Una lettera dal tono preciso, duro, ma che alla fine non può non risultare struggente. Il racconto di una malattia che arriva e in poche settimane sconvolge tutto. È la verità che Nanni Delbecchi, marito della scrittrice e presentatrice tv Alessandra Appiano, morta lo scorso 3 giugno a Milano, ha pubblicato sul Fatto Quotidiano ieri. Per ricordare sua moglie, ma soprattutto per difendersi dalla "idiozie o cattiverie" circolate sui social in questi giorni.

Gli stessi mezzi a cui Alessandra Appiano aveva affidato nelle ultime settimane i suoi post carichi di stanchezza, come uno degli ultimi in cui ammetteva di "non essere Wonder woman". Purtroppo la verità che emerge sulla fine della Appiano, così come la racconta Delbecchi, è una verità triste, molto triste, così come sono sempre gli ultimi istanti di una persona che decide di farla finita, dopo aver appreso di avere una malattia, forse incurabile:

In cinquanta giorni è cambiato tutto, tutto si è rivelato inutile; un calvario da uno specialista all’altro, fino alla decisione del ricovero proprio per scongiurare qualsiasi gesto estremo. Ma la mattina del 3 giugno da quel luogo che doveva curarla e proteggerla è potuta fuggire, vagare indisturbata per i deserti vialoni della periferia fino a raggiungere uno dei tanti anonimi grattacieli milanesi, sede di un hotel; dalla terrazza dell’ottavo piano ha guardato per l’ultima volta quella città che amava tanto, dove era arrivata dalla provincia nella speranza di un posto nel mondo che si era conquistato con la sua intelligenza, il suo talento, il suo perfezionismo, il suo culto per il lavoro.

Il racconto che il marito della Appiano fa è, se vogliamo, il racconto di un uomo che vuole ricordare sua moglie e cerca di mettere i puntini sulle "i". Non deve essere stato facile per lui leggere la valanga di stupidi commenti emessi da chi, dietro una tastiera, pensa di poter giudicare la vita altrui. Così scrive Delbecchi:

25 anni di convivenza, 15 di matrimonio civile, è soggiaciuta al raptus di un disturbo manifestatosi in modo oscuro e quasi metafisico, un maleficio che non le ha lasciato scampo nonostante i diversi tentativi di cura. (…) La verità è che Alessandra era una sorgente infaticabile di luce e di energia non solo per me, ma anche per i nostri tanti amici. È stata la donna più attenta alla propria salute che abbia mai conosciuto – fin troppo, faticavo a farle bere un bicchiere – dedita alla propria cura e al proprio aspetto. Aveva le sue tristezze e le sue malinconie, accentuate da una natura cui si alternavano spleen ed euforia. Era un’artista vera, duplice anche nel suo lavoro, capace di tormentarsi per tre mesi sul «non ho più niente da dire» e poi di buttar giù di getto un romanzo nei tre mesi successivi. Sentiva come pochi l’ineluttabile trascorrere del tempo e aveva i suoi momenti di crisi; ma quale persona intelligente e sensibile non ne ha?

E, infine, la conclusione sul carattere pubblico e privato di Alessandra:

Fra i lettori di queste righe ce ne saranno alcuni che conobbero Alessandra, ed è verosimile che sviluppino riflessioni ulteriori, più o meno analoghe. Ma quelli che non la conobbero, o l’hanno vista solo in qualche apparizione mediatica, vorrei che avessero di Alessandra l’immagine più semplice che io ne porto nel cuore. Era una donna buona.