Stefano Valenti: “G8 di Genova, Bolzaneto e Carlo Giuliani? Un trauma troppo grande, ci è rimasta la paura”

Il 20 luglio 2001, venticinque anni fa, morì Carlo Giuliani, ucciso dal colpo di pistola sparato dal carabiniere Mario Placanica durante gli scontri del G8 di Genova. Nelle ore successive, le forze dell'ordine arrestarono oltre 200 persone e le condussero nella caserma di Bolzaneto, dove furono sottoposte a torture e violenze. Stefano Valenti, scrittore e giornalista, ha pubblicato per Gramma Feltrinelli Come farfalla a luglio. Tecnicamente è un romanzo – lui preferisce definirlo un'opera di "faction" – perché racconta letterariamente quei giorni, restando però saldamente ancorato ai fatti. Ispirandosi alla struttura de "Il soccombente" di Thomas Bernhard, Valenti, che a Genova era presente, segue le vicende di tre personaggi alle prese, ciascuno a suo modo, con quei giorni di violenza: Carlo, evidente riferimento a Giuliani, che non potrà raccontare la propria storia perché sarà l'unica vittima mortale del G8; Francesco, professore di filosofia anch'egli ispirato a una persona reale, che non riuscirà mai a superare quel trauma e si toglierà la vita dieci anni dopo; e infine il narratore, colui che prova a ricomporre i frammenti di questa vicenda.
Il libro intreccia il piano del presente – in cui il narratore, dalla casa dell'amico professore, riflette su quei giorni e sul rapporto tra violenza, Capitale e contemporaneità – con quello del passato. Ed è proprio nel passato che la realtà irrompe con maggiore forza. L'incipit è ambientato infatti nella caserma di Bolzaneto, dove vengono ripercorse le torture subite dagli arrestati attraverso le loro testimonianze, riportate in corsivo. Una scelta precisa: impedire che il lettore possa pensare che quelle violenze siano frutto dell'invenzione narrativa. Abbiamo chiesto a Valenti – tra i collaboratori del Libro bianco di Genova – di ricordare che cosa accadde in quei giorni e quale eredità abbia lasciato un evento che ha segnato, nel profondo, un'intera generazione.
Sulla copertina c'è scritto "romanzo", ma questo libro va oltre il romanzo, no?
Io ho imparato a conoscere i miei testi nel tempo. A un autore capita di scrivere spinto da pressioni interne e solo dopo analizza quel che fa. Credo di aver stabilito che i miei siano dei testi che vengono definiti faction: fatti reali più narrativa. In realtà la narrativa c'è, la mia ambizione è fare letteratura, ovviamente, però partendo su fatti di cronaca o storici importanti. Questo binomio fa sì che ogni tanto nella lettura non sia tutto chiaro: per esempio, la voce narrante di questo romanzo teoricamente non dovrei essere io, anche se al lettore può apparire tale, e va bene lo stesso.
È un libro che si ispira a Thomas Bernhard…
Nasce dallo standard di un romanzo di Thomas Bernhard che si chiama "Il soccombente", in cui tre amici musicisti dibattono del tema intimo della musica rispetto alle proprie vite. Mi era sembrato utile usare questo parametro per costruire tre amici che invece dibattono partendo dai temi etico-politici. Questa è un po' la genesi del romanzo.
È un romanzo che ha tre protagonisti: il narratore, Francesco e Carlo e racconta come si affronta un trauma. Due dei protagonisti possono o hanno potuto farlo farlo, il terzo no perché è Carlo, che in qualche modo rappresenta Giuliani, giusto?
La difficoltà è stata decidere quale struttura dare al personaggio di Carlo, nel senso che Carlo era inevitabilmente coinvolto e tuttavia era difficile farne un puro personaggio di romanzo dati gli esiti della vicenda: non essendoci stati altri morti in piazza a Genova, non poteva che essere Carlo. Lì il grande dubbio è stato di carattere etico, che si è un po' sciolto nel momento in cui siamo riusciti a far leggere il libro alla famiglia Giuliani, ad Haidi in particolare, che ha apprezzato. Nonostante quella sia una figura romanzata – della biografia reale di Carlo ho voluto conoscere poco del prima, se non di quei giorni, e me lo sono immaginato in un modo che probabilmente non corrisponde alla sua vera figura -, essendo un romanzo me lo potevo permettere. Me lo potevo permettere tanto più se la famiglia avesse accettato questa idea di una ricollocazione della figura di Carlo, che negli anni è stata strattonata un po' di qui e un po' di là per varie ragioni.
E invece chi affronta il trauma e poi non gli sopravvive è Francesco, ovvero quello da cui parte poi tutto il racconto tra fiction e realtà. In qualche modo racconta uno dei modi in cui si affronta una violenza subita, no?
Sì, anche lì il personaggio originario a cui mi ero vagamente ispirato all'inizio era la figura di un intellettuale d'area cattolica, Fabrizio Ferrazzi, che era stato davvero a Genova. Era stato arrestato assieme ai movimenti non violenti nelle prime piazze tematiche perché era intervenuto a difendere un'anziana che urlava "Dio non vuole tutto questo" in mezzo agli scontri. L'avevano preso, picchiato, caricato su un cellulare ed era finito a Bolzaneto, dove poi era stato torturato. La figura di Ferrazzi non è identificata del tutto con la sua reale figura perché ne volevo fare un prototipo.
Ovvero?
A Bolzaneto in quei giorni finiscono centinaia di persone. I tre personaggi avrebbero dovuto rivestire tre punti di vista diversi su quella vicenda: Carlo il puro attivista, poi quello dell'intellettuale che analizza i fatti, e la voce narrante che dovrebbe rappresentare il punto di vista meno razionale, più empatico e affettivo.

Una scelta di realtà l'hai fatta nei corsivi, che nel libro rappresentano le testimonianze delle vittime di Bolzaneto. È così?
Esatto, sono tutte testimonianze anche degli esiti giudiziari, quindi dei processi e degli interrogatori. Ma fondamentalmente la parte principale è tratta proprio da questo Genova Libro Bianco, alla cui costituzione avevo in parte collaborato. Dopo i fatti di Genova del luglio 2001, fin da agosto era nata l'esigenza di raccogliere materiale testimoniale, giornalistico, grafico e testuale su quanto era successo. Quel testo uscirà poi come inserto del Manifesto, Carta, Liberazione e l'Unità un anno esatto dopo. Ho messo in corsivo proprio per far sentire le voci: quelle parti non me le sono inventate, ma le ho riprese dalla documentazione.
Tra l'altro, oggi sono esattamente 25 anni dalla morte di Carlo Giuliani e dall'inizio di Bolzaneto: cosa resta oggi a 25 anni di distanza di quello che è accaduto in quei giorni?
Io all'inizio pensavo che fosse una bellissima storia da raccontare; prima delle violenze, e poi ancor di più dopo, non era più bellissima ma era comunque una storia da raccontare. ha Quello che è successo, per chi lo osservato con attenzione in questi 25 anni avendo sempre pensato all'idea di farne un romanzo, è una condizione quasi di inevitabilità: le richieste di quel movimento e le condizioni del mondo all'epoca erano un po' l'inizio di quello che stiamo vivendo ora. Mi sembra che quello che è successo negli anni è che quei fatti, insieme ad altri – perché non dimentichiamo che tre mesi dopo ci sono le Torri Gemelle e quindi lo spostamento verso un'emergenzialità che chiede maggior sicurezza -, abbiano fatto sì che l'apparato di sicurezza in questi 25 anni si sia mangiato l'apparato democratico. Si è andati sempre più in quella direzione, nonostante le richieste del movimento.
Un movimento che molti hanno dato per morto dopo quei giorni…
Il movimento non è morto: i movimenti non muoiono, nascono lentamente e poi si collocano a seconda dei momenti storici in modo più o meno visibile, a volte in modo carsico. Nel 2011 quelle stesse richieste del movimento di Genova finiscono nelle piazze arabe, greche, spagnole, in Occupy Wall Street, e un paio d'anni fa – in forme diverse – le vediamo rinascere nella contestazione della guerra, contro la repressione e per una maggiore giustizia sociale. È cambiato lo strumento perché si deve adattare a una contrapposizione più serrata da parte del potere, che vedeva in quel movimento una vera opposizione e quindi un pericolo potenziale, e infatti ha deciso di stroncarlo in qualunque modo.
Una sentenza dice che a Bolzaneto sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani. Eppure la sensazione è di un’ingiustizia anche processuale, la senti anche tu così?
Io sono abbastanza vecchio da viverla come una normale prassi storica e di potere del Capitale, che si muove dentro logiche di preservazione di se stesso. Certo, è una delle tante ingiustizie del sistema dal mio punto di vista. Trovo però una cosa incongruente, cioè che si siano perse grandi occasioni. Una l'ha persa la sinistra istituzionale non dialogando con quel movimento, ma abbandonandolo a se stesso. Penso che se oggi abbiamo la destra e l'estrema destra al governo è perché quelle richieste non sono state rappresentate. Dall'altro lato, la polizia avrebbe dovuto fare una riflessione e tentare un approccio di verità e giustizia su quei fatti, ammettendo le degenerazioni e provando a trovare un dialogo con la società. Noi siamo il Paese del ricordo non condiviso, e questo continua a lacerare e a creare ferite che non si rimarginano.
Insomma, sei deluso…
In questo senso sì, sono deluso. Sono deluso da un Paese che non riesce mai a progettarsi e a superare le crisi, ma le cronicizza. Sarà un vecchio slogan, ma senza giustizia è difficile avere la pace sociale: è tutto un rimandare avanti la soluzione.

Credi che quanto avvenuto a Bolzaneto e alla Diaz sia scritto con chiarezza nella memoria storica del nostro paese?
No, non c'è consapevolezza, c'è una grande rimozione. Probabilmente è un trauma troppo grande per la gestione di questo sistema di potere, ma banalmente anche per la popolazione in generale. Non essendoci stata una memoria condivisa, quello che arriva è che da una parte ci sono quelli che giustamente lamentano una conduzione di piazza veramente terribile, e dall'altra quelli che la giustificano in nome di un senso securitario poco comprensibile. C'è la polemica, ma non c'è la storia. Non c'è la coscienza che quei fatti hanno fatto finire un'epoca intera: il Novecento finisce lì, dal punto di vista politico, delle manifestazioni di piazza e della contrapposizione al sistema. Quello che non è stato fatto notare è che il movimento aveva un valore anche costruttivo nella prassi politica, era qualcosa di nuovo. La non violenza per la gran parte di quel movimento era un dato acquisito, cosa non banale per una sinistra che arrivava dal Novecento e che cercava già allora di preparare l'opposizione al sistema del Capitale. Questo consacra la fine delle sinistre riformiste che si schierano dalla parte sbagliata, mentre lì avrebbero avuto l'occasione di ridarsi vita. È veramente la fine di qualcosa, e quando si finisce nel vuoto sono guai. È una fase di passaggio, speriamo non duri ancora tanto.
Quando il Capitalismo è in crisi si allea con il fascismo: lo scrivi citando un libro caro a Francesco: oggi è ancora quella fase?
È impressionante a volte quanto la storia sappia ripetersi. Quel libro lì era "Breve storia del neoliberismo" di David Harvey, in cui lui dice che l'inizio di questa nuova versione della storia nasce dal punto di vista politico-militare in Cile con il colpo di Stato, dove si fa una vera e propria programmazione di un nuovo tipo di società. D'altronde noi l'abbiamo vissuto nella nostra storia repubblicana più volte dal dopoguerra: quando con la amnistia Togliatti si decide di non epurare davvero perché quel sistema è utile a qualcuno, e poi con le bombe di Piazza Fontana… La destra estrema e il fascismo arrivano nei momenti in cui sono una stampella dello Stato. Pensa al delirio di questi anni in cui si è detto "fascismo e comunismo sono uguali", quando sono due cose opposte. Noi oggi siamo in uno di quei momenti, per cui sarebbe opportuno nominarlo di più questo fascismo.
Tu eri a Genova 25 anni fa: come hai affrontato il trauma?
Per me la scrittura è stata un'arma importante negli anni. Io sono del '64, ho vissuto gli anni '70 da ragazzino, ho avuto una cultura novecentesca ed è stato un vero trauma entrare in questa nuova dimensione. La scrittura è stata per me lo strumento di comprensione, ma anche il modo di ricordare e celebrare. Nei momenti di disperazione l'impressione era anche quella che adesso hanno i ragazzi a cui insegno (tra i 20 e i 25 anni): per loro quella è stata una cesura quasi definitiva. Noi sappiamo che la storia non finisce e andrà avanti, ma per loro rappresenta l'impossibilità di un cambiamento, l'idea che "se ti picchiano così, non si può fare".
E sono tanti gli esempi che ci dicono che purtroppo non è così…
Il potere ha sempre gestito le cose più o meno in questo modo. Noi però arrivavamo da anni in cui ci dicevano che quello era il migliore dei mondi possibili, che la storia era finita e che il futuro sarebbe stato ricchezza diffusa, pace e democrazia. Abbiamo visto che non era vero e la delusione è stata tanta. Bisogna combatterla: è da lì che può rinascere un senso civico diffuso e meno paura. Perché quello è il grande lascito di Genova: la paura. Là si è avuta veramente paura, e la paura non è mai una buona consigliera per prendere decisioni. Speriamo che passi.