione: io non difendo a spada tratta solo i grandi spettacoli. Apprezzo i grandi eventi perché rispondono a un'esigenza del pubblico, ma credo che lo spettacolo medio-piccolo – quello dei club, dei teatri e dei festival estivi minori con artisti emergenti – abbia assoluto bisogno di sostegno. Lavoreremo per far aumentare queste risorse e sostenere chi sta facendo la propria strada per emergere.