Terremoto Centro Italia 10 anni dopo: spopolamento record, due cantieri pubblici su tre mai partiti

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Amatrice 10 anni dopo il sisma del 2016
A dieci anni dai terremoti del Centro Italia un report mostra, dati alla mano, un aumento dello spopolamento, la crescita delle diseguaglianze sociali e gravi ritardi nella ricostruzione, soprattutto pubblica.

Un terremoto non è uguale per tutti. Certo, la magnitudo è un dato oggettivo e univoco, ma i suoi effetti sociali non lo sono: da una catastrofe c'è chi si arricchisce a dismisura, accaparrandosi centinaia di appalti per centinaia di milioni di euro, e chi invece finisce per perdere tutto: la casa e con essa spesso il proprio paese, non di rado i legami familiari e amicali, il lavoro, un reddito accettabile e infine anche la speranza di ricostruire e ricostruirsi. Ed è quello che sta accadendo anche nel Centro Italia terremotato, sovente descritto come un territorio in fase di "rinascita", ma in realtà ancora sanguinante, sofferente, vittima di una logica predatoria che punta a estrarre profitti record anche dalle macerie di case e vite mentre la ricostruzione stenta.

Una dinamica che si inserisce nel solco già tracciato dall'inchiesta giudiziaria sul saccheggio dei fondi pubblici e sull'infiltrazione della criminalità organizzata nella ricostruzione emersa nei giorni scorsi, ma che trova ora una conferma scientifica nel rapporto "SISMA10", curato dal Centro Studi di Ecologie Del post-Terremoto APS e presentato ieri presso la sede nazionale della CGIL a Roma. Un lavoro imponente fondato su dieci anni di presenza sul campo e sull'analisi di banche dati, ma anche su interviste porta a porta condotte all'interno delle soluzioni abitative d'emergenza, le SAE che ospitano i terremotati nel vastissimo cratere.

Come chiariscono subito i ricercatori nell'introduzione al documento, "le scienze che si interrogano sui disastri sono da tempo concordi nel rigettare l’ipotesi che l’impatto di un evento rappresenti uno sconvolgimento puntuale in una ipotetica linea retta atemporale. Individuano piuttosto l’impatto di un fenomeno come iscritto all’interno di un ciclo ampio, in cui esistono condizioni precedenti, in itinere e posteriori che lo rendono possibile, lo aggravano o lo mitigano. La crisi, in altre parole, viene letta nel medio termine e l’evento rappresenta un’accelerazione o una intensificazione di dinamiche sociali, territoriali ed economiche già in corso". In questo quadro, prosegue il testo, "riconoscere che la gestione dell’emergenza e dei processi di ricostruzione abbia prodotto delle disuguaglianze è scientificamente corretto".

La governance commissariale e la scarsa partecipazione democratica

Secondo il report di Ecologie Del post-Terremoto la gestione post sisma ha visto trasformarsi una risposta eccezionale a una calamità naturale in una forma ordinaria di governo tecnocratico tramite ordinanze in deroga. "A dieci anni dalla sequenza sismica di Amatrice, Norcia e Visso, il commissario straordinario non è più una risposta eccezionale: è l'architrave della governance della ricostruzione". Per la cronaca, i commissari straordinari che si sono succeduti in dieci anni sono stati 5, di ogni colore politico: dal 2023 è il turno di Guido Castelli, senatore di FDI. Gli autori sostengono come "l'amministrazione straordinaria non si sostituisce semplicemente alla politica, ma la ridefinisce, spostando il baricentro decisionale dello Stato italiano dalla rappresentanza popolare a una gestione tecnocratica ed esecutiva, alterando in modo silenzioso ma profondo il funzionamento della democrazia costituzionale", riducendo gli abitanti a meri spettatori passivi con scarsa voce in capitolo.

Nei territori colpiti dai terremoti aumenta lo spopolamento

Il report smonta le politiche emergenziali, spiegando come non abbiano trattenuto le persone ma ne abbiano al contrario favorito il trasferimento definitivo verso la costa o le città. "Nessuna delle soluzioni abitative offerte dopo le scosse del 2016 è stata concepita per far restare le persone dove abitavano. Il Contributo di Autonoma Sistemazione (CAS), gli hotel sulla costa, i container (MAC e MAPRE), le casette (SAE) e l’acquisto di immobili previsto dall’art. 14 hanno funzionato, ciascuno a suo modo, come dispositivi di displacement. Il fattore che li fa diventare strutturali è il tempo: un’emergenza prorogata di sei mesi in sei mesi fino a dieci anni e i ritardi cronici trasformano lo spostamento ‘provvisorio' in trasferimento stabile".

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Tra il 2015 e il 2024 i 138 comuni del cratere hanno registrato una perdita del 7,9% dei residenti. Il declino si fa drammatico nei 44 comuni maggiormente colpiti, dove la flessione raggiunge il 12,2%, pari a 12.103 residenti, con punte che sfiorano o superano il 20% in centri come Accumoli, Arquata del Tronto e Ussita. Si tratta di una velocità di spopolamento superiore a più del doppio (2,24 volte) rispetto ad aree montane analoghe non terremotate.

Il calo si accompagna a un progressivo invecchiamento e alla desertificazione scolastica: nei 44 comuni più colpiti gli alunni delle primarie sono diminuiti del 21,1% in 10 anni, mentre il saldo naturale tocca il -9,9 per mille. Tra il 2019 e il 2024 la fascia d'età tra i 20 e i 39 anni è crollata del 12,8% nel cratere ristretto, mentre gli anziani oltre i 65 anni sono saliti al 30,2% della popolazione. Parallelamente, l'indice S80/S20, che misura la distanza di reddito tra il 20% più ricco e il 20% più povero, è peggiorato in 129 comuni su 138 e in 43 dei 44 comuni più danneggiati, salendo a un valore ponderato di 9,41.

Lo stallo delle opere pubbliche e la ricostruzione privata

A dieci anni dai terremoti, la ricostruzione pubblica registra ritardi pesantissimi. Nei 44 centri maggiormente lesionati sono stati programmati 1.542 interventi per circa 2,1 miliardi di euro, ma il 66,9% delle opere non ha ancora aperto i cantieri e appena il 18,4% risulta concluso. Due terzi dei fondi pubblici – secondo il report – rimangono bloccati nelle fasi preliminari di progettazione, conferenze di servizi o bandi di gara, lasciando senza sede municipi (fermi al 74% prima dei lavori) ed edifici scolastici (il 59% non avviato). "Questa discrepanza si traduce in un blocco finanziario tangibile: il 74,4% dei 4,85 miliardi di euro totali programmati è ancora vincolato a interventi che hanno probabilmente un faldone su qualche scrivania ma non hanno visto l'apertura fisica del cantiere".

Sul fronte privato, su 11,28 miliardi di euro concessi sono stati liquidati 7,20 miliardi e i cantieri dichiarati chiusi corrispondono al 60,4% delle pratiche approvate, scendendo al 57,3% nei comuni a maggior danno. Nel 2023, nei 44 comuni più colpiti, ben il 58,4% delle abitazioni censite risultava non occupato da residenti stabili. Come evidenzia il report, "il sostegno al recupero patrimoniale non coincide automaticamente con il sostegno alla residenzialità. Le condizioni di trasferibilità degli immobili e dei contributi, così come le eventuali valorizzazioni private conseguenti, richiedono una verifica autonoma dei contratti e della disciplina applicata nel tempo. Resta legittimo chiedersi quanto della spesa complessiva sia stata accompagnata da un progetto pubblico verificabile di ritorno, servizi e abitabilità quotidiana".

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Su circa 80mia unità immobiliari potenzialmente finanziabili, solo il 55,6% dei danni lievi e il 38,6% dei danni gravi ha avviato l'iter di recupero, circostanza che – secondo il report – ha innescato un mercato parallelo: "È paradigmatica la crescita di compravendite di immobili ricostruiti o da ricostruire ma che possono essere venduti compresi di contributo per la ricostruzione. A fronte di una spesa statale che, esclusi i sottoservizi e gli investimenti urbanistici, rasenta i 7000 €/m² il mercato scambia beni immobili a prezzi ben inferiori (fino ai 562 €/m² di Arquata del Tronto). Ad avvantaggiarsene sono sia il venditore, che può massimizzare un guadagno vendendo un immobile su cui non ha investito per il suo miglioramento, sia il compratore. Il quale non ha solo un vantaggio perché acquista un bene a basso valore di mercato ma alto valore intrinseco, ma anche perché compra con una vantaggiosa tassazione della compravendita che avviene solo sul valore catastale dell’immobile, escluso l’investimento per la ricostruzione".

Cosa succede dopo dieci anni nelle "casette"

Cinque ricercatrici hanno condotto 466 interviste dirette porta a porta coprendo il 20,6% dei nuclei familiari che risiedono ancora nei villaggi di Soluzioni Abitative d’Emergenza (SAE) distribuiti in 42 comuni e 156 aree. "A dieci anni dal terremoto, le SAE sono diventate luoghi in cui si sono svolti percorsi di vita, sono cambiate le composizioni familiari e si sono riorganizzate le relazioni di vicinato. La temporaneità ha assunto così il carattere di una condizione sociale, i cui effetti si distribuiscono in maniera diseguale". L'età media degli intervistati è di 61,6 anni, con il 62% sopra i 60 anni e una forte prevalenza di nuclei di una o due persone (68,4%).

Nelle SAE sono pian piano emersi anche problemi di degrado: il 55,8% degli intervistati segnala almeno due criticità abitative, tra cui deterioramento dei materiali (36,1%), umidità e muffa (27,7%), infiltrazioni d'acqua (24,1%) e guasti continui alle caldaie e agli impianti. Di fronte all'inadeguatezza degli spazi e delle manutenzioni, il 90,1% degli abitanti ha dovuto installare arredi su misura e il 35,2% ha costruito autonomamente verande, tettoie o piccoli ripostigli.

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In questo quadro, molti hanno perso la speranza di tornare nelle loro abitazioni: se il 46,9% prevede di rientrare nell'immobile ricostruito, il 38,7% dichiara che rimarrà nelle SAE a lungo termine. Tra coloro che prima del sisma vivevano in affitto, la prospettiva di restare nelle casette d'emergenza sale al 50%, mentre il 20% prevede di andarsene definitivamente, nell'impossibilità di trovare alloggi sul mercato locale.

Un caso emblematico descritto dai ricercatori è quello di Amatrice: a partire dall'estate del 2025, la linea comunale dell'"Operazione verità e legalità" ha disposto revoche e sgomberi forzati verso giovani coppie e nuclei vulnerabili nel nome del contrasto all'"assistenzialismo", con persone che riferiscono di essere stati sollecitati a "rimboccarsi le maniche" e ad affrontare sacrifici personali per l’acquisto di un’abitazione. Come fosse semplice…

Le difficoltà economiche e le condizioni psicologiche

Un altro aspetto analizzato nel rapporto "SISMA10" è infatti quello della vulnerabilità economica: il 43,6% degli intervistati vive di sola pensione, mentre tra chi è occupato il 69,2% non supera i 1.500 euro netti al mese e il 29,1% guadagna meno di mille euro. Il lavoro informale tocca il 15,7% del campione, concentrato per il 69,2% tra le donne impiegate nei servizi di cura o nella vendita. In questo quadro un ruolo importante è quello giocato dall'isolamento geografico: il 67,7% percepisce forme stabili di isolamento, costretto alla totale dipendenza dall'auto propria per la spesa (70,4%) e le visite mediche (70,0%). Sul piano della salute, il 75,8% dichiara un netto peggioramento del benessere psicologico e il 63,1% assume terapie farmacologiche quotidiane. Di fronte alle lunghe liste d'attesa del servizio pubblico (segnalate dal 63,3%), il 75,8% di chi ha avuto bisogno di cure mediche nell'ultimo anno ha dovuto rivolgersi alla sanità privata a pagamento.

La bolla dell'edilizia e l'illusione dei fondi PNRR

Sul fronte degli investimenti straordinari per lo sviluppo, l'analisi territoriale ricompone 3,44 miliardi di euro derivanti da PNRR, Piano Nazionale Complementare e Politiche di Coesione. Nel programma NextAppennino (oltre un miliardo localizzato nel cratere), le risorse sono state assorbite prevalentemente da infrastrutture di trasporto (25,6%), investimenti produttivi (20,1%) e riqualificazione urbana (11,6%), mentre sanità, inclusione e formazione hanno ricevuto briciole.

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I dati di bilancio delle imprese censite nel database AIDA tra il 2016 e il 2024 mostrano una crescita occupazionale apparente (+20,2%), trainata in realtà in modo quasi esclusivo dalla bolla straordinaria dei cantieri: gli addetti delle costruzioni sono esplosi dell'84,6% nel cratere e del 158,7% nei 44 comuni più colpiti. "A fronte di un aumento occupazionale netto di circa 13mila unità in tutti i settori, il comparto edilizio ne spiega 4.931, cioè il 37,8%". Al contrario, i settori a valore aggiunto e vocati alla diversificazione economica sono rimasti al palo. A fronte di oltre 200 milioni destinati a industria e artigianato, la manifattura cresce del 5,8% nel cratere contro il +14,2% dei comuni simili non colpiti. Il turismo, celebrato dalla narrativa istituzionale, ha segnato nei 44 comuni un incremento di addetti di alloggio e ristorazione limitato al 24,6%, a fronte del +74,4% dei territori montani di confronto. Inoltre, le imprese edili e commerciali cresciute hanno sede soprattutto nei capoluoghi di provincia e nei poli di fondovalle: oltre il 54% degli incrementi nel commercio è concentrato in soli cinque comuni (Ascoli Piceno, Macerata, Tolentino, Corridonia e Spoleto).

Il rapporto si conclude con un monito: "Gli investimenti destinati allo sviluppo devono essere giudicati sulla capacità di creare imprese solide, lavoro stabile, redditi migliori e servizi che permettano alle persone di rimanere. Il rischio, altrimenti, è che una straordinaria mobilitazione di risorse pubbliche produca un'espansione economica intensa ma temporanea, lasciando ai territori un patrimonio ricostruito senza una struttura produttiva e sociale altrettanto solida". A dieci anni di distanza, senza un deciso cambio di paradigma, la ricostruzione rischia di consegnare all'Appennino borghi rifatti a nuovo ma trasformati in gusci vuoti.

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