La sconfitta del Pd ai ballottaggi delle elezioni amministrative è netta e innegabile. Ed è stata ancora più dura nelle aree considerate ‘rosse’, come la Toscana di Andrea Marcucci, capogruppo del Partito Democratico al Senato. Intervistato da Fanpage.it, Marcucci commenta i risultati spiegando come sia stata decisiva quella che lui definisce un’alleanza che si è saldata tra tutti i partiti “contro i candidati del Pd”, fenomeno ritenuto decisivo proprio in città come Pisa e Siena. La colpa, questa volta, non può essere di Renzi, secondo Marcucci: “Le cause e le responsabilità penso siano più profonde e radicate nel tempo”. Ma non è una questione di classe dirigente: “Non basta mettere la sordina a Renzi o a Gentiloni o al reggente Martina, per risalire la china”. Serve concretezza, mettendo fine alle divisioni sui nomi, per il senatore del Pd che aggiunge ancora: “Anche il 24 giugno è prevalso un voto contro chi amministrativa”. Il Pd, secondo Marcucci, perde su temi come “immigrazione e sicurezza” e la soluzione non è superare il Pd, perché a essere decisivi sono i contenuti e non i contenitori.

Senatore Marcucci, da toscano come interpreta la sconfitta del Pd nella sua regione? Cosa è cambiato rispetto al passato nelle città finora considerate rosse?

Concorrono più fatti, che hanno trovato la situazione perfetta per esplodere. Sicuramente l'onda lunga del 4 marzo che non si è esaurita e una certa stanchezza del partito a tutti i livelli ad affrontare la nuova situazione che si è creata. Detto questo, si è saldata un'alleanza di tutti i partiti contro i candidati del Pd. Secondo l'istituto Cattaneo, a Pisa, il 70% dell'elettorato grillino ha sostenuto al ballottaggio la Lega. Analisi che riguarda anche Massa. A Siena, il sindaco uscente ha perso per meno di 400 voti, un distacco minimo, reso possibile appunto dalla convergenza di tutti contro il Pd.

Lei ha affermato che il Pd perde anche senza Renzi: ma è il modello portato nel Pd da Renzi che continua a non funzionare? Serve una rifondazione del partito?

Non si può sempre chiamare in causa Renzi, di questo turno amministrativo Renzi non è certo responsabile. Penso che le cause, e anche le responsabilità, siano più profonde e più radicate nel tempo. Il Pd continua a perdere su un tema avvertito come centrale dall'elettorato, quello dell'immigrazione e della sicurezza. Non siamo stati capaci nella comunicazione di smontare i rassicuranti slogan di Salvini. E dire che il governo Conte per ottenere risultati su Europa e migranti dovrà ripartire dalle posizioni di Renzi-Gentiloni e da quelle di Minniti.

In campagna elettorale sono scesi in campo i big del partito. Questo risultato rappresenta anche un fallimento del segretario reggente Martina e dell’ex premier Gentiloni?

Non esistono soluzioni facili e non è certo solo questione di classe dirigente. Non basta mettere la sordina a Renzi o a Gentiloni o al reggente Martina, per risalire la china.

Calenda suggerisce di ‘andare oltre il Pd’. Cosa ne pensa, ha ragione Calenda o il Pd non si tocca?

Le rispondo come sopra, è una situazione complessa che riguarda più i contenuti dei contenitori. Poi vedo che anche il 24 giugno è prevalso un voto contro chi amministrava. Ha colpito il Pd che aveva il maggior numero di comuni, ma laddove governavano, ha toccato anche la destra ed il M5s. Il problema è come tornare in sintonia con l'elettorato, molto più del vestito che indosseremo.

Si deve ripartire da un centrosinistra unito, alleato anche con LeU?

La cosa peggiore che possiamo fare è pensare di tornare al secolo scorso, a riproporre sigle e politiche che già erano uscite con le ossa rotte dal confronto con Silvio Berlusconi. Le divisioni nel Pd nella scorsa legislatura sono state deleterie, è stata una continua spina nel fianco, che ha indebolito enormemente il Pd, e azzerato Leu. Unendo due soggetti deboli non si costruisce un soggetto forte.

Il Pd non ha ancora realmente analizzato la sconfitta del 4 marzo: è da questo che nasce questa nuova disfatta? Non è stato fatto niente per cambiare marcia?

Anche in questo caso, continuiamo a pagare le continue divisioni, le discussioni sul prossimo leader da bruciare, una consolidata tendenza che abbiamo a farci male da soli. In più in tre mesi non si può certo sperare di cambiare la direzione di un vento sovranista, che tira forte in tutto il mondo occidentale. Ci vorrà tempo, idee, concretezza, per poter ripartire.

Orfini sostiene che l’errore del Pd sia stato inseguire la destra su temi come la sicurezza: per lei è così? E cosa bisogna fare per contrastare la Lega e la destra?

La destra firmò la riforma di Dublino nel 2003, quella che ha la maggiore responsabilità della situazione attuale. Noi con Minniti abbiamo drasticamente diminuito gli sbarchi, stringendo accordi con i Paesi mediterranei, senza far a spallate con la Francia e con Malta. Siamo stati troppo timidi a comunicare la svolta che il ministro Minniti ha provocato. Farci doppiare dalle destre su questi temi è una beffa. Il Pd aveva le soluzioni ma ha messo il silenziatore.

Il Pd sta pagando anche una opposizione al governo – in questi primi giorni – che non emerge e che si limita a subire la linea dettata da Salvini?

Le ricordo che l'attività parlamentare sta iniziando adesso, dopo oltre 100 giorni di impasse provocato dalla neo-maggioranza. Che cosa dovevamo dire? Che aspettavamo pazienti le disponibilità di Lor Signori? L'opposizione del Pd dovrà essere concreta, praticabile, alternativa, come se fossimo ancora al governo. Non è tornando a firmare solo appelli, che possiamo sperare di tornare ad emergere.

Qual è la soluzione per invertire la tendenza di questi mesi per il Pd?

Mi ripeto, serve concretezza, non serve dividersi sempre sui nomi, e serve ripartire da un confronto diretto, continuo, con l'elettorato, fuori dal Palazzo, e senza torri d'avorio.