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Giorgia Meloni si prepara al vertice Nato con tre incognite: Trump, le spese militari e il programma SAFE

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Giorgia Meloni vuole tornare alla normalità con Donald Trump. Lui continua ad attaccarla quasi ogni giorno sui social, lei invece – dopo una prima risposta ad effetto – sceglie il silenzio. Gli Stati Uniti rimangono un alleato fondamentale e quindi, in un modo o nell’altro, bisogna andarci d’accordo e calmare le acque. Meloni però è tornata brevemente a parlare dello scontro con il presidente statunitense dal palco della kermesse della Verità, il giornale di Maurizio Belpietro, che l’ha intervistata e gli ha chiesto anche di questa crisi diplomatica. Meloni ha detto che la politica estera non è Temptation Island, che non intende continuare ad alimentare questo confronto, e che ora sia necessario tornare alla normalità.

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Cosa ha detto Meloni di Trump

Più precisamente ha detto di essere rimasta “sinceramente colpita” dagli attacchi di Trump, ma che “Italia e Stati Uniti hanno rapporti che non iniziano e finiscono in base a chi governa”. Per cui "parliamo di politica estera come fosse Temptation Island, ma è più complessa”. Meloni non vede rischi di contraccolpi all’orizzonte, ragion per cui si torna alla normalità anche per quanto riguarda viaggi all’estero e presenze. Come quella il prossimo 2 luglio a Villa Taverna, per la tradizonale festa organizzata dall’ambasciata statunitense per l’anniversario dell’Indipendenza. Il governo questa volta ci sarà, dopo aver annullato qualche giorno fa la visita del ministro degli Esteri negli Stati Uniti e l’incontro tra lui e Rubio. Ora però si tenta di ricucire. Anche se nel frattempo dovrebbe essere aumentata la consapevolezza che gli alleati su cui puntare forse sono altri.

Il vertice E5

Dopo lo strappo con Trump Meloni cerca di riavvicinarsi agli europei e oggi è a Berlino, per il cosiddetto vertice E5 in vista di quello della Nato previsto a inizio luglio in Turchia. Un appuntamento in cui Meloni si troverà di nuovo faccia a faccia con Trump: si vedrà allora vedremo se i tentativi di distensione di questi giorni hanno funzionato. I temi in agenda non aiutano certo a calmare le acque, visto che si dovrà parlare di spese militari e l’Italia, anche se si è impegnata ad aumentare gli investimenti in Difesa, molto banalmente non ha i fondi per farlo.

Oggi comunque Meloni, insieme ai leader di Francia, Germania, Polonia e Gran Bretagna (con Keir Starmer da dimissionario, ma ancora operativo) si coordina in vista dell’appuntamento del 7 e 8 luglio ad Ankara. Si è collegato anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, curiosamente in videoconferenza da Washington, dove oggi dovrebbe incontrare anche Trump. Il punto di questo incontro è di decidere la linea da tenere soprattutto per quanto riguarda, appunto, l’aumento della spesa militare e, collegato a questa istanza, le forniture di armi all’Ucraina. Già al G7 in Francia i leader avevano già concordato di aumentare le forniture dei sistemi di difesa aerea a Kiev, una cosa che comunque fa pensare a un riavvicinamento di Washington a Bruxelles, dopo mesi in cui Trump non faceva che disinteressarsi, dicendo che quella fosse la guerra degli europei, non la sua. Ma nel frattempo si è compiuta la rottura tra Meloni e Trump e il presidente statunitense non ha risparmiato nemmeno gli altri capi di Stato e di governo, accusandoli di non averlo aiutato nella guerra in Iran quando aveva bisogno e di non avergli permesso di usare le loro basi militari.

I temi sul tavolo della Nato

Insomma, quello di Ankara sarà un vertice complesso e gli europei ci devono arrivare uniti. Andranno limate le differenze che ci sono, sia sulle campagne di riarmo – che ad esempio Germania e Polonia hanno avviato in modo massiccio, molto più degli altri alleati – che sulla gestione delle trattative in Ucraina. Il gruppo E3 – Francia, Germania e Regno Unito – hanno assunto il ruolo di gruppo mediatore, ma ad esempio Meloni insiste perché venga individuata una figura unica che parli a nome dell’europa, un inviato di Bruxelles. Di tutte queste cose la presidente del Consiglio dovrà discutere da oggi all’incontro dell’Alleanza Atlantica. E nel frattempo dovrà cercare di capire come affrontare la questione interna.

Il programma SAFE

C’è infatti in sospeso l’adesione dell’Italia al programma Safe, cioè il programma di sicurezza dell’Europa. In altre parole, prestiti agevolati per investire in Difesa. Per l’Italia ci sarebbero quasi 15 miliardi di euro (14,9 per la precisione), che sono stati in effetti richiesti – in linea con quella promessa di un anno fa di aumentare le spese militari, la percentuale del Pil da dedicare al settore militare – ma mai riscossi. Il motivo è sempre lo stesso: nell’ultimo anno lo scenario di finanza pubblica è profondamente cambiato e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ora sarebbe per un approccio di spesa molto più prudente. Probabilmente è anche spinto dalla Lega, che sappiamo non essere troppo entusiasta degli invii di armi all’Ucraina e, in generale, dell’aumento delle spesa militare.

Fatto sta che un anno fa la Difesa era decisamente entusiasta di una serie di programmi di investimento (molto costosi) su cui ora ci sono parecchi dubbi, rispetto alla fattibilità. Giorgetti prende tempo, dice che si vedrà entro settembre, quando sarà anche definito il perimetro della legge di bilancio. Ma l’Europa ha ricordato proprio oggi all’Italia che c’è ancora tempo solo un mese, poi i fondi del SAFE saranno reinvestiti. E l’Italia li perderà.

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