Troppe promesse vuote in campagna elettorale, la proposta di Cottarelli: “Obblighiamoli a dire quanto costano”

Non manca molto alla prossima campagna elettorale. Potrebbe arrivare al più tardi nell'estate-autunno del 2027, ma anche prima, a seconda di quanto reggerà il governo Meloni. Così, l'economista ed ex senatore del Partito democratico Carlo Cottarelli sta promuovendo una raccolta firme chiamata "Quanto mi costa?", insieme alla Fondazione Luigi Einaudi, per rilanciare una proposta di legge che aveva presentato nel 2023, ma che poi è rimasta bloccata in commissione al Senato.
Pochi mesi dopo l'inizio della legislatura, e prima di annunciare le sue dimissioni da parlamentare, Cottarelli depositò un testo che obbligherebbe i partiti politici a indicare, per ciascun punto del programma elettorale, il costo indicativo e da dove verrebbero i soldi. Come l'economista ha spiegato a Fanpage.it, si tratta di una legge che "rende più facile la vita degli elettori ma complica la vita dei partiti, perché devono ridimensionare le proprie proposte elettorali".
Parto chiedendole un commento su una dichiarazione di Roberto Vannacci, fatta pochi giorni fa a La7. Di fronte a una domanda su come avrebbe pagato una delle misure che propone, ha risposto: "Io non faccio il ragioniere. Io dò la direzione politica, poi c'è chi si occupa di trovare i soldi". Cosa ne pensa?
È giusto che i vertici dei partiti diano la direzione politica, non la possono certo dare i tecnici. Però è compito anche dei vertici dei partiti avere il coraggio di dire la verità ed essere trasparenti rispetto ai costi delle loro proposte.
Qui arriviamo alla sua proposta di legge. Se venisse approvata, i partiti oltre ai programmi elettorali dovrebbero presentare due tabelle: una con le misure che hanno un costo per il bilancio dello Stato, l'altra con le coperture che servono per pagarle. Giusto?
Un chiarimento: non sono ‘coperture' in senso tecnico. Sarebbe comunque possibile per un partito proporre una misura e dire che la vuole fare aumentando il debito pubblico. Non sarebbe obbligatorio indicare tagli di spesa o aumenti di tasse per ciascuna proposta elettorale. Nessuna operazione di austerità. Solo trasparenza: illustrare quanto costano certe iniziative e da dove vengono i soldi. E se ci si vuole indebitare – cosa che in certi momenti può servire per dare una spinta all'economia – basta dichiararlo.
Questo meccanismo esiste già in altri Stati: la Svezia e l'Olanda fanno cose di questo genere da anni, si sono uniti di recente il Belgio, la Grecia, e al di fuori dell'Europa anche Australia e Canada.
Qual è l'obiettivo?
Evitare che i partiti facciano promesse fantastiche e, fondamentalmente, irrealistiche. Come cittadino vorrei avere una campagna elettorale basata sui fatti, sulle cose che effettivamente possono essere fatte. Per non scoprire solo dopo aver vinto le elezioni che "non ci sono i soldi": bisogna pensarci prima di fare certe promesse.
Se tutti i partiti inviano le tabelle con i loro conti, chi controlla che siano giusti o almeno realistici?
L'Ufficio parlamentare di bilancio, un organo indipendente dalla politica che esiste ormai da più di dieci anni. È stato creato per iniziativa dell'Unione europea in tutti i Paesi Ue, e tra le altre cose si occupa di validare ogni anno il quadro macroeconomico del governo su cui viene basata la legge di bilancio. Ha uno staff molto competente e ampio – più di 30 esperti di macroeconomia e macrofinanza pubblica. Quindi potrebbe prendere in carico questo nuovo compito senza problemi.
Negli ultimi anni in Italia ci sono state promesse elettorali particolarmente eclatanti? L'Osservatorio sui conti pubblici italiani, che lei dirige, ha pubblicato diverse stime su questo.
Nel 2018 e nel 2022 abbiamo visto promesse elettorali con un costo nell'ordine di 100-150 miliardi di euro all'anno, al netto delle coperture che venivano presentate. Immaginando di portarle avanti per cinque anni, si sarebbe arrivati a cifre grandi quanto un quarto dell'intero debito pubblico italiano. Chiaramente, poi, queste promesse non vengono realizzate.
Un esempio?
Il reddito di cittadinanza doveva costare 15 miliardi di euro. Poi il governo giallo-verde, che l'ha realizzato, ha scoperto che di miliardi a disposizione ce n'era soltanto sette. Così hanno dovuto rivedere pesantemente il provvedimento, con conseguenze pratiche anche piuttosto serie, perché dovevano trovare il modo di risparmiare addirittura metà della somma promessa.
In più, un numero non poteva essere cambiato: quello dei 780 euro di reddito di cittadinanza per i single, che era diventato una bandiera. E allora cosa hanno fatto? Hanno tagliato drammaticamente il sostegno per chi aveva una famiglia. Dato che c'erano meno soldi si è modificato tutto il resto, creando un po' un pastrocchio. È un esempio delle conseguenze pratiche di promesse elettorali che non sono realizzabili.
Il problema ha riguardato quasi tutti i partiti: anche il Pd con cui è stato eletto nel 2022?
Sì. Posso soltanto dire che non mi hanno fatto mettere le mani sul programma elettorale, all'epoca.
La sua proposta sulla trasparenza dei programmi elettorali è firmata non solo dal Pd, ma anche da Azione e da Massimo Garavaglia, senatore della Lega. Come si spiega allora che, da maggio 2023 a oggi, sia rimasta ferma?
Le firme trasversali sono state date a livello personale dai singoli senatori, non dai partiti. Ovviamente hanno chiesto al proprio gruppo e gli è stato dato il permesso di firmare. Però non c'era una sottoscrizione da parte, per esempio, della Lega.
È chiaro che una legge di questo genere rende più facile la vita degli elettori ma complica la vita dei partiti, perché devono ridimensionare le proprie proposte elettorali. Quindi non è strano che questo disegno di legge sia stato assegnato alla commissione Affari costituzionali e poi non si sia mosso di un centimetro.
Nelle scorse settimane, se non altro, il ddl è stato incardinato. È un primo passo?
Un primo risultato, sì. Essere incardinato è condizione necessaria, ma non sufficiente, per l'inizio della discussione parlamentare.
Avete lanciato la raccolta firme "Quanto mi costa?". L'obiettivo è tenere alta l'attenzione su questa proposta, ora che la prossima campagna elettorale si avvicina?
Credo il ddl sarà discusso solo se diventa evidente che c'è tanta gente che pensa che sia una buona idea. E la raccolta firme serve a questo. Non c'è una soglia minima da raggiungere, non è un disegno di legge di iniziativa popolare: si tratta solo di far vedere che c'è interesse.
Anche perché ritengo che, una volta che la discussione inizia, diventi difficile per un partito dire che non è d'accordo. Con quale motivazione? Perciò, l'unico modo per evitare che sia approvata questa legge è non discuterla.