Genova, 25 anni dopo: cosa accadde nel luglio 2001, dall’uccisione di Carlo Giuliani alle condanne per tortura

Dal sangue di piazza Alimonda alle violenze della Diaz e di Bolzaneto: le giornate del G8 di Genova del 2001 tra depistaggi di Stato e mancata giustizia. Una ferita ancora aperta nel Paese e una domanda fondamentale sul diritto di dissentire.
Credit: Getty
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Una frase, pronunciata via radio nella sera del 20 luglio 2001, sintetizza ancora oggi, meglio di qualsiasi saggio politico, ciò che si consumò a Genova durante il vertice del G8. A pronunciarla fu una funzionaria di polizia, pochi minuti dopo l'uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda: "Uno a zero per noi". In quelle cinque parole c'era qualcosa di molto più profondo di uno sfogo estemporaneo o della perdita di controllo della piazza: c'era infatti il collasso del linguaggio democratico, soppiantato dalla logica da stadio e dalla grammatica del nemico interno. In quel punteggio provvisorio prendeva forma la scelta di uno Stato che decise di considerare i propri cittadini come una forza d'invasione da neutralizzare.

Venticinque anni dopo, il G8 di Genova continua a rappresentare uno dei passaggi più controversi della storia repubblicana. Non soltanto per la morte di Carlo Giuliani, per la violenza della Diaz o per le torture accertate a Bolzaneto. Genova resta una domanda ancora aperta sul modo in cui una democrazia reagisce quando il dissenso riempie le sue piazze. Per comprenderlo bisogna tornare all'inizio di quella settimana di luglio, quando nel capoluogo ligure arrivarono centinaia di migliaia di persone provenienti da tutta Europa. Molti avevano storie, appartenenze e idee diverse. Condividevano però la convinzione che il modello economico imposto dalla globalizzazione stesse producendo disuguaglianze sempre più profonde, precarietà, sfruttamento delle risorse e concentrazione della ricchezza.

Le giornate del G8 sarebbero dovute essere questo: una grande manifestazione internazionale capace di portare quelle rivendicazioni davanti ai leader delle principali potenze mondiali. Sarebbero, però, diventate altro.

La piazza globale

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Per comprendere la portata di quel luglio 2001, occorre rimuovere le scorie della narrazione che per anni ha ridotto il vertice a una mera resa dei conti tra opposti estremismi. Occorre invece guardare all'irruzione sulla scena pubblica del movimento altermondialista, la vasta stagione di protesta collettiva che nei tardi anni Novanta iniziò a sfidare i dogmi del neoliberismo. Genova fu infatti il punto d'arrivo di un'onda lunga nata anni prima a livello internazionale: dalle imponenti mobilitazioni di Seattle, Praga e Nizza, fino alle tappe chiave del vertice di Napoli nel marzo 2001 e di Göteborg pochi mesi prima del G8. È proprio per dare forma e casa comune a questa spinta globale che in Italia si realizzò un laboratorio politico senza precedenti.

A raccogliersi sotto la sigla del Genoa Social Forum fu una galassia imponente ed eterogenea: dagli economisti di ATTAC alla rete cattolica e pacifista di Lilliput, dai sindacati di base alle associazioni ambientaliste, fino alla disobbedienza civile delle Tute Bianche con le loro iconiche protezioni di gommapiuma. Un mosaico unito dalla convinzione che la globalizzazione neoliberista stesse concentrando il potere e la ricchezza in poche mani, impoverendo i popoli e divorando le risorse del pianeta.

La scelta di Genova e la trappola d'acciaio

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Offrire Genova a questa marea umana si rivelò però fin da subito una scelta politica e logistica esplosiva. La candidatura della città ligure venne decisa dal governo di centro-sinistra guidato da Massimo D’Alema, ma la gestione concreta del vertice passò poi nelle mani del neonato esecutivo Berlusconi, con Claudio Scajola al Viminale. Trecentomila manifestanti e i potenti della Terra si ritrovarono così stipati dentro un imbuto urbano: Genova, città verticale e complessa, compressa tra mare e monti e dominata da un centro storico di vicoli stretti e uscite cieche.

Anziché cercare la strada del dialogo e della flessibilità nella gestione dell'ordine pubblico, la risposta istituzionale scelse fin da subito la linea della rigida militarizzazione. Una cancellata d'acciaio alta quattro metri e lunga otto chilometri delimitò la "Zona Rossa", un fortino inaccessibile attorno a Palazzo Ducale. Con i tombini saldati, le stazioni chiuse e l'ordine ai residenti di tenere persino le finestre serrate, la città perse la sua storica natura di porto aperto per trasformarsi in una trappola d'acciaio.

19 luglio: il primo giorno

In questo clima sospeso e surreale, la settimana di mobilitazione si apre giovedì 19 luglio con una giornata che sembra smentire gli allarmismi della vigilia. Oltre cinquantamila persone danno vita al corteo per i diritti dei migranti, primo grande appuntamento del Genoa Social Forum. È una sfilata festosa, pacifica e colorata, guidata dalle comunità straniere, dalle associazioni del terzo settore e da migliaia di giovani giunti da tutta Europa. Nonostante l'elicottero delle forze dell'ordine che sorvola costantemente la testa dei manifestanti e le strade deserte di una Genova blindata, la manifestazione attraversa la città senza un singolo incidente. È la prova sul campo che la convivenza tra la protesta e la città è praticabile. Si rivelerà purtroppo soltanto un'illusione brevissima: la quiete fragile prima del totale corto circuito dell'indomani.

La carica di via Tolemaide

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Venerdì 20 luglio la tensione accumulata nei giorni precedenti esplode in modo incontrollato. Mentre i black-bloc devastano la città per ore muovendosi in modo pressoché indisturbato sotto gli occhi dei reparti schierati, la forza pubblica finisce per accanirsi sui cortei autorizzati e pacifici. La Rete Lilliput subisce violente cariche a piazza Manin mentre gli attivisti mostrano le mani dipinte di bianco in segno di nonviolenza. Nel primo pomeriggio, il corteo delle Tute Bianche percorre via Tolemaide. Migliaia di persone avanzano in modo compatto con le proprie protezioni di gommapiuma. Alle 15:30, un contingente di trecento carabinieri e blindati scende da corso Gastaldi e carica di traverso la manifestazione. L'operazione viola le più elementari regole di ordine pubblico: nessuna carica frontale di alleggerimento, nessun preavviso, nessun canale di fuga lasciato aperto. È un attacco progettato per spezzare e travolgere.

Nelle registrazioni radio risuona l'ordine impartito da un ufficiale ai suoi uomini: "Dobbiamo scendere e massacrare". Nel caos che ne consegue, la violenza dilaga verso il quartiere di San Fruttuoso e verso piazza Alimonda.

Piazza Alimonda

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Ore 17:27, piazza Alimonda. Un Defender dei Carabinieri rimane isolato e bloccato nel caos della piazza. Nell’abitacolo c'è Mario Placanica, un militare di leva di vent’anni. Dal lunotto posteriore, già infranto, il carabiniere spiana la pistola d'ordinanza, puntandola ad altezza d'uomo. Risuonano due colpi: un proiettile raggiunge al volto Carlo Giuliani, ventitré anni, che crolla sull'asfalto. Subito dopo, il fuoristrada compie una doppia manovra sul corpo del ragazzo a terra: prima arretrando in retromarcia, poi accelerando in avanti per allontanarsi. Mentre il corpo di Carlo è ancora a terra, va in scena la prima ricostruzione depistante. Le telecamere riprendono il vicequestore Adriano Lauro mentre indica un sasso e grida a un manifestante: "Bastardo! L'hai ucciso tu col tuo sasso!". Sarà l'anticipazione della linea poi accolta dalla magistratura, che archivierà la posizione di Placanica per legittima difesa, avvallando la controversa tesi di un proiettile sparato in aria e deviato da una pietra. Una ricostruzione che striderà con le immagini di quei secondi, che documentano un'arma impugnata e spianata in linea retta, direttamente ad altezza uomo, contro la piazza.

La notte della scuola Diaz: l'irruzione

Con la morte di Carlo Giuliani il clima a Genova si fa drammatico, ma il movimento sceglie di rimanere in città. Nella notte del 21 luglio 2001, intorno alle 23:30, decine di blindati e centinaia di agenti della Polizia di Stato sigillano via Corsica e circondano il complesso scolastico Diaz-Pertini. L'edificio ospita il dormitorio del Genoa Social Forum: all'interno ci sono 93 persone, in maggioranza giovanissimi stranieri, studenti, giornalisti e volontari che stanno dormendo nei sacchi a pelo. Nel plesso adiacente, la scuola Pascoli, si trova invece il centro stampa internazionale e il team legale. L'irruzione scatta senza che vi sia alcuna resistenza o provocazione dall'interno. Già fuori, nel cortile esterno, il giornalista britannico Mark Covell viene aggredito dagli agenti e pestato brutalmente fino a finire in coma, con il polmone perforato e diverse costole spezzate.

"Una macelleria messicana"

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Abbattuti i portoni d'ingresso con gli arieti, gli agenti dei reparti mobili e del Nucleo Operativo Regionale fanno irruzione nelle camerate. L'assalto si trasforma in un pestaggio selvaggio e sistematico contro persone del tutto disarmate. Chi si trova nei sacchi a pelo viene colpito ripetutamente al capo e al volto con i manganelli Tonfa; chi tenta di proteggersi la testa con le mani subisce la frattura delle braccia. Nessuno viene risparmiato, compresi coloro che alzano le braccia in segno di resa o implorano pietà in varie lingue. I banchi, i pavimenti e le pareti dell'istituto scolastico si coprono di sangue e denti spezzati. Il bilancio finale della scuola Diaz è devastante: 82 feriti su 93 fermati, di cui 63 trasportati d'urgenza in ospedale e 3 in prognosi riservata. .

Il vicequestore Michelangelo Fournier, entrato nella scuola a pestaggio quasi ultimato, descriverà la scena in tribunale con una frase rimasta nella storia: "Guardai per terra e vidi tutte quelle persone ferite, sembrava una macelleria messicana".

Le prove fabbricate dal vertice della Polizia

Tutte le 93 persone presenti all'interno della Diaz vengono arrestate in massa con la gravissima accusa di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. Per giustificare di fronte alle TV di tutto il mondo una simile brutalità all'interno di una scuola, i vertici della Questura organizzano una conferenza stampa esibendo le prove della presunta "pericolosità" degli occupanti. Tra gli oggetti mostrati spiccano due bottiglie molotov.

Le indagini della Procura di Genova sveleranno però una realtà sconcertante: quegli ordigni non si trovavano affatto nella scuola. Erano stati rinvenuti nel pomeriggio in via Tolemaide, trasportati alla Diaz dentro un sacchetto da funzionari di polizia e poi fittiziamente "scoperti" all'interno per incastrare i fermati. Insieme alle molotov, l'agente Massimo Nucera simulò di aver subito un accoltellamento, tagliando con un coltello la propria giubba tattica per sostenere di essere stato aggredito.

Le torture di Bolzaneto

I sopravvissuti al massacro della Diaz, insieme a centinaia di altri manifestanti fermati nei giorni precedenti, vengono trasferiti nella caserma della Polizia Penitenziaria di Bolzaneto. Per quasi tre giorni, la struttura si trasforma in una zona franca sottratta a qualsiasi garanzia costituzionale. I fermati vengono privati dei diritti fondamentali: non possono contattare un avvocato, né avvisare le famiglie. Per ore ed ore vengono costretti alla "posizione di stress": in piedi, a gambe divaricate, con il viso incollato al muro e le dita aperte. Chi cede per la stanchezza viene coperte di insulti, calci e manganellate. All'interno della caserma si consumano gravissime violenze fisiche e psicologiche: persone costrette a spogliarsi nude e compiere flessioni intime, ragazze minacciate di stupro, dita spezzate e capelli strappati. A rendere il quadro ancor più drammatico è la condotta di parte del personale medico presente, che assiste passivamente alle percosse, insulta i feriti chiamandoli "zecche" o rifiuta le cure primarie. Tra i corridoi vengono imposti canti di chiara matrice fascista sotto minaccia di nuove violenze o stupri.

Nel 2012, la Corte di Cassazione condannerà definitivamente i vertici della Polizia italiana per falso, calunnia e arresto illegale. Nel 2017, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sancirà in via definitiva che a Bolzaneto lo Stato italiano ha commesso tortura e trattamenti inumani e degradanti.

La gestione del dissenso

Nel 2015 e nel 2017, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannerà l'Italia per i fatti della Diaz e di Bolzaneto, accertando la presenza di veri e propri atti di tortura e sanzionando l'incapacità strutturale dello Stato di punire i responsabili. I processi italiani si chiudono con un guscio vuoto: l'assenza di codici identificativi sulle divise rende impossibile individuare gli esecutori materiali dei pestaggi, mentre i reati di lesioni e violenza vengono spazzati via dalla prescrizione per i troppi anni trascorsi. Le poche condanne definitive riguardano quasi solo i reati di falso e calunnia per le prove fabbricate. Nessun dirigente responsabile subirà la destituzione o la radiazione dalle forze dell'ordine. Al contrario, la quasi totalità dei funzionari chiave coinvolti nelle inchieste compirà importanti scatti di carriera negli anni successivi, arrivando a ricoprire ruoli di vertice come questori, prefetti, dirigenti dei servizi di sicurezza o ai vertici delle grandi aziende di Stato.

Genova, oggi

Oggi la vicenda di Carlo Giuliani, insieme ai drammi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, supera di gran lunga la sola cronaca giudiziaria. Resta l'impronta di una ferita che continua a interrogare il Paese: sul valore del dissenso come risorsa e non come minaccia, sulla neutralità che le forze dello Stato devono garantire a tutela di tutti, e sulla capacità di una democrazia di ascoltare le proprie piazze prima di considerarle soltanto un problema di ordine pubblico.

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